Ti vedo, non scappare. Che ci fai nelle nostre scale? – Il gatto ti guardava pentito, mentre silenzioso accarezzava le sue zampe, appesantite dal gelo, sul piccolo ciuffo di ghiaccio che si scioglieva dal suo pelo, come a dire: ho sbagliato, succede, perdonatemi…

Quando, nella fredda mattina di gennaio, un gatto randagio dalla pelliccia ispida si insinuò nel cortile del vecchio palazzo di via dei Mille, nessuno ricordò più chi fosse stato a lasciarlo lì. Il felino viveva quasi invisibile, come unombra bello, ma sporco e smemprato. Lunico ricordo dei residenti era il suo improvviso comparecimento in primavera.

Una giovane ragazza, Ginevra, lo nutriva quando poteva e lo accudiva a modo suo: apriva la porta del seminterrato al crepuscolo, vi sistemava vecchie coperte, e una volta dipinse persino le sue zampe di verde quando vide una ferita sul corpo.

Così il gatto si trascinava silenzioso, cauto, quasi impercettibile

Una sera la vide, avvolta in un abito bianco con fiori tra i capelli, uscire dal vestibolo di un palazzo a braccetto di un uomo vestito da festeggiato. Intorno a loro risate, applausi, persone che si imbarcavano in auto adornate da nastri colorati e sparivano nella notte. Da quel giorno Ginevra scomparve.

Il felino rimase solo. Affamato, di notte si aggirava tra i cassonetti, dove il buio era più silenzioso e cera più possibilità di scovare qualcosa da mangiare prima che i cani randagi tornassero. La priorità era schivare quegli animali feroci. Così sopravvisse Finché non arrivarono i gelidi venti dellinverno più crudele e il nuovo custode del palazzo non lo cacciò fuori, chiudendo a chiave lingresso del seminterrato.

Dove andare? Tentò di entrare nella scala principale, ma lì nessuno lo voleva: alcuni lo respinsero con un gesto, altri lo scacciarono saltellando e urlando. Nessuno accoglieva quellessere tremante.

Disperato, una notte si infilò nella scala dellultimo piano delledificio. Non aveva più forze né speranze; voleva solo non gelare a morte quella notte.

La prima a notarlo fu la signora Luciana Bianchi, conosciuta da tutti come Zia Lucia, che abitava al secondo piano. Stava aprendo la cassetta delle lettere, in attesa della bolletta del canone di affitto. Rigida ma giusta, era rispettata da tutti nel cortile; chiunque avesse avuto un contenzioso sapeva che non esitava a pronunciare la verità, ed era per questo che il consiglio di condominio la ascoltava.

Il gatto, acciuffato a malapena, si accovacciò al angolo del pianerottolo, vicino al radiatore, tremante. Il pelo era gelido, gli occhi pregavano di aiuto e di pietà.

Ti vedo, non scappare più. Che cosa ti porta qui? Sei congelato, affamato, vero? sussurrò Zia Lucia, fissandolo.

Il felino alzò a malapena lo sguardo, i suoi artigli intorpiditi dal gelo cominciavano a sciogliersi.

Che farò con te Aspetta un attimo

Lei sapeva bene cosa significava la fame. Con passi faticosi, salì fino al suo appartamento e tornò con una ciotola di latte, un pezzo di pane raffermo e un vecchio copricapo di lana.

Vieni, mangia. Poverino, non temere, ti darò da vivere esalò, osservando il gatto ingoiare il cibo con disperata avidità.

Stese il copricapo sopra di lui e si allontanò, dimenticando persino la bolletta dellaffitto

Il felino, che una volta aveva vissuto in condizioni dignitose, decise che quel palazzo sarebbe stato la sua casa e che quella donna severa ma dal cuore doro sarebbe diventata la sua padrona. Per non essere cacciato di nuovo, si comportò con la massima riservatezza, ricordando i vecchi tempi in cui era stato un animale domestico. Zia Lucia gli diede un nome: Micio.

Non tutti gli inquilini apprezzarono il nuovo vicino. Dal terzo piano scesero i Pasqualini. Eduardo Pasqualini, con la bocca serrata, si fermò davanti a Zia Lucia, fissando il gatto con disprezzo.

Che zoo è questo, qui vicino alle nostre porte?

Sua moglie, avvolta in un lussuoso cappotto di pelliccia, strinse il naso in una smorfia.

Eduardo, quel gatto è un vero pestifero!

Cacciatelo via! ordinò luomo.

Zia Lucia si raddrizzò, con dignità.

E perché dovrei? Non disturba nessuno. Non andrà da nessuna parte replicò.

Allora chiamo la guardia comunale, ligiene, e lo multo! È unarea comune!

Perfetto. Io mi rivolgerò allUfficio Sanità. Che sia ispezionato come si deve. I vicini confermano: basta che provi a farle del male al gatto, e me ne pentirò.

Da quel momento il gatto fu lasciato in pace. Anche Gogo, il giovane del decimo piano solito a fare il bullo, lo evitò come se non esistesse.

Dopo qualche settimana tutti si abituarono alla sua presenza. Ma Zia Lucia sapeva che Micio non era al sicuro. Anche se si avvicinava a lei, rimaneva comunque un randagio. Pensava di prenderlo con sé, ma il gatto evitava gli appartamenti come se temesse qualcosa di terribile.

Zia Lucia non lo forzava; sperava che un giorno Micio decidesse di avvicinarsi da solo.

E così fu: ogni volta che la signora chiudeva la porta, il gatto la seguiva in punta di zampe, silenzioso, senza mai allontanarsi troppo

A febbraio, nel bel mezzo di una tormenta di neve, Zia Lucia si svegliò in preda al panico: non riusciva a respirare, il dolore le trafisse il petto e non poteva nemmeno gridare. Il mondo intorno a lei sembrava avvolto da una nebbia densa.

Il gatto, con il suo miagolio disperato, svegliò gli inquilini. Scassò la porta con le unghie, graffiando il legno.

I vicini uscirono di corsa, bussarono, ma non ottenerono risposta. Allora comparve il signor Nino Salvi, del terzo piano, e disse:

Ho la chiave. Con Zia Lucia ne avevamo già parlato

Aprirono. Chiamarono lambulanza. Micio non si mosse: rimase accovacciato sotto il letto, miagolando dolorosamente.

Zia Lucia non aveva parenti. Tutti erano fuggiti a causa del blocco, lasciandola sola

Gli abitanti, però, cominciarono a farle visita in ospedale, portandole piccoli regali. Ogni volta lei ripeteva:

Prendetevi cura di Micio. Nutritelo, lasciatelo tornare. È stato lui a salvare la mia vita

Tre settimane dopo, in una mattina di marzo, Zia Lucia tornò a casa. Micio era lì, ad attendere al portone come se lavesse attesa per giorni.

Allungò la mano:

Vieni, Micio, torniamo a casa.

Il gatto si avvicinò, si avvolse al suo braccio, iniziò a fare le fusa e si adagò contro di lei.

Stai tranquillo, piccolo mio Noi due abbiamo ancora tanto da vivere.

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