Ah, se avessi saputo come sarebbe andata a finire…
L’autobus sobbalzava sulle buche della strada. L’autista bestemmiava, evitando le pozzanghere che riempivano la carreggiata, qualche volta addirittura invadendo la corsia opposta. C’era poca gente a bordo, dopotutto era giorno lavorativo.
Giorgio fissava dalla finestra la neve annerita e sciolta. Ancora un po’ e sarebbe scomparsa del tutto, e poi l’estate sarebbe arrivata in un batter d’occhio. A un altro sobbalzo, l’autista lasciò sfuggire un’altra bestemmia colorita.
«Così finiamo per perdere anche le ruote».
Finalmente, davanti a loro apparve il cancello del cimitero, oltre il quale si stagliavano file di lapidi.
Ogni volta che veniva qui, Giorgio era assalito da un senso di angoscia, dall’idea della vita che scorre via in fretta, inesorabile. Pensare che un giorno anche lui avrebbe trovato riposo in quel posto lo turbava. Non veniva per desiderio del cuore, ma per rispetto di un rituale. Così bisognava fare – visitare le tombe dei propri cari in date precise. Si sentì in colpa per quei pensieri e sospirò rumorosamente.
L’autobus si fermò davanti al cancello. Le porte si spalancarono con un cigolio, e i passeggeri scesero, stirandosi le gambe. La gente si diresse subito verso le bancarelle di fiori artificiali allineate lungo il recinto. Anche Giorgio vi si avvicinò lentamente, cercando dei fiori freschi. I petali colorati, impregnati di cera, gli davano quasi le vertigini. Alla fine della fila, notò una donna con un secchio pieno di garofani rossi.
Ne comprò quattro e varcò il cancello. I sentieri erano invasi da pozzanghere. Cercava di evitarle, ma sotto la neve sciolta lungo il cammino l’acqua schioccava ugualmente. Rimpiangeva di aver messo quegli stivali vecchi.
Arrivò quasi ai margini del boschetto e svoltò a sinistra. Trovò subito la tomba di sua moglie, riconoscendola dalla croce. «Dovrei mettere una lapide. O forse aspettare? Magari nostro figlio ne farà una per entrambi…». Intorno, non c’erano più croci temporanee. Osservò la città silenziosa dei morti che si estendeva davanti a lui. Tante nuove tombe erano comparse dall’ultima volta che era venuto, in autunno.
Oltrepassò la bassa inferriata e si fermò sulla neve ammaccata, pestandola per compattarla. Sentì che, comunque, si era bagnato i piedi.
«Ciao, Elisa».
Dalla foto sbiadita, incorniciata e appoggiata alla croce, sua moglie gli sorrideva. Amava quella fotografia. La ricordava così, anche se qui lei aveva solo trentasei anni.
Rivide quel compleanno. Era corso a comprare dei fiori, e al suo ritorno Elisa era già sveglia, vestita con un abito nuovo. Lui le aveva regalato degli orecchini d’oro. Li aveva subito infilati alle orecchie, sorridendo felice. Lui aveva immortalato quel momento. Sembrava ieri…
«Buon compleanno. Oggi ne avresti compiuti cinquantasei». Giorgio cercò il posto migliore per i garofani.
La tomba era coperta di fiori finti, conficcati nel terreno. Loro non si erano scoloriti, sembravano appena posati lì.
Si chinò, estrasse dal manto nevoso un rametto di fiori gialli davanti alla croce e lo ripiantò ai piedi della tomba. Al suo posto, mise i garofani. La terra era gelata, impossibile infilzarli, e comunque la neve si sarebbe sciolta presto, lasciandoli cadere. Sembravano modesti accanto ai finti boccioli sgargianti. Ma almeno erano vivi.
«Mi manchi. Ma non posso venire qui spesso. Perdonami, non essere arrabbiata. Io avrei meritato di stare qui, non tu. Ma la vita ha deciso così…».
Parlò a lungo, raccontando novità, fissando il ritratto, finché le gambe non gli si intorpidirono. Il gracchiare dei corvi rompeva di tanto in tanto il silenzio, rendendo tutto ancora più triste e inquietante.
«Devo andare, Elisa. Ho messo questi stivali vecchi e mi sono bagnato i piedi. E non c’è più nessuno che mi sgridi. Tornerò dopo Pasqua, quando sarà asciutto. Allora pulirò la tua tomba, porterò una foto nuova, uguale a questa. Sei troppo bella qui. Perdonami per tutto». Sospirò, superò l’inferriata e, senza voltarsi, si incamminò verso l’uscita.
Alla fermata c’erano già alcune persone in attesa. Quando finalmente salì sull’autobus, non sentiva quasi più le dita dei piedi.
Arrivò a casa a stento. Si tolse subito gli stivali e i calzini bagnati, mise l’acqua a bollire e, quando fu pronta, bevve due tazze di tè con il miele. Indossò calzini di lana asciutti, accese la televisione e si distese sul divano. Passava un film qualunque. Il tè lo aveva intorpidito, e il sonno lo stava prendendo…
***
Maria era arrivata al cantiere dopo il liceo tecnico. Giovane, occhi grandi, lentiggini sul naso, un sorriso che sembrava il sole primaverile dopo la pioggia. Giorgio non riusciva a distogliere lo sguardo da lei. Aveva una moglie, un figlio alle elementari, ma non poteva fare a meno di guardare quella ragazza. E cosa avrebbe dovuto fare, se continuava a incrociarla? Non poteva certo distogliere lo sguardo.
Poco prima di Natale, si incontrarono alla fermata dell’autobus. Maria si stringeva nel cappotto. I suoi occhi riflettevano le luci dei lampioni. Giorgio la guardava di sfuggita. Quando arrivò l’autobus, si fece largo e salì dietro di lei, sedendosi accanto.
«Ciao, Maria. Torni a casa?» chiese, per rompere il ghiaccio.
«Sì. E tu?»
«Anch’io». Tacque un attimo. «Hai già addobbato l’albero?»
«No. Mio padre prendeva sempre un abete vero. Era sul balcone. Il trenta dicembre lo decoravamo tutti insieme. Che profumo in casa! E subito sembrava Natale».
«Ma oggi è il trenta dicembre. Hai un abete vero sul balcone?» chiese Giorgio.
Maria rise, una risata fresca e allegra. Giorgio ne fu incantato.
«I miei genitori sono lontani, e io ho un albero finto. Quando torno a casa, tiro fuori la scatola, lo assemblo e lo addobbo. Metterò anche le caramelle, come faceva mia mamma. Poi berrò il tè e me lo godrò». Rise di nuovo.
Giorgio si immaginò la stanza, l’albero, Maria con le guance rosse che allungava una mano per appendere una pallina… E in cucina il bollitore che cantava…
«Posso venire da te? A trovarti?» chiese, senza sapere perché.
«Perché?» lei si confuse.
«Per aiutarti con l’albero. Poi berremo il tè insieme». Si vergognò della sua audacia. Cosa avrebbe pensato di lui? Si affrettò ad aggiungere:
«L’hai detto in modo così carino, del tè, dell’albero… Sai, mia moglie e mio figlio hanno già addobbato il nostro due settimane fa. Sono tornato dal lavoro ed era già pronto. Mio figlio non ha resistito. Forse ci sonoE poi, finalmente, capì che la vera pace non sarebbe mai arrivata se non avesse imparato a perdonare se stesso.





