Quando quel felino sperduto, dalla pelliccia arruffata, fece la sua comparsa nel giardino di un vecchio palazzo di Napoli, nessuno ne ricordava più lesistenza. Si aggirava silenzioso, quasi invisibile, una piccola ombra bello, però un po sporco e dimagrito. Lunico ricordo era che, alla primavera, era comparso dal nulla.
Una ragazza, Ginevra, lo nutriva quando poteva, curandolo al meglio: in inverno apriva la porta della cantina se era rimasta chiusa, gli stendeva dei vestiti vecchi, una volta gli spennellò la zampa con la vernice verde appena aveva scoperto una piccola ferita.
Così il gattino sopravvisse in silenzio, con cautela, quasi invisibile
Un giorno Ginevra, vestita di bianco con fiori tra i capelli, uscì dallandrone tenendo per mano un uomo in abito da festa. Attorno a loro cerano gente, risate, applausi. Tutti salivano su auto decorate con nastri colorati e partivano. Da quel giorno la dolce Ginevra scomparve.
Il gatto rimase solo. La fame lo costringeva a sporgersi di notte verso i cassonetti al buio cè più tranquillità e più possibilità di scovare qualcosa prima che i cani randagi tornassero a fare la ronda.
La regola doro era evitare quegli cani cattivi. Così sopravvisse Finché non arrivarono i freddi gelidi dellinverno e il nuovo padrone di casa lo cacciò via dalla cantina, chiudendo a chiave lingresso.
Dove andare? Il gatto, avvolto dal gelo, provò a infilarsi nellandrone, ma non fu accolta: alcuni lo sbattevano fuori, altri lo rimproveravano a gran voce. Nessuno voleva far entrare lanimale tremolante.
Disperato, una sera si introdusse nellandrone di un condominio di cinque piani. Non gli restava più energia né per temere né per sperare. Non gli importava più voleva solo non congelare a morte quella notte.
La prima a notarlo fu la signora Elisabetta Stefano, conosciuta da tutti come Zia Lella, che abitava al secondo piano. Stava per controllare la cassetta postale, sperando di trovare la bolletta dellaffitto. Rigorosa ma giusta, era una donna rispettata da tutti gli abitanti del cortile; in qualsiasi discussione, non esitava a dire la verità, tanto da diventare un punto di riferimento per lassemblea condominiale.
Il gatto, entrato con qualcuno, si accoccolò in un angolo del pianerottolo, vicino al termosifone, ansimando. Il suo pelo era di ghiaccio, gli occhi chiedevano pietà e riposo.
Ti vedo, non nasconderti. Che ti ha portato qui? Sei congelato, affamato, vero? sbottò Zia Lella.
Il felino alzò lo sguardo, muovendo debolmente le zampe, sotto le quali il ghiaccio iniziava a sciogliersi.
Che devo fare con te Aspetta un attimo
Lella sapeva bene cosa significasse la fame. Con passi lenteggiati, salì fino al suo appartamento, tornò con una ciotola di cibo, dellacqua e un pezzo di pane raffermo avvolto in un vecchio fazzoletto di lana.
Vieni, mangia. Poverino, non temere, non ti lascerò morire sospirò, osservando il gatto ingoiare i granelli di avena e le briciole di pane con avidità.
Stese il fazzoletto, poi tornò alle sue incombenze, dimenticandosi persino della bolletta.
Il gatto, che fino a quel momento aveva vissuto alla buona, decise: questo è il suo nuovo nido, e la severa ma buona signora è la sua padrona.
Per non essere cacciato di nuovo, si comportò come un tempo, quando era ancora un animale domestico. Zia Lella gli diede un nome Micio.
Non tutti gli inquilini apprezzarono il nuovo vicinato. Al terzo piano viveva la famiglia Pasqualini. Eduardo Albertini si fermò davanti a Zia Lella, guardando il gatto con disappunto.
Che zoo è questo nel nostro palazzo?
Sua moglie, avvolta in un cappotto scintillante, si coprì il naso con teatralità.
Edu, quel gatto è una peste!
Cacciatelo subito! ordinò luomo.
Zia Lella si raddrizzò:
Ma perché? Non disturba nessuno. Non va da nessuna parte rimane qui.
Va bene, chiamo la vigilanza sanitaria, la sanità, che lo portino via e lo multino. È unarea comune!
Perfetto. Io parlo con lASL. Che ne pensano di un semplice guardiano di magazzino che vive come un signore di campagna? I vicini confermeranno: se provano a far male a Micio, ne pagheranno le conseguenze.
Da quel momento lasciarono in pace il gatto. Anche Goga, il cane di ronda del palazzo, che di solito era minaccioso, passava accanto a Micio senza nemmeno notarlo.
Dopo qualche settimana tutti si abituarono. Ma Zia Lella sapeva che Micio non sarebbe stato al sicuro così. Anche se il felino si avvicinava a lei, rimaneva comunque un randagio.
Lella pensava di prenderlo con sé, ma Micio evitava le porte dellappartamento come se avesse paura di qualcosa di terribile.
Lella non lo affrettava, sperava che un giorno Micio entrasse da solo.
E così accadde: ogni volta che la padrona chiudeva la porta, il gatto la seguiva di soppiatto, osservando, ascoltando, ma non andava troppo lontano
Febbraio, nel mezzo di una bufera di neve, Zia Lella si svegliò di soprassalto non riusciva a respirare. Il dolore le trafisse il corpo, non aveva più forza per nemmeno gridare. Tutto attorno a lei sembrava avvolto da una nebbia.
I vicini furono svegliati dal disperato miagolio di Micio. Il gatto, con il collo spezzato, sfondò la porta, graffiando il parquet con le unghie.
La gente corse, bussò, ma nessuna risposta arrivò. Fu allora che arrivò dalla terza scala la signora Nunzia Silvestri:
Ho la chiave. Con Lella abbiamo deciso
Aprirono. Chiamarono lambulanza. Micio non si mosse si era accoccolato sotto il letto, miagolando con dolore.
Zia Lella non aveva parenti. La quarantena laveva isolata, lasciandola sola
I vicini la visitarono in ospedale, portandole piccoli regali. Ogni volta lei ripeteva:
Prendetevi cura di Micio. Dategli da mangiare, lasciatelo tornare. È lui che ha salvato la mia vita
Tre settimane dopo, una mattina di marzo, Zia Lella tornò a casa. Micio laspettava sulla soglia, come se lavesse sentita arrivare.
Allungò il braccio:
Vieni a casa, Micio.
E insieme entrarono. Quella sera fu la prima volta che Zia Lella prese Micio in braccio. Il gatto iniziò a fare le fusa, avvicinandosi al suo padrone.
Va bene, Micio Ancora un po di vita ci aspetta.






