— Signora Ganna Vasili, è fondamentale che la ragazza continui a studiare; menti brillanti come la sua sono rare, ha un dono unico per le lingue e la letteratura. Se solo poteste ammirare le sue opere!

Giovanna Bianchi, la bambina deve continuare a studiare. Teste così luminose non si incontrano spesso. Ha un dono speciale per le lingue, per la letteratura. Se solo poteste leggere le sue opere!
Mia figlia aveva tre anni quando l’ho trovata, sepolta nel fango, sotto il ponte di San Martino. L’ho accolta come una figlia, nonostante i pettegolezzi che correvano dietro le porte. Ora è maestra in città, e io vivo ancora nella mia casetta di campagna, stringendo i ricordi come perle preziose.

Il pavimento scricchiola sotto i miei piedi devo sistemarlo, ma non ho più la forza. Mi siedo al tavolo, apro il mio vecchio diario. Le pagine ingiallite ricordano le foglie dautunno, ma linchiostro conserva ancora i miei pensieri. Fuori soffia il vento; il betulla batte il ramo, come se volesse entrare.

Perché ti sei alzata così di soprassalto? le dico. Aspetta, la primavera arriverà.

Parlare con un albero sembra assurdo, ma quando si è soli tutto sembra prendere vita. Dopo la guerra ero rimasta vedova il mio Stefano è morto. Lultima sua lettera è ancora sullo scaffale, ingiallita, piegata, lho letta mille volte. Scriveva che sarebbe tornato presto, che mi amava, che avremmo vissuto felici E una settimana dopo ho scoperto che non sarebbe più tornato.

Dio non mi ha dato altri figli, forse è meglio così a quei tempi nutrire un neonato era impossibile. Il capo del comune, il dottor Nicola, mi confortava:

Non piangere, Giovanna. Sei ancora giovane, ti sposerai.

Non voglio più sposarmi, risposi ferma. Ho amato una volta, è abbastanza.

Nel comune lavoravo dal sorgere al tramonto. Il caposquadra Pietro a volte urlava:

Giovanna Bianchi, è ora di tornare a casa, è già tardi!

Arrivo, rispondevo, finché le mani lavorano, lanima non invecchia.

La mia piccola azienda comprendeva una capra, Mimì, testarda come me, e cinque pulcini, che al mattino mi svegliavano meglio di qualsiasi gallo. La vicina Claudia scherzava:

Non sei per caso una quercia? Perché le tue galline cantano prima di tutti!

Cultivavo patate, carote, barbabietole, tutto dalla terra. In autunno preparavo conserve cetrioli sottaceto, pomodori, funghi marinati. Linverno aprivo una barattola e sembrava che lestate tornasse a casa.

Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Marzo piovoso, freddo. Al mattino pioveva a dirotto, di sera era gelido. Andai nel bosco a raccogliere legna per il fuoco. Il bosco era pieno di rami caduti dopo le tempeste invernali; ne colsi un mucchio, attraversai il ponte antico e sentii un pianto. Allinizio pensai fosse solo il vento, ma era un pianto infantile, chiaro e disperato.

Scendendo sotto il ponte vidi una bambina piccola, tutta coperta di fango, il vestito bagnato e strappato, gli occhi pieni di terrore. Quando mi vide, si fermò, tremante come una foglia di pioppo.

Chi sei, piccolina? sussurrai, cercando di non spaventarla ancora di più.

Il silenzio. Solo gli occhi che lampeggiavano. Le labbra erano blu per il freddo, le mani rosse e gonfie.

È congelata, mormorai a me stessa. Vieni, ti porto a casa, ti riscalderò.

La sollevai, leggera come una piuma, la avvolsi nella mia sciarpa e la strinsi al petto. Chi avesse potuto abbandonare un bambino sotto un ponte? Il pensiero mi tormentava.

Non mi servì più la legna; la lasciai lì. Per tutto il tragitto la bambina rimase in silenzio, stringendo le mie braccia con le dita gelate.

Arrivata a casa, le voci del villaggio corsero veloci. Claudia fu la prima a bussare:

Signora, dove lha trovata?

Sotto il ponte, risposi. Pareva abbandonata.

Che tragedia si scosse. E ora cosa farà?

La terrò con me, dissi.

Allora Marta, la vecchietta del vicinato, si avvicinò:

Sei impazzita, Giovanna? Che farai di quella bambina?

Farò con lei quello che Dio mi darà, replicai.

Accesi il focolare il più presto possibile e feci scaldare lacqua. La bambina, magra, con le costole sporgenti, era tutta in lividi. La immersi in acqua calda, la avvolsi nella mia vecchia maglia, perché non avevo altro abbigliamento per una bimba.

Vuoi mangiare? chiesi.

Annui con un filo di voce. Le diedi il minestrone di ieri, spezzoni di pane. Mangiava con avidità ma con delicatezza, segno che non era una ragazzina di strada.

Come ti chiami?

Il silenzio rimase. Forse aveva paura o semplicemente non sapeva parlare.

La sistemai sul mio letto, mi sdraiai su una panca. Durante la notte mi svegliavo più volte per controllare il suo sonno; la vedevo rannicchiata, a volte piangeva nel sonno.

Al mattino mi recai al consiglio comunale per denunciare il ritrovamento. Il sindaco, il dottor Ivan, alzò solo le mani:

Non ci sono state segnalazioni di scomparsa. Forse qualcuno lha lasciata qui

E ora?

La legge dice che deve andare in un orfanotrofio. Chiamerò il distretto oggi stesso.

Il mio cuore si strinse:

Aspetti, signor Ivan. Darmi tempo, forse i genitori compariranno. Finché non trovo unaltra sistemazione, la terrò con me.

Giovanna Bianchi, rifletti bene

Non cè nulla da decidere. È già stato deciso.

La chiamai Giulia, in onore di mia madre. Sperai che i genitori si facessero vivi, ma non vennero mai. Grazie a Dio, mi legai a lei con tutto il cuore.

Allinizio era muta, solo gli occhi scrutavano la stanza, come se cercassero qualcosa. La notte si svegliava gridando, tremava. La stringevo, le accarezzavo la testa:

Non piangere, piccolina, tutto andrà bene.

Con i miei vecchi tessuti le feci dei vestiti, li tintei di blu, verde, rosso. Il risultato era semplice, ma allegro. Claudia, vedendo, sbottò:

Giovanna, hai le mani doro! Pensavo che con la pala fossi brava solo a scavare.

La vita mi insegna a essere sarta e balia, risposi, felice del complimento.

Marta, però, non smise di biasimarmi:

Non è buona cosa, prendere un bambino così La madre deve essere stata indegna.

Taci, Marta! la interruppi. Non è il tuo compito giudicare i peccati altrui. Questa bambina è ora mia, punto.

Anche il direttore del comune, inizialmente scettico, suggerì:

Pensa, Giovanna, forse è meglio mandarla in un orfanotrofio, dove la nutriranno e la vestiranno.

E chi la amerà? ribattii. In un orfanotrofio ci sono già troppi orfani.

Lui sbatté la mano, poi cominciò a inviare latte e farina.

Piano piano Giulia si sbloccò. Prima una parola, poi frasi intere. Ricordo la prima risata: era così forte che la mia sedia vacillò mentre stavo appuntando le tende. Mi sedevo sul pavimento, gemevo, e lei scoppiava a ridere, cristallina, infantile. Il mio dolore svanì con quel suono.

Aiutava in giardino, portava una piccola rastrelliera, camminava fiera, ma finiva più per scavare erbacce che per farle crescere. Non mi lamentai, al contrario, mi rallegrai di vederla vivere.

Poi la febbre la colpì. Giulia, rossa e delirante, giaceva a terra. Corsi dallinfermiere del paese, il dottor Semen:

Per lamor di Dio, aiutami!

Lui alzò le mani:

Che medicine? Ho solo tre compresse di aspirina per il comune. Aspetta, forse la prossima settimana arriverà qualcosaltro.

Una settimana? urrai. Potrebbe non arrivare più!

Corse fuori, per nove chilometri di strade fangose, i sandali rotti, i piedi a brandelli, finché arrivò allospedale. Lì, il giovane dottor Alessio mi guardò, coperta di fango:

Aspetti qui.

Mi portò i farmaci e mi spiegò come somministrarli:

Non servono soldi, solo cuore.

Per tre giorni non lasciai il suo letto. Pregai, cambiavo le medicazioni. Il quarto giorno la febbre cedette, aprì gli occhi e sussurrò:

Mamma, voglio bere.

Mamma per la prima volta mi chiamò così. Piangei di gioia, di stanchezza, di tutto insieme. Lei mi asciugò le lacrime con la mano:

Mamma, ti fa male?

No, è solo felicità, piccolina, risposi.

Dopo la malattia, Giulia divenne dolce, chiacchierona. Entrò a scuola, e la maestra, la signora Maria, la lodava:

Che ragazza brillante, capisce subito!

Il villaggio smise di sussurrare alle nostre spalle. Anche Marta, la vecchia, iniziò a offrirci dolci. Dopo una notte di gelo, quando non aveva legna, Giulia le portò del fuoco:

Mamma, andiamo a vedere la signora Marta? Fa freddo da sola.

Diventarono amiche; Marta le raccontava storie, le insegnò a tessere, e non parlò più di bambini abbandonati.

Il tempo passò. Giulia compì nove anni quando raccontò del ponte. Eravamo seduti la sera, io rammendavo calze, lei dondolava la sua bambola di stoffa, cucita da lei.

Mamma, ti ricordi quando mi hai trovato?

Il mio cuore balzò, ma tenni la calma:

Sì, piccola.

Io ricordo un po. Faceva freddo, era spaventoso. Cera una donna che piangeva e poi se ne andò.

Le mie mani tremarono.

Non ricordo il suo volto, solo la sciarpa azzurra. E continuava a dire: Perdonami, perdonami

Giulia

Non piangere, mamma, non mi mancano. A volte ricordo, ma sai una cosa? sorrise allimprovviso. Sono felice che tu mi abbia trovato.

La abbracciai forte, sentendo un nodo al collo. Quanto mi chiedevo chi fosse quella donna in sciarpa blu, perché avesse lasciato un bambino al ponte. Forse la fame, forse luomo che beveva, chissà. Non è compito mio giudicare.

Quella sera non riuscii a dormire. Il pensiero girava: il destino si gira, la solitudine mi ha temprato, ma alla fine ha preparato il terreno per accogliere un’anima perduta.

Da quel giorno Giulia iniziò a chiedermi del suo passato. Io le raccontavo, cercando di non ferire:

A volte la vita costringe le persone a scelte impossibili. Forse tua madre soffriva molto.

Non avresti mai potuto farlo? mi chiedeva, fissandomi negli occhi.

Mai, risposi ferma. Sei la mia gioia, il mio tesoro.

Gli anni volarono. Giulia fu la prima della sua classe a laurearsi. Un giorno, entrando a casa, esclamò:

Mamma, oggi in classe mi hanno detto che ho talento!

La maestra, la signora Maria, spesso mi parlava:

Giovanna Bianchi, la bambina deve continuare a studiare. Teste così brillanti non si trovano spesso. Ha un dono per le lingue e la letteratura. Se solo poteste leggere le sue composizioni!

Dove farà gli studi? sospirai. Non abbiamo soldi

Ti aiuterò a prepararti, gratis. È un peccato se un talento rimane sepolto.

Così la signora Maria iniziò a fare lezioni private a Giulia. La sera, nella mia cucina, preparavo tè con marmellata di ribes, ascoltando le loro discussioni su Dante, Leopardi, Manzoni. Il mio cuore si riempiva: la mia piccola afferrava tutto, capiva tutto.

Al nono anno, Giulia si innamorò per la prima volta, di un ragazzo nuovo del villaggio, arrivato con la famiglia. Scriveva poesie su un quaderno nascosto sotto il cuscino. Io fingevo di non accorgermi, ma il cuore mi sanguinava: il primo amore è sempre dolce e amaro.

Dopo il diploma, Giulia si iscrisse alluniversità di insegnamento. Le passai tutti i risparmi, vendetti la mucca Zora fu un dolore dire addio alla bestia, ma era necessario.

Non è necessario, mamma, protestò Giulia. Come farò senza la mucca?

Non importa, risposi. Abbiamo patate, le galline depongono. Tu devi studiare.

Quando arrivò la lettera di ammissione, il villaggio intero festeggiò. Il capo del comune, Nicola, venne a congratularsi:

Brava, Giovanna! Hai cresciuto una figlia, lhai istruita. Ora il nostro villaggio avrà una studentessa.

Ricordo il giorno in cui partì. Alla fermata dellautobus, mi abbracciò, le lacrime scivolavano.

Scriverò ogni settimana, mamma. Tornerò durante le vacanze.

Scriverai, dissi, sentendo il cuore spezzarsi.

Lautobus scomparve dietro la curva, io rimasi lì a guardare. Claudia si avvicinò, mi prese le spalle:

Andiamo, Giovanna, il lavoro non manca.

Sai, Claudia, dissi, sono felice. Ho un figlio, anche se non di sangue, è un dono di Dio.

Mantenni la promessa, scrivevo lettere ogni mese. Ogni missiva era una festa, la leggevo e la rileggevo, memorizzavo ogni riga. Parlava di studi, di nuove amiche, della città, ma tra le righe cera sempre la nostalgiaE mentre il tramonto tingeva di rosso i campi intorno al villaggio, sentii il suono della sua voce nelleco del ricordo, promettendomi che nessuna distanza avrebbe mai spezzato il legame che avevamo forgiato sotto quel vecchio ponte.

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