Proprio quando quel felino peloso e randagio si comparve nel cortile del vecchio palazzo di Via Zamboni, nessuno aveva più un ricordo nitido di lui. Si aggirava silenzioso, quasi invisibile come unombra un gatto bello, sebbene sporco e dallaspetto smascherato. Lunica cosa di cui la gente si ricordava era che era spuntato in primavera.
Una ragazzina, Ginevra, lo accudiva come poteva: apriva la porta della cantina quando faceva freddo, gli stendeva vecchi stracci sotto, una volta gli spalmò persino della vernice verde quando gli notò una ferita sul muso.
Così il micino sopravviveva, piano, cauto, quasi inosservato
Un giorno la vide, la stessa Ginevra in abito bianco, fiori intrecciati tra i capelli, uscire dal salone per abbracciare un uomo vestito da festeggiato. Intorno a loro gente, risate, applausi. Tutti si imbarcavano in auto decorate con nastri e partivano. Da quel giorno la dolce Ginevra scomparve.
Il gatto rimase solo. Per fame si aggirava di notte tra i cassonetti al buio era più tranquillo e cera una chance di beccare qualcosa prima che i cani randagi tornassero.
Lunica regola era stare alla larga dei cani cattivi. Così riuscì a restare in vita almeno finché non arrivarono le gelide ondate di dicembre e il nuovo amministratore di condominio non gli chiuse la porta della cantina, serrandola a chiave.
Dove andare? Cercò di infilarsi nella scalinata, ma lì non lo volevano: alcuni lo sbattevano fuori, altri lo scacciavano saltellando e urlando. Nessuno voleva far entrare quellanimale tremante.
Disperato, una sera si intrufò nello scalinato del quinto piano del palazzo più estremo. Non gli restava più né il coraggio né la speranza. Era indifferente lunica cosa che temeva era di gelare a morte quella notte.
Il primo a notarlo fu la signora Elisabetta Liza Bianchi, che abitava al secondo piano. Stava controllando la cassetta delle lettere, aspettando la bolletta del condominio. Rigorosa ma giusta, era rispettata da tutti in cortile. In qualsiasi discussione non esitava a dire la verità a braccia aperte, ed era la voce della rappresentanza di condominio.
Il gatto, una volta dentro le scale, si accoccolò al radiatore dellangolo, il pelo ghiacciato, gli occhi pieni di supplica e di stanchezza.
Ti vedo, non nasconderti. Che ci fai qui? Sei ghiacciato, affamato, vero? sibilò la signora Liza.
Il piccolo animale alzò lo sguardo, tremando, mentre il ghiaccio sul suo manto iniziava a sciogliersi.
Che ti faccio Aspetta un attimo
Liza conosceva bene la fame. Con le zampe quasi paralizzate dai freddi, salì fino al suo appartamento e tornò con una ciotola di cibo, un po dacqua e una vecchia coperta di lana.
Vieni, mangia. Povero disgraziato, non ti preoccupare, non ti farò del male sospirò, osservando il gatto che, tra un balzo e laltro, cercava di ingoiare granelli di avena e pezzetti di carne.
Stese la coperta, poi tornò indietro, dimenticandosi persino della bolletta.
Il gatto, che fino a quel momento aveva vissuto in strada, pensò: questo è il mio nido, e la signora severa ma dal cuore doro è la mia nuova padrona.
Per non essere cacciato di nuovo, si comportò tranquillo e disciplinato, come ai bei tempi in cui era un animale domestico. Liza gli diede un nome affettuoso Micio.
Non tutti gli inquilini gradirono il nuovo vicino felino. Al terzo piano vivevano i Puglisi. Eduardo Alvaro, il loro capofamiglia, si fermò davanti a Liza con sguardo critico.
Che zoo è questo qui?
Sua moglie, avvolta in una pelliccia scintillante, strinse il naso in segno di disapprovazione.
Eduardo, quel gatto è una peste!
Cacciatelo! ordinò il marito.
Liza si raddrizzò:
Perché? Non disturba nessuno. Non va via rimane qui.
Va bene, chiamo subito i Vigili Sanitari, lIgiene, lo spostano e lo multano. È uno spazio comune!
Perfetto. Io mi rivolgo alla Polizia Locale. Che indaghino come può un semplice magazziniere convivere con un signore di campagna. I vicini confermeranno: basta toccarlo e si pentirà.
Da quel momento lasciarono il gatto in pace. Anche Goga, il vicino burbero, passò oltre senza nemmeno notarlo.
Passate qualche settimana, tutti si abituarono. Ma Liza sapeva che Micio non era ancora al sicuro. Anche se si avvicinava a lei, rimaneva comunque un randagio.
Pensava di prenderlo definitivamente, ma Micio evitava gli appartamenti come se temesse qualcosa di terribile.
Liza non lo forzava; sperava che un giorno Micio entrasse da solo.
E così fu: ogni volta che la padrona chiudeva la porta, il gatto la seguiva di soppiatto, attento, ma senza andare troppo lontano
Febbraio, nel bel mezzo di una bufera di neve, Elisabetta Bianchi si svegliò spaventata non riusciva a respirare. Un dolore le attraversò il corpo, senza forze per gridare. Intorno a lei tutto sembrava avvolto nella nebbia
Fu il miagolio disperato di Micio a svegliare i vicini. Scassò la porta con le unghie, graffiando il portone di ferro.
La gente corse, bussò, ma nessuna risposta. Allora intervenne la signora di sotto, Nina Silvestri:
Ho la chiave. Con Liza ne abbiamo parlato
Aprirono. Chiamarono lambulanza. Micio non si muoveva era seduto sotto il letto, miagolando dolorosamente.
Elisabetta non aveva parenti. Tutti erano scomparsi a causa del blocco. Era sola
Ma i vicini andavano a trovarla in ospedale, portandole piccoli regali. E lei, ogni volta, ripeteva:
Prendetevi cura di Micio. Nutritelo, lasciatelo entrare. Lui ha salvato la mia vita
Tre settimane dopo, in una mattina di marzo, Liza tornò a casa. Micio era già lì, alla porta, come se laspettasse.
La donna allungò la mano:
Vieni, Micio.
E insieme entrarono. Quella sera Liza, per la prima volta, lo tenne tra le braccia. Il gatto iniziò a fare le fusa, avvicinandosi al suo nuovo padrone.
Non ti preoccupare, Micio Abbiamo ancora un po di tempo da vivere.






