Un bicchiere di latte
Non è facile, non solo per chi vive nella miseria, ma anche per chi si trova ad averci a che fare giorno dopo giorno. Questo, Vera Chiumini laveva capito da tempo: da otto anni lavorava nei servizi sociali del Comune di Firenze. In quegli anni era dimagrita, aveva il volto scavato, un tono di voce affilato e uno sguardo che non perdonava: se qualcuno osava criticarla, dietro la frangetta rossa gli occhi verdi a mandorla bruciavano come smeraldi, zittendo ogni altra parola. E allora via, chi poteva fuggiva, senza più domande. Per questo la chiamavano Vera la Peste.
In tutti questi anni, Vera aveva fatto la spesa per i suoi assistiti, pulito le loro case se necessario, cucinato o stirato, e sempre trovava il modo di parlare a ciascuno con la giusta misura. Solo una volta cera stato un vero problema: uno dei suoi anziani, il signor Battista, le aveva regalato una tavoletta di cioccolata. Lei sapeva bene che non si potevano accettare doni, non laveva mai fatto, ma quella volta cedette come si poteva dire di no a un uomo che ormai aveva solo Dio? Però, anche portata a casa, non riuscì mai a mangiarne neppure un pezzetto, come se le pesasse sulla coscienza. La donò al ragazzino del piano di sopra; la volta dopo si rifiutò, e il signor Battista, stizzito, la denunciò al Comune: Queste signorine non si accontentano di un po di cioccolato, aspettano la busta con i soldi! Volevano licenziarla, e lei non si oppose: Allontanatemi, basta! Non sono una straccio da calpestare! Ma non la mandarono via: gli altri a lei affidati presero le sue difese. Tra loro, cera anche Anna Fedi, che da quel momento divenne ancora più di una sorella per Vera, che sorelle non ne aveva mai avute.
Erano anime simili, destini cuciti sul dolore, perché entrambe erano rimaste senza genitori da bambine. Anna era da sempre invalida, Vera portava le sue ferite dentro, invisibili tanto che nemmeno Anna poteva capire tutto quel pianto segreto, quella paura che non passava mai. Solo un dolore condividevano in pieno: nessuna delle due aveva avuto figli. Ma mentre Vera ormai si era rassegnata, Anna invece aveva ancora la forza di sognare. Spesso rimproverava lamica, cercando di scuoterla quando la vedeva chiudersi. Da quando frequentava il laboratorio artistico del Centro di Riabilitazione, dove si preparava a partecipare a uno spettacolo, Anna era diventata più coraggiosa. Allinizio non voleva nemmeno sentirne parlare; persino don Luca, il parroco che la visitava nei giorni di festa e la sosteneva con preghiere e doni, la incitava a ricamare piuttosto che pensare a palchi e applausi. Anche perché i movimenti delle sue dita erano goffi, ma la costanza non le mancava. Dopo qualche fazzoletto, passò ai vestiti: decorò un abito di lino con disegni colorati, trine rosse e uccelli smeraldo, in modo così bello che lesposero allannuale mostra dellartigianato fiorentino, e vinse il primo premio. Vendettero labito con il consenso di Anna e fu la prima volta che prese in mano una vera somma di denaro: quasi trecento euro. Pianse al telefono con Vera: non sapeva cosa fare di quel piccolo tesoro.
Non ti crucciare, troveremo come spenderli! rise Vera, poi divenne seria: Compriamo altri vestiti così, lavori per un anno o due! Altrimenti ti viene in mente chissà cosa
Anna non rispose, ma le rimase il magone. Come non pensarci? Nel suo cuore era ancora più forte il desiderio di un marito. Sognava lessere sposa come solo chi ne resta fuori per sempre può farlo: conosceva dettagli di storie damore solo dai melodrammi in TV, era tutto un mondo fuori dalla sua portata.
Dopo il premio, la chiamarono dal centro per invitarla alla scuola di danza, per preparare un numero a due. Ma è impossibile! si schermì Anna, pensando a uno scherzo di cattivo gusto. Richiamarono, persuadendola a provare: Se non ce la fate, nessuno insisterà…, la voce della signora era decisa. Ora che sei una vincitrice è ora di provare a splendere di più! Abbiamo già avuto lok dal Comune: una nostra dipendente ti accompagnerà alle prove.
E chi sarà il mio compagno? chiese, incerta.
Uno come te. Nessuno è tagliato fuori, in questo paese! Dai coraggio, domani veniamo a prenderti.
Il giorno dopo, Vera aiutò Anna a prepararsi: si rifiutò di indossare la cuffietta, per non rovinare i capelli appena messi in piega, e si lasciò accompagnare, così, un po nervosa, fino al minibus. Dentro cera già il compagno: si chiamava Alessio. Quando lo incontrò, Anna si sentì quasi mancare: che emozione sentirsi la stretta della sua mano forte!
Allingresso del centro, il rude autista e Vera aiutarono Anna a superare la rampa, mentre Alessio guidava con destrezza la sua carrozzina. Le prime prove furono un disastro. Sudavano, arrossivano, incapaci di seguire la musica. Si sentivano entrambi impacciati, goffi, soprattutto davanti alla coreografa alta ed elastica come una libellula, a Margherita la direttrice che zampillava energia tuttintorno e, peggio, uno davanti allaltro. Ma col tempo, dopo mesi di prove, due volte a settimana, Anna non poteva più fare a meno della danza, si era appassionata come a un lavoro.
Anche oggi era in attesa di Vera, pronta allennesima prova. Ma Vera arrivò cupa e taciturna, come se andare al centro fosse una croce insopportabile. Anna non resse e la rimproverò:
Ma cosa cè, perché quella faccia?
Niente! Non è successo niente! rispose brusca.
Anna, per cambiare aria, ripartì: Dai, siamo solo quarantenni! Possiamo ancora rifarci una vita.
Tu sempre con questa storia Ci sono già passata! Sette anni mio marito ha sopportato e poi via. E ha fatto bene, non lo biasimo. Era un destino scritto.
Ci sei passata, ma io mi sposerei cento volte!
Altri rimproveri…
Se non vuoi sposarti, oggi puoi avere un figlio anche da sola, lo sai?
Eh, servono soldi però! Che credi, che guadagno tanto?
Ma hanno detto in TV che certe cose oggi sono gratis
Ne riparliamo! E cosa metti per andare alle prove?
Non mi ascolti mai fino in fondo… La maglia rosa e la gonna grigia.
Ma metti labito da concerto, se no a cosa ti serve?
Lo indosserò solo allultima prova. In autobus lo rovino!
La vigilia della prova generale, le prove andarono avanti più del solito. Tornate a casa, Vera la spogliò, laiutò a lavarsi nella vasca, poi la fasciò in accappatoio. A tavola, preparò tè, cioccolatini, biscotti Ma Anna non toccò niente, domandò improvvisamente:
Comè stato per te, la prima volta?
La prima volta… cosa?
Con un uomo arrossì Anna.
Non ricordo…
Non dire bugie! Sei stata sposata, e ora cè Nicola.
Cera. Due mesi dopo il mio divorzio, ma poi ha trovato una più giovane. Non cè nulla da invidiare! rispose secca Vera.
A me pare di piacere ad Alessio, confidò piano Anna. Mi guarda in un modo
I bruni come lui vanno matti per le bionde! Non perderci la testa, che dopo ci rimani male.
Ma insomma, comè?
Niente. Non voglio parlare. Sorseggia il tè e poi vai a riposare, sei tutta pallida!
Anna tacque, ma il seme era piantato. Vera se ne accorse: quellinquietudine, quei pensieri, erano proprio quelli che aveva cercato di tenere lontani da lei. Nel lavare i piatti, si disse: Domani le troverò uno bravo. Molti credono che siano degli incapaci, invece
Quando Vera se ne andò, Anna si pentì per essere stata brusca. Anche Vera non laveva ascoltata stavolta e ora a chi lo raccontava tutto il groviglio che aveva dentro? Ah, se sapessi scrivere poesie, pensò, scriverei una serenata strappacuore! Che rimaneva alla mente, se non ripensare ad Alessio: quei capelli tagliati corti, gli occhi scuri in cui perdersi, le mani che la sostenevano forte nella danza. Allinizio aveva paura di cadere nel valzer; poi aveva capito che con lui non cera nulla da temere. E la coreografa le diceva Brava!, come fossimo a scuola. Questo migliorava la sua autostima. Il ballo, prova dopo prova, le riusciva quasi automaticamente. Si sentiva parte di una compagnia, affezionata a tutti: a Vera, ad Alessio, al tecnico con la tuta arancione che armeggiava dietro le quinte.
Pensò alla prova generale del giorno dopo con ansia: e se sbagliava? Ma più la preoccupava il dopo. Avrebbe mai potuto frequentare davvero Alessio? O le sarebbe rimasto solo il sogno? Andare a cena insieme, averlo a casa, far vedere ai vicini che anche lei aveva un uomo? O forse, il massimo della felicità sarebbero restate le prove. Bisognava dare il meglio, per essere riconfermata agli spettacoli.
La mattina, sistemando labito da concerto sul letto, Anna controllò minuziosamente ogni cucitura: era di seta viola scuro, ricamato di paillettes e perline, splendente tra le sue mani come una cosa viva. Se solo il suo aspetto fosse allaltezza Ma non doveva pensarci troppo. Limportante era seguire la musica, affidarsi ad Alessio, non mancare un passo.
I sogni furono interrotti dal rumore della chiave nella porta.
Allora, stella, pronta alla prova generale? domandò Vera, ironica, ma con un sorriso.
Pronta Ma che agitazione!
Meglio così, mica siamo statue di marmo! Dai, vestiamoci.
Ci misero un po. Chiesero allautista di passare prima: Anna voleva essere la prima del gruppo a indossare labito, provare a rompere limbarazzo. E lemozione aumentò quando, nel foyer del teatro, sentì addosso mille occhi. Alessio era elegante, in smoking con papillon, ma chi era quella donna accanto a lui?
Mentre aspettavano dietro le quinte, Alessio si avvicinò, la baciò sulla guancia e le sussurrò:
Non farti prendere dal panico, sarà magnifico.
Anna annuì senza fiato, sentendo la pelle bruciare. Anche la donna si avvicinò, appoggiata a un bastone:
Su, andrà tutto bene, mormorò gentile.
Lei chi è? chiese Anna, con una sensazione di gelo nello stomaco.
Arrivò Alessio a togliere ogni dubbio:
Anna, ti presento mia moglie, Serena.
Lo sguardo di Anna cadde sullanello doro del dito di Alessio un dettaglio che non aveva mai notato prima. In un attimo ogni sogno svanì, ogni attesa, ogni luce: tutto crollato nel vuoto. Non respirava più, la testa le girava, crollò.
Quando la rinvenirono, aprì gli occhi spaesata, incapace di rivolgere la parola a chi le girava intorno. Margherita, la direttrice del centro, la incalzava con voce roca:
Che succede alla Fedi? Su, che la dobbiamo riportare in scena! Non vorrai far saltare tutto dopo tutti questi mesi?
Vera fu decisa: Portiamola a casa, ha esaurito ogni forza, non vede?
Ha bisogno del medico, non della casa! Un po di acqua fredda e torni in pista, chiaro?
Chissà per cosa, ma Anna si alzò, non rispondeva a nessuno, non parlava, non guardava. Solo, ancora sullautobus, sussurrò a Vera:
E Alessio?
È rimasto a provare. Si esibirà con la vecchia coreografia, tu invece sembri una signorina svenuta. Meglio così, fidati, lo diceva anche don Luca!
Anna si offese, si chiuse ancora.
Quando arrivarono, Vera aiutò Anna a coricarsi, ancora in abito. Lautista si permise perfino un sorriso: Allora, missione compiuta?
Vera lo scacciò col tono solito. Poi si sedette accanto ad Anna. E adesso, me lo dici che cosè successo?
Anna, dopo un lungo silenzio rotto dalle lacrime, piangeva solo una frase: Alessio è sposato.
A quel punto, Vera si mise quasi a ridere tutto quel dramma per questo! Ma pensa te, ti eri fatta dei film su di lui, eh?
Non ti riguarda, vattene!
Vattene e non ti voglio più vedere. Ce la faccio da sola! Sei cattiva come la peste, proprio!
Se Anna glielo avesse urlato, Vera se la sarebbe presa. Invece lo disse sottovoce, senza forza. E dopo anni, Vera la conosceva troppo bene: sapeva che le parole ferivano, eccome. Possibile che una fantasia damore la portasse a ferire lunica persona vicina, visto che di parenti non ne aveva, gli altri la evitavano e Vera ormai era la sua famiglia. Chi mai si sarebbe curato di lei così? Le altre, facevano la spesa, saluti e via. Vera invece passava i sabati da Anna, le cucinava, parlava, a volte dormiva lì. E adesso diventava cattiva peste?
Grazie, Anna Federica! sospirò amaro Vera.
Allapparenza indifferente, tornò a casa piegata dalla stanchezza: Domani chiedo la sostituzione, o lascio il Comune! In fondo la direttrice dellasilo chiede spesso da anni, a lavorare con i bambini mi troverei meglio, nessuno che mi chiama peste!
Provò a prepararsi la cena, ma mancava il coraggio: solo tè e biscotti, poi si accasciò sul divano. Sentiva ancora la testa piena di pensieri, il giorno era stato estenuante. Si addormentò di colpo e si risvegliò al suono del telefono. Era don Luca che la fece sobbalzare: fuori era già buio pesto.
Signora Vera, venga subito da Anna, va accompagnata allospedale
Un tuffo al cuore. Aveva perfino dimenticato di chiudere la porta di Anna. Corse fuori, col fiato sospeso. Sotto casa, lambulanza e la pattuglia dei Carabinieri, don Luca, le vicine.
Cosè successo ad Anna? domandò ansiosa.
Temo si sia avvelenata Mi ha chiamato, stava male, le ho detto che arrivavo. Al mio arrivo era già svenuta, i farmaci sparsi a terra Ho chiamato il 118.
Arrivò il maresciallo, severo: Lei chi è per la vittima?
Lassistente La sua operatrice sociale. Che ha fatto?
Ha tentato il suicidio.
Ma cosa? Una ragazza così dolce!
Qualcuno deve averla portata allesaurimento. Se indagherà Le chiavi dellappartamento?
Ce le ho
Allora venga. Dovemmo spegnere le luci, controllare tutto, portare il cibo sul balcone. Anche il cellulare deve restare qui.
Accompagnata in caserma, Vera spiegò tutto per filo e per segno; il maresciallo, scrollando le spalle: Per una delusione damore? Succede
Poi la lasciarono andare. Ma invece di tornare a casa, prese un taxi e corse in ospedale. Allaccettazione domandò subito di Anna Fedi.
Quella dellavvelenamento? È in rianimazione, stanno lavandole lo stomaco. Si è ripresa, per fortuna.
Posso vederla?
Ma signora! Al massimo tra tre giorni, se la portano in reparto comune. Forse nemmeno: siamo in quarantena per linfluenza. È una sua parente?
Unamica
Menomale, pensavamo fosse proprio sola.
Posso portar la sua carrozzina?
Ai letti pensano loro! Ecco il nostro numero, chiami per sapere quando la dimettono.
A casa, Vera si sentiva sola come non mai. Il giorno dopo avvisò lufficio e chiese di non essere sostituita. La direttrice la rassicurò: Anna resta tua, non preoccuparti!
Passarono i giorni, Vera telefonava sempre in ospedale: Anna non rispondeva mai. Alla fine, il quarto giorno, la contattò uninfermiera: Signora Chiumini? Anna le vuole parlare. Non può riceverla, ma può venirsi a fare vedere dalla finestra: secondo piano, terza finestra a sinistra. La aspettiamo alle tredici.
Va bene, ma posso portarle qualcosa? Un fiore?
Niente, cè quarantena! Neppure un fiore, signora, mi spiace.
Finiti i suoi giri da altre assistite, Vera andò sotto la finestra: di lì a poco, spuntò il viso magro, gli occhi di Anna brillavano da lontano. Cercava di parlare, ma il doppio vetro rendeva tutto impossibile. Alla fine, Anna mostrò un foglietto: SCUSA. Vera sorrise, mimò che non cera niente da perdonare, il cuore le si sciolse, felice che Anna fosse tornata quella di sempre. Alla fine, si salutarono con un cenno, Vera fece cenno che doveva chiamare, voltò le spalle e uscì.
Camminando verso il tram, Vera sentì una leggerezza nuova: le strade, le vetrine, il giardino oltre lincrocio, tutto era attraversato da una luce calda che si rifletteva sulle tegole di Santa Maria del Fiore. La primavera era arrivata davvero: ciò che era stato buio ora diventava dorato. E in quel tepore, tutto il rancore e la fatica dei giorni passati scomparirono, lasciando posto a una felicità semplice così, mentre una lacrima le rigava la guancia, pensò alla sua amica: Ma quanto è testarda, quellanima di Anna proprio una capra!Ripensò al bicchiere di latte che le avevano portato quella mattina, fuori dalla porta, quasi come un segno di buon augurio. Lo aveva lasciato lì, sulla mensola, troppo presa dai suoi drammi per dargli importanza. Ora accelerò il passo, impaziente di tornare, di spalancare la finestra e respirare aria nuova. Le venne in mente una frase che si ripetevano da ragazze, quando era difficile crederci davvero: Basta un piccolo gesto per salvarsi la vita.
Appena rimise piede in casa, afferrò il bicchiere, lo sollevò verso la luce e vi scorse dentro mille riflessi. Pensò ad Anna, al loro abbraccio mancato sotto la finestra dellospedale, a tutti gli ostacoli, ai sogni e alle cadute. Fece un respiro profondo, poi un solo lungo sorso. Il latte era fresco, dolce, incredibilmente buono quasi quanto il sentirsi ancora necessaria, ancora aspettata.
Sorrise e, nella quiete improvvisa, aprì il telefono: scrisse ad Anna solo due parole. Torna presto.
Allaltro capo, mentre una brezza leggera muoveva le tende della stanza dospedale, Anna lesse il messaggio e sorrise. Perché in fondo lo sapeva: nonostante tutto, la vita aveva ancora il sapore semplice di un bicchiere di latte quando qualcuno ha il coraggio di tendertelo con affetto, ogni giorno, senza mai smettere di crederci.
Fu allora che Vera capì che il bello doveva ancora cominciare.



