Tutto ciò che rimane dopoMentre l’alba timida tingeva di rosa le antiche mura, i ricordi sopravvissuti si fecero eco di un futuro ancora da costruire.

Mamma, arrivo subito, non più di venti minuti, Giorgio era in piedi sulla soglia della stanza, cercando di sorridere, ma le labbra tremavano.

Solo un attimo, Marta era sdraiata su un fianco, stringendo la coperta, il dottore ha detto che verso sera arriverà la flebo.

Lui annuì, si mise la giacca sulle spalle e uscì. Fuori pioveva e soffiava vento. Ottobre a Bologna non risparmia i passanti: pioggia, vento, pozzanghere che riflettono tutto il senso dellautunno italiano, un cielo basso, gente silenziosa, come se il mondo aspettasse la fine.

Giorgio camminava verso la fermata dellautobus, sentendo che non ci stava più dietro. Non allautobus, ma alla vita. A tutto quello che scivola via.

Tre settimane prima i medici gli avevano detto che la mamma era in fase avanzata. Allora non aveva pianto. Si era seduto su una panchina davanti al cimitero municipale per qualche motivo i suoi passi lo avevano portato lì e aveva aspettato il tramonto.

Allora, ti stai per andare via? gli chiese il compagno di stanza, un vecchio con il collo fine e gli occhi pieni dattesa.

Aspetto il figlio, rispose Marta con un sorriso stanco, ha promesso di venire stasera.

Viene spesso? chiese luomo.

Ogni giorno. Però mi chiedo forse è meglio lasciarlo andare? Ha una vita sua.

Il nonno tossì e sussurrò:
Non sei tu a trattenerlo, è lui che non vuole lasciarti. Finché non lo farà, tu non potrai andartene.

Marta voltò lo sguardo verso la finestra. Fuori la pioggia scendeva lenta. Stranamente, un tempo le piaceva la pioggia. Da giovane le sembrava romantica: stare in cucina con una tazza di tè caldo e ascoltare le gocce che battevano sul davanzale. Ora le impediva solo di vedere.

Giorgio entrò in un vecchio parco dove da bambino scivolava su una slitta con la mamma. Lì, accanto al terzo pioppo dallingresso, lei gli aveva detto una volta:
Sai, figlio mio, non importa cosa fai. Limportante è che qualcuno, anche solo uno, ti sorrida dopo di te.

Allepoca non aveva capito. Ora lo capiva benissimo.

Il cellulare vibra: Mamma: Non correre, sto bene. Giorgio sorrise automaticamente ultimamente lei scriveva sempre non correre, probabilmente per non farlo agitare.

Nella stanza tutto si fece silenzioso. Il vecchio dormiva, linfermiera era uscita. Marta guardava il soffitto e, allimprovviso, sentì della musica. Da lontano, quasi dal corridoio, suonava una vecchia canzone dei Nomadi, Pioggia dautunno.

Sorrise. «Accidenti, anche qui» pensò, chiudendo gli occhi.

E poi qualcuno si sedette accanto a lei, leggero come una brezza.
Non aver paura, disse una voce, è tutto già scritto.

Non aprì gli occhi, solo sospirò e mormorò:
Speriamo solo che non pianga.

Giorgio tornò dopo quaranta minuti. I medici erano già usciti dalla stanza, linfermiera era alla porta, gli occhi arrossati. Lui capì senza parole.

Posso? chiese piano.
Sì, annuì linfermiera, ma solo per poco.

Si sedette accanto a Marta. Lei era tranquilla, quasi sorridente. Sul comodino cera il telefono, lo schermo lampeggiava con un messaggio non inviato:
«Giorgio, non aspettare miracoli. Sii tu il miracolo».

Lo guardò finché non divenne doloroso. Poi notò, sul vetro della finestra, dove le gocce scendevano a linee sottili, un piccolo cuore disegnato come se qualcuno lo avesse tracciato con il dito dallinterno. Giorgio sorrise, per la prima volta in giorni.

Passò un anno. Giorgio era allingresso delloncologia pediatrica, con una thermos di caffè e un cesto di frutta.
È un volontario? gli chiese la guardia.
Sì, rispose con un sorriso, voglio solo vedere qualcuno sorridere.

E quando un ragazzino con la testa rasata gli corse incontro urlando: «Zio, guarda, sto guarendo!», Giorgio capì che i miracoli esistono davvero.

A volte, però, arrivano proprio attraverso di noi.

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