La nonna Paola smise di lavorare all’uncinetto e tese l’orecchio. Qualcuno stava armeggiando con la serratura della porta d’ingresso. Un rumore familiare, ma a quell’ora non se lo aspettava. Erano quasi le dieci di sera, i vicini dormivano già, e la nipotina Giulia veniva solo nei weekend.
La serratura scattò, la porta cigolò. Nell’ingresso risuonarono passi pesanti e un respiro affannoso.
«Chi è?» gridò Paola, afferrando il bastone accanto alla poltrona.
«Mamma, sono io» rispose una voce che conosceva bene.
Il cuore le fece un tuffo. Non sentiva quella voce da più di un anno. Suo figlio Matteo era uscito di casa dopo un’ennesima sbronza e non si era più fatto vedere. Ogni tanto mandava un messaggio per dire che era vivo, e basta.
«Matteo?» chiamò incerta.
«Sì, mamma, sono io. Non spaventarti.»
Paola si alzò dalla poltrona e, appoggiandosi al bastone, si diresse verso l’ingresso. Accese la luce. Sulla soglia c’era suo figlio, con la barba incolta, una giacca sgualcita e i jeans sporchi. Sembrava malconcio, ma almeno era sobrio.
«Matteo!» lo abbracciò, ignorando il suo odore. «Figlio mio, quanto mi sei mancato!»
«Anche a me, mamma. Perdonami» la strinse a sé. «So di aver combinato guai.»
Paola si tirò indietro e lo guardò negli occhi. Era dimagrito, gli occhi scavati, ma lo sguardo era lucido. Niente alcol.
«Entra, entra» si affrettò a dire. «Siediti, ti scaldo qualcosa da mangiare.»
«Aspetta, mamma» Matteo le prese una mano. «Non sono venuto da solo.»
«Come non da solo?»
Si voltò verso la porta e chiamò con dolcezza:
«Vieni, non aver paura.»
Da dietro di lui sbucò una figurina esile. Una bambina di cinque o sei anni, con un vestitino rosa sporco e sandali consunti. Capelli biondi ricci, occhi grandi e grigi pieni di timore.
Paola trattenne il fiato.
«Chi è?»
«Mamma, ti presento Beatrice» Matteo posò una mano sulla spalla della piccola. «Mia figlia.»
«Tua figlia?» Paola cadde sullo sgabello nell’ingresso. «Che figlia? Da dove?»
«È una storia lunga, mamma. Prima diamo da mangiare a Bea, laviamola, è stanca, abbiamo viaggiato tutta la giornata.»
Beatrice si stringeva a suo padre, senza parlare. Solo gli occhi grandi scrutavano tutto, osservando l’ambiente nuovo.
«Sì, certo» Paola si riprese. «Piccola, hai fame? Vuoi qualcosa da mangiare?»
La bambina annuì, ma non si staccò da Matteo.
«Venite in cucina» Paola, zoppicando, li precedette. «Vi preparo qualcosa.»
Matteo sedette a tavola con la figlia. Beatrice si guardava intorno curiosa. La cucina di Paola era piccola ma accogliente: fiori sul davanzale, tendine di pizzo, una caffettiera sulla mensola.
«Mamma, hai qualcosa per lei? Latte, un po’ di pasta?» chiese Matteo.
«C’è il latte, lo scaldo. E faccio la pastina in un attimo» si affrettò Paola. «Ti piace la pastina, piccola?»
Beatrice annuì di nuovo.
Mentre la nonna cucinava, Matteo spiegò alla figlia dove si trovavano.
«Questa è la casa della nonna» le disse piano. «Dove sono cresciuto io. Vedi quei fiori belli? Domani mattina, se non piove, ti porto in cortile. C’è un’altalena.»
«E la mamma quando arriva?» chiese Beatrice per la prima volta con una vocina sottile.
Matteo esitò.
«Bea, la mamma non arriva. Te l’ho spiegato, ricordi?»
La bambina abbassò lo sguardo.
«È morta?»
«Sì, tesoro. È morta.»
Paola, che stava voltata verso i fornelli, trasalì. Quale madre? Cos’era successo? Quante sorprese aveva ancora Matteo per lei?
Mise davanti a Beatrice una scodella di pasta al burro e un bicchiere di latte caldo.
«Mangia, tesoro. Poi ti lavi e vai a dormire.»
Beatrice assaggiò con cautela. Dovette piacerle, perché iniziò a mangiare con gusto.
«È buona?» chiese Paola.
«Sì» annuì la piccola a bocca piena.
«Brava. Mangia, mangia.»
Anche Matteo mangiò, anche se senza appetito. Non faceva che guardare la figlia, aggiustarle il tovagliolo, avvicinarle il latte.
«Matteo» disse piano Paola «dobbiamo parlare.»
«Lo so, mamma. Ma prima mettiamo Bea a letto.»
La bambina aveva già gli occhi pesanti. Il viaggio doveva essere stato lungo.
«Vieni, angioletto» Paola le prese la mano. «Ti laviamo e poi a dormire.»
In bagno, aiutò Beatrice a spogliarsi. Il vestitino era davvero sporco, i sandali a pezzi. Sotto i vestiti, scoprì un corpicino magro pieno di lividi.
«Beatrice, cos’è questo?» chiese delicata, indicando le macchie scure.
«Sono caduta» rispose breve la piccola.
«Cadi spesso?»
Beatrice scrollò le spalle, senza rispondere.
Paola riempì la vasca di acqua tiepida e vi adagiò la nipotina. Beatrice stava zitta, giocava con la schiuma, ogni tanto guardava la nonna.
«Come ti chiami?» domandò all’improvviso.
«Paola Antonietta. Ma puoi chiamarmi nonna.»
«Nonna» ripeté Beatrice, come se assaporasse la parola.
«Brava. Quanti anni hai?»
«Cinque. Presto sei.»
«Grande già. Tra poco vai a scuola.»
Beatrice annuì.
«La mamma diceva che sono brava. So già leggere un po’.»
«Che intelligente! Domani leggi per me, va bene?»
La bambina sorrise per la prima volta da quando erano arrivate.
Dopo il bagno, Paola avvolse Beatrice in un asciugamano grande e la portò in camera. Non aveva un letto per lei, così la mise nel suo.
«Dormirai qui» le disse, coprendola. «Io vado sul divano.»
«No» si spaventò Beatrice. «Sono piccola, non occupo spazio.»
«Va bene» Paola sorrise. «Allora dormiamo insieme.»
Beatrice sospirò contenta e chiuse gli occhi. In pochi minuti si addormentò.
Paola uscì piano dalla camera e raggiunse Matteo in cucina. Lui era seduto a fumare.
«Non fumare in casa» disse.
«Scusa» buttò la sigaretta. «Sono nervoso.»
«Non c’è da stupirsi. Ora raccontami tutto.»
Matteo si strofinò il viso.
«È complicato, mamma.»
«Ho tempo.»
Si alzò, fece due passi, si risedette.
«Ti ricordi quando me ne andai un anno e mezzo fa? Dopo quella lite con i vicini?»
«Sì. Eri ubriaco, facevi casino.»
«Esatto. Mi vergognavo. Pensai che andarmene fosse meglio che continuare a umiliarti.»
Paola tacque. Quel giorno lo ricordava bene. Matteo era tornato ubriaco, aveva litigatoE quella notte, mentre Beatrice dormiva serena accanto a lei, Paola capì che la vita le aveva donato una seconda possibilità: poter essere di nuovo una famiglia, stavolta per davvero.





