Tania, non offenderti con me, non vivrò più con te.

15 febbraio 2026

Caro diario,

oggi ho dovuto affrontare un ricordo che mi tormenta da anni, e la nostalgia mi ha colto di sorpresa, quasi come un vento gelido che entra dalle finestre di primavera.

«Sergio, non arrabbiarti con me, non vivremo più insieme», mi aveva detto Ginevra, gli occhi fissi sul mio volto, un velo di rossore che le tintinnava sulle guance.
«Ho già detto tutto, Tatiana» avevo risposto, ma la sua voce era ormai un eco lontano.

Irene Bianchi venne al mondo quando io ero al primo anno delle elementari. Ricordo ancora sua madre, la famosa e splendida Lara, con il suo pancione enorme, e il padre fiero, Giulio. Lara spingeva la carrozzina dalle porte del cortile, una scena che per me era quasi una magia.

Crescere è stato un percorso incrociato: io divenni un ragazzino, Irene una bambina che, con un vestito rosso e un grande fiocco biondo sulla testa, sbucava dal portone di casa dei Bianchi, correva verso il giardino e, insieme alle amiche, costruiva una casetta di legno vicino al boschetto.

Io osservavo tutto dalla finestra della mia casa, posta dallaltra parte della strada, proprio di fronte alla loro dimora. Un giorno Lara mi chiese: «Sergio, porta a casa Irene, per favore!» E così, per quasi un anno, mi occupai della piccola di prima elementare.

Allinizio andavamo a scuola in silenzio; Irene, impaziente, iniziò a raccontarmi aneddoti delle lezioni, e il suo orario finiva prima del mio. Aspettava pazientemente il mio arrivo, e talvolta tornavo a casa accompagnato da compagni di classe, con Irene che camminava al loro fianco. Mi abituai a incontrarla al cancello al mattino, a prendere la sua mano e a raggiungere insieme la scuola.

Nel settembre successivo Irene mi chiese timidamente il permesso di andare con le amiche. Da allora le bambine passavano davanti a me, mentre io mi tenevo a una certa distanza, pronto a intervenire se necessario. E così è successo: un giorno un’oca, con il collo curvo e le ali sbattenti, bloccò il sentiero; le ragazze avevano paura di attraversare. Io mi piazzai tra loro e luccello, e con un grido di sorpresa lo spinsi via.

Lanno dopo partii per studiare in un paese vicino, a Varese, dove cera una scuola decennale. Tornavo a casa solo nei weekend e nelle vacanze. Irene sembrava quasi dimenticarmi, passava con lo sguardo abbassato e non mi salutava più.

Successivamente mi iscrissi allIstituto di Navigazione a Venezia, e le visite alla famiglia divennero rari. Un pomeriggio, mentre stavo cenando, Lara uscì dal cancello dei Bianchi: una giovane donna alta e slanciata, la nostra Irene.

«Chi è, mamma, quella ragazza?» chiesi.
«È Irene, la nostra», rispose la madre, sorridendo verso la finestra.
«Quando è arrivata?», dissi, sorpreso.
«È il tempo che ha scelto», mi disse con dolcezza, «e ogni volta mi rallegra vedere il meglio che i genitori possono dare».

La vidi altre volte di nascosto, il velo di tulle alla finestra la copriva. Una volta la scorsi con due secchi dacqua al rubinetto del cortile, il vento agitava i suoi capelli lunghi come onde di mare. Unaltra mattina la trovai in un completo elegante, pronta per gli esami. Il desiderio di accompagnarla di nuovo mi riempì il cuore, ma la voce di mio padre, che riparava il recinto, mi ricordò: «Con una voce così, potresti andare anche allestremità del mondo!».

Un giorno, mentre portavo i secchi dacqua, la incontrai vicino al rubinetto.
«Buongiorno!», mi salutò Irene, colpendo ancora una volta il mio animo.
«Ciao, Irene», balbettai, improvvisamente senza parole.

Il secchio si riempì lentamente, e io non riuscivo a trovare un argomento di cui parlare. Partii con una leggera tristezza, convinto di essermi finalmente innamorato. Poi venne la leva e la destinazione: mi assegnarono il servizio nella zona artica di Murano, vicino a Venezia.

***

Il ritorno a casa lanno successivo era carico di speranza. Sognavo di confessare i miei sentimenti a Irene, ora che letà era più adeguata. Il primo giorno mi addormentai sul divano, e poi cominciarono le giornate di lavoro. Mio padre, come sempre, elaborò il piano più efficiente per usare la manodopera extra.

Il secondo giorno ci spostammo in un bosco a tagliare legna, poi dovevamo spezzarla e riporla nel fienile. Prima del breve permesso di Sergio, mio padre sostituì le travi inferiori della sauna, richiedendo anche la sostituzione del telaio della porta e del pavimento della sauna stessa. Alla fine, decise di rifare il pavimento della stalla. Così passarono due settimane.

Di tanto in tanto osservavo i cancelli del vicino, di solito chiusi. A volte usciva Lara, a volte Giulio, ma Irene non appariva più.

«Mamma, perché non vedo più Irene?», chiesi un giorno.
«Ha iniziato gli studi. Adesso vive a Firenze», rispose la madre.

Così, senza alcuna certezza, tornai a Murano. Dopo un anno rividi Irene solo una volta, ma quella vista non mi soddisfò. Rimanetti a osservare da dietro la tenda di tulle. Con lei passeggiava un ragazzo alto e gaio, un contadino del villaggio, che rideva delle proprie battute; Irene lo guardava con un sorriso di pietà, ma i suoi occhi riflettevano una lieve simpatia verso di lui, lasciandomi un pizzico di amarezza.

Scoprii poi che Irene si era sposata con quel giovane e che ora vivevano in un centro residenziale. Quando tornavo a trovarli, la sentivo parlare, e il ricordo di quel passato mi colpiva ancora.

«Sergio, smettila di soffrire, non sei più un ragazzino», mi diceva la madre, intuendo la mia sofferenza.

Scrivere queste pagine è lunico modo per dare forma a ciò che porto dentro. Spero che, un giorno, il peso di questi ricordi si sciolga come il ghiaccio sotto il sole di aprile.

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