Restiamo qui fino a giugno!»: Come ho mandato via la sfrontata parentela di mio marito e cambiato la serratura.

Il citofono non squillò: urlò, come se volesse svegliare tutto il condominio.

Guardai l’orologio: sette del mattino, sabato.

L’unico giorno buono per dormire, dopo una settimana di bilanci e scadenze.

Sullo schermo comparve la faccia di mia cognata Simona.

Dietro di lei, tre testoline spettinate.

— Marco! — gridai senza staccare il ricevitore. — C’è la tua famiglia.

Mio marito uscì dalla camera, i bermuda infilati al contrario.

Capiva dal mio tono che la pazienza era finita.

Io ero già nell’ingresso, braccia conserte.

Quel trilocale a Milano l’avevo comprato io, due anni prima del matrimonio.

Ogni centesimo del mutuo, sudato da sola.

La porta si spalancò ed entrò una carovana.

Simona, carica di borsoni, non salutò nemmeno.

Mi spinse di lato come se stessi in mezzo io, in casa mia.

— Finalmente! — sospirò, buttando le borse sul gres. — Maddalena, metti su il bollitore!

— Simona, — dissi piano. — Che succede?

— Non te l’ha detto Marco? Lavori in casa nostra, totali. Restiamo solo una settimana.

Guardai mio marito. Fissava il soffitto, colpevole.

— Marco?

— Maddalena, dai… è mia sorella. Sette giorni soltanto.

— Sette, — scandii. — Il cibo ve lo comprate voi. Dopo le dieci, silenzio.

— Che carceriera, — borbottò Simona. — Dove dormiamo, almeno?

Così iniziò l’inferno.

La settimana diventò due, poi tre.

Scarpe ovunque nell’ingresso, briciole in cucina, macchie sul quarzo.

Simona si comportava da padrona.

— Il frigo è vuoto! — si lamentò una sera. — Ai bambini servono gli yogurt!

— Hai la tua carta, sotto c’è la Coop, — risposi senza alzare gli occhi.

— Taccagna, — sbatté lo sportello.

Ma il punto di rottura arrivò dopo.

Tornai prima dal lavoro e trovai i nipoti in camera mia.

Il materasso ortopedico, saltellato come un trampolino.

La parete, disegnata col mio rossetto Tom Ford, edizione limitata.

— Fuori! — urlai, e scapparono.

Simona vide i danni e alzò le mani.

— Sono bambini! Il rossetto lo ricompri. E comunque, i lavori vanno per le lunghe. Restiamo fino a giugno!

Marco, muto accanto a me, uno straccio.

Non dissi nulla. Mi chiusi in bagno, contai fino a cento.

Quella sera Simona lasciò il cellulare in cucina.

Uno squillo, un messaggio: «Simona, ho fatto il bonifico. Gli inquilini chiedono di restare fino ad agosto.»

Poi la notifica della banca: «Accredito: +820 euro».

Tutto chiaro, finalmente.

Nessun lavoro in casa sua: aveva affittato il suo bilocale e viveva a scrocco da me.

Feci una foto allo schermo, mano ferma, rabbia fredda.

— Marco, vieni, — chiamai.

Vide la foto, sbiancò, poi arrossì.

— Madda… forse è uno sbaglio?

— Lo sbaglio è che non li hai ancora cacciati. Domani a pranzo o loro non ci sono, o non ci sei tu.

— Ma dove vanno?

— Non m’importa. Sotto i portici, dalle suore. Non mi riguarda.

La mattina dopo Simona uscì a comprare stivaletti, lasciando i bambini a Marco.

— Marco, porta i bambini al parco. Non tornare presto.

— Perché?

— Disinfestazione da parassiti.

Chiamai il fabbro, poi la Polizia Locale.

Finita l’ospitalità, iniziava la bonifica.

Il fabbro, tatuato e veloce, cambiò la serratura in poco tempo.

— Signora, qui non entra nessuno senza demolire tutto.

— Perfetto. Voglio stare tranquilla.

Pagai, e la pace valeva ogni euro.

Poi i sacchi neri, uno dopo l’altro.

Reggiseni, collant, giochi dei bambini, tutta la cosmetica di Simona.

Quarantacinque minuti e in pianerottolo una montagna di sacchi, due valigie accanto.

Arrivò l’agente, io già con i documenti pronti.

— Buongiorno, maresciallo. Proprietaria sono solo io.

— Parenti? — chiese lui, spulciando i fogli.

— Ex, — sogghignai. — Questione familiare degenerata.

Simona arrivò un’ora dopo, pacchi della Rinascente in braccio.

Il sorriso si spense davanti ai sacchi e alla polizia.

— Che succede?! Sono mie cose!

— Esatto. Prendile e vattene.

Provò a entrare, l’agente la bloccò.

— Signora, residenza qui? Registrazione?

— Sono la sorella di Marco! Ora lo chiamo!

Chiamò, nessuna risposta.

Marco aveva trovato finalmente la spina dorsale.

— Non puoi cacciarmi! Dove vado con i miei figli?

— Non mentire, — feci un passo avanti. — Saluta Maria per me. Chiedile se gli inquilini restano fino ad agosto.

Si gelò, bocca aperta.

— Tu… come…

— Bisogna imparare a bloccare lo schermo. Hai divorato il mio frigo, rovinato casa mia, e intanto incassavi l’affitto.

Abbassai la voce.

— Prendi i sacchi e sparisci. Se ti rivedo, segnalo tutto: affitti in nero, evasione. E denuncio un furto. Mi manca un anello.

L’anello era in cassaforte, ma lei non poteva saperlo.

— Sei una strega, Maddalena, — sibilò, caricando i sacchi in macchina.

Marco tornò quella sera, silenzioso, gli occhi bassi.

— Hai fatto bene, — disse piano. — Io non ce la facevo a dirlo.

— Lo so. Per questo l’ho fatto io.

Da allora, niente più chiavi di riserva per nessuno.

Niente più citofoni che urlano al sabato mattina.

La casa è tornata mia, silenziosa, pulita, in pace.

Simona non si è più fatta sentire.

Ogni tanto Marco chiede notizie dei nipoti, io non rispondo.

La serratura nuova regge ancora, salda come una promessa.

Casa mia, regole mie: punto.

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Restiamo qui fino a giugno!»: Come ho mandato via la sfrontata parentela di mio marito e cambiato la serratura.