– Ragazzina, a chi stai cercando? – chiesi. – Sto cercando mia madre, l’avete vista? – Mi fissò intensamente una bambina di circa sei anni.

Ragazzina, a chi stai cercando? chiesi.

Sto cercando la mamma, lavete vista? la piccola, di circa sei anni, mi fissò con gli occhi spalancati.

Mi fermai a pensare. Vivevo da poco in quel palazzo e, per quanto ne sapessi, lappartamento davanti a lei era rimasto vuoto da anni.

Ma lì non cè nessuno che abiti, le risposi.

La bambina scoppiò in lacrime e si sedette sui gradini.

Zia, ci serve davvero la mamma! Solo lei può cambiare le cose, papà la piange tanto.

Rimasi a guardare, senza sapere come aiutarla. Non avevo figli, quindi non sapevo da che parte avvicinarmi Un abbraccio? Un invito a bere un caffè? Una sconosciuta non si farebbe certo chiamare da una zia appena incontrata. Proprio allora il telefono suonò; presi la chiamata, misi la piccola al sicuro e corsi via. Al ritorno trovai anche lei ancora lì, tremante.

Quella serata non riuscivo a togliere la sua immagine dalla testa, così decisi di telefonare alla mia vicina di casa per chiedere chi fossero gli abitanti del piano di sopra.

Da anni è vuoto, mi disse la signora Luisa Bianchi, e tu perché lo chiedi?

Oggi è passata una bambina che cercava la mamma

Luisa tacque, come se stesse ricordando qualcosa.

Forse è la figlia di Caterina è morta ormai. È rimasto solo il marito, con un neonato in braccio. Non ha più potuto stare lì, se nè andato, e da allora la casa è rimasta da sola. È una storia triste, sai?

Sei sicura, Luisa? Dovè adesso? chiesi.

Abitano non molto lontano, se ritorna di nuovo, portala a casa, mi indicò lindirizzo: Via Zuccheri 5.

Con il tempo la vicenda svanì nella routine quotidiana: lavoro, ritorni tardi, uscite al mattino presto. Ma la vigilia di Capodanno sentii di nuovo un lieve bussare e singhiozzi. Corsevo verso la porta e trovai la stessa piccola Cecchina, con gli occhi rossi di pianto.

Che ti è successo? Dovè papà? le chiesi.

È a casa, io cerco la mamma, sussurrò.

Ricordando di aver annotato lindirizzo, corsi a cercarlo, chiedendo a Cecchina di aspettare da me. Entrò, si guardò intorno, si mise a sedere su un pouf nel corridoio. Quando trovai finalmente il foglio che cercavo, la bambina, ormai addormentata, era rannicchiata in un piccolo bozzolo. La posai delicatamente sul divano del soggiorno e composi di nuovo il numero di Luisa.

Luisa Bianchi, scusi se la disturbo, le ho parlato della bambina che bussa al mio piano vuoto?

È la mia. Volevo portarla a casa, ma mentre cercavo lindirizzo è caduta addormentata. Temo che il padre continuerà a cercarla

Capisco, Luisa. Vivo proprio qui vicino, vado subito a vedere, rimanga in linea.

Grazie, posai la cornetta e, quasi involontariamente, mi persi a coccolare la piccola. Sistemai i suoi ricci ribelli, le accarezzai la spalla.

Sognavo tanto di avere figli, ma il destino aveva deciso altrimenti. Io e il mio ex, Marco, eravamo un tempo inseparabili; poi, quando pensavamo di mettere su famiglia, persi il primo bambino. Lo stress sul lavoro, gli esami, le notti insonni Quando scoprimmo di attendere di nuovo, mi licenziai, ma il nuovo bambino non sopravvisse neanche a lungo. Così, nonostante i tentativi, non diventai mai madre.

Marco se ne andò poco dopo. So che nella sua nuova famiglia è cresciuta una figlia, ma non ne sentii più parlare, lo cancellai dalla mia vita insieme a tutti gli amici in comune. Da allora vivo da più di sette anni in appartamenti in affitto.

Il mio pensiero fu interrotto da un nuovo bussare. Aprii la porta e non potevo credere ai miei occhi: cera Marco sullo stipite.

Marco? Che ci fai qui?

Sono venuto per la figlia Via Zuccheri 5, giusto?

Sì, esatto. È la tua bambina? Entra, sta dormendo. Ho già messo il bollitore sul fornello. Non mi aspettavo proprio una visita così, ma la vita a volte ci sorprende con scenari inaspettati.

Possiamo disturbare? Posso svegliare Cecchina e portarla a casa?

Lasciala dormire. Che è successo? È già venuta più volte a bussare al nostro palazzo.

Marco si strofinò gli occhi, poi iniziò a raccontare:

Qualche anno fa abitavamo in questo appartamento con Caterina. Lappartamento laveva ereditato dal nonno. Dopo il matrimonio ci siamo trasferiti qui. In poco tempo Caterina era raggiante, io ero al settimo cielo.

Ricordo il giorno in cui dovevo portarla in ospedale. Piangeva, era angosciata

Mi prese per mano, chiedendomi di occuparmi di nostra figlia se qualcosa le fosse capitato. Le cose peggiorarono, non riuscimmo a salvarla.

Mi dispiace tanto, le accarezzai la spalla. Vidi le lacrime tradirlo di nuovo, come se il dolore avesse accumulato troppa pressione.

Allora udii i piccoli passi di una bambina nella stanza.

Papà?

Marco corse verso di lei, la strinse forte.

Anita, perché sei scappata senza chiedere?

Voglio solo trovare la mamma.

La troveremo, ma prima andiamo a casa.

Grazie, Ilaria. Ti do il mio numero, Marco mi porse il biglietto da visita. Chiama se Anita torna qui. Siamo a due passi, ora conosce la strada.

E come ha saputo dellindirizzo? chiesi.

Lho mostrata io, sospirò. Dovevo prendere alcune cose, e Anita ha visto le foto di sua madre sui muri. Da quel momento sogna di rivederla. Io le dicevo che Caterina era andata via, ma sarebbe tornata.

Se ne andarono, ma pochi giorni dopo Marco mi chiamò. Ricominciammo a sentirci, a fare passeggiate in tre, a prendere un caffè o andare al cinema. Anita si affezionò a me, arrivando addirittura a chiamarmi mamma.

Ilaria, mi disse una sera, vieni a vivere con noi, basta gli appartamenti in affitto, Anita ti vuole tanto bene, la chiama spesso.

E tu?

Anche io abbassò lo sguardo, prese le mie mani. Mi sei mancata tantissimo. Perdona tutti i miei errori.

Da allora siamo insieme, cresciamo la nostra piccola felicità: Ginevra. Ogni giorno ringrazio il destino per questo dono inestimabile: essere moglie e madre.

E anche se Ginevra ha una sorellina rara, non mi impedisce di darle tutta lamore materno che ho da offrire.

quella sera, quando le luci dei fuochi dartificio dipinsero il cielo sopra il tetto di Via Zuccheri, ci ritrovammo tutti stretti intorno al tavolo della cucina, con le mani intrecciate e gli occhi colmi di una gratitudine che non avevamo mai saputo di possedere.

Anita, che ormai chiamava Ilaria mamma, si avvicinò al fornello e accese un piccolo candeliere, la fiamma tremolante riflessa negli occhi di Ginevra, la cui sorellina, con il suo sorriso timido, le teneva la mano. Il loro respiro si mescolava a quello di noi adulti: un ritmo lento, rassicurante, che parlava di un futuro costruito su frammenti di ricordi spezzati e su nuove promesse.

Marco, con la voce rotta dal silenzio, lesse ad alta voce il biglietto che aveva scritto anni prima, quando aveva creduto di aver perso tutto: Ti cercherò fino allultimo angolo del mondo. Il suo sguardo incontrò quello di Ilaria, e in quel piccolo gesto di riconciliazione si spalancò una porta che nessuno aveva osato più aprire.

Il suono del brindisi si levò, le bollicine scivolarono nei bicchieri e, per la prima volta in tanto tempo, sentimmo il peso della perdita trasformarsi in una leggera brezza di speranza. La porta dellappartamento sopra di noi, rimasta vuota per anni, rimase chiusa, ma il suo silenzio non era più una ferita; era il luogo dove, senza sapere, avevamo custodito la nostra capacità di amare senza condizioni.

Mentre lanno vecchio svaniva, sentii una mano minuscola stringere la mia. Era Anita, che mi guardava con gli occhi grandi come il mare e sussurrava: Mamma, adesso siamo tutti a casa. E in quel sussurro trovai la risposta che avevo cercato per tutta la vita: la famiglia non è solo sangue, è il coraggio di aprire il cuore quando il mondo sembra averlo chiuso.

Con un ultimo brindisi, la notte si chiuse su di noi, su una casa che, finalmente, pulsava di vita vera, e su un futuro che, per la prima volta, sembrava veramente nostro.

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