Un mese fa ha accettato di dare un passaggio a una strana anziana su un’autostrada deserta verso il luogo più sperduto. E poi è stato sentito un bussare alla porta.

Guidavo lauto da più di tre ore, la strada era deserta e scivolosa. A novembre qui al Nord si fa buio presto e io correvo a rientrare prima che calasse la notte. In radio cullava una canzone, il riscaldamento a stento scaldava, e nella mia mente eravamo già a casa, dove mi aspettava la moglie, la nostra figlia e, ovviamente, la suocera con il suo eterno broncio. Ero talmente immerso nei miei pensieri che non mi accorsi nemmeno quando una figura spuntò sul sedile posteriore.

Allora, madre, mi ha portato?

Il brivido mi attraversò così forte da quasi far derapare il volante nella buca. Il cuore in gola, prememmo i freni e guardai nello specchietto retrovisore. Lì, appoggiata al sedile, cera una vecchietta. Il volto solcato da profonde rughe, un foulard scuro che le copriva la testa, e gli occhi, di un nero quasi innaturale, fissavano me con una calma inquietante.

Da dove? la mia voce si spense per la paura. Ero certo di essere salito in macchina da solo. Le chiavi della casa giacevano sul sedile anteriore accanto alla borsa, non avevo preso nessuno.

Dalla strada rispose la donna, sistemando il foulard. Se rimango qui morirò di freddo. Mi accompagni o no?

Vorrei dirle che non faccio passaggeri, che è pericoloso, che a casa mi attendono, ma le parole si bloccarono. La vecchia mi guardava come se sapesse tutto di me, come se stesse leggendo un libro aperto.

Devo andare a Nicolosi sussurrai sperando che se ne andasse.

Anche io devo andare a Nicolosi rise lei. Non temere, ragazzo. Non ti ucciderò, sono troppo vecchia per quello. Ma potrei aiutarti. Vedo che il tuo animo è avvolto nelloscurità. Tuo marito gira? La suocera ti assale?

Taci. Da sei anni viviamo con la suocera; gli ultimi due, la mia vita è diventata una lunga agonia. Ma parlare di questo con una sconosciuta? La vecchia sembrava aver letto i miei pensieri.

Va bene, taci disse, allungando una mano rugosa verso di me. Ti vedo, sei buono. Troppo buono. In questo mondo i buoni sono i primi a finire. Muoviamoci, sta scurendo.

Accesi il motore e misi in moto sulla autostrada. Un solo pensiero mi gira in testa: perché lo faccio? Ma il piede premereva lacceleratore. Viaggiammo in silenzio per circa mezzora. La vecchia fissava il finestrino, borbottando a sé stessa. Quando i deboli luci di Nicolosi comparvero in lontananza, improvvisamente ordinò:

Fermati qui.

Mi fermai accanto a una capanna di legno semidistrutta. La donna aprì la portiera e, prima di uscire, si girò.

Grazie, orca. Ascolta bene. Fra un mese batterò alla tua porta. Non ti spaventare. Solo ricorda: quando tutto sarà polvere, io tornerò.

Cosa? non trovai risposta.

Ecco, la vecchia scese dal veicolo, appoggiandosi al bastone, e si avviò verso la capanna senza voltarsi. Ricorda: un mese. Precisamente.

Rimasi lì, le mani tremanti stringendo il volante. Durante il viaggio di ritorno mi convincevo che fosse un sogno, unallucinazione da stanchezza. Quasi cancellai quella storia dalla mente. Un mese esatto.

Un mese dopo ci stavamo preparando per la festa di famiglia: il decimo anniversario di matrimonio. O, come diceva la suocera Valentina Bianchi, «dieci anni di tormenti per mio figlio». Era in cucina a mescolare la farina, a brontolare come al solito.

Marco, sei come uno scheletro, non sai nemmeno nutrire. Hai seccato di nuovo la carne. E chi è che mette in tavola così? Avremo ospiti, non i senzatetto.

Io, silenzioso, distribuivo linsalata nei piatti. Il marito, Giuseppe, era sul divano a bere birra e guardare la televisione. Non mi aspettava alcun aiuto. Lavoravo a tempo pieno e mezzo, dovevo pagare lipoteca lappartamento lo avevamo comprato insieme a sua madre, che possedeva una quota e mi occupavo della casa e della figlia. Ginevra, la piccola, aveva appena compiuto dieci anni e spesso mi guardava con occhi che sembravano sentire la mia stanchezza.

Suonò il campanello. Andai ad aprire, asciugandomi le mani sul grembiule. Sulla soglia cerano la cognata Stefania, suo marito e due adolescenti. Sbarcarono nella casa senza neanche togliersi le scarpe.

Oh, ma chi non ha ancora messo la tavola? chiese Stefania, scaricando i stivali sporchi nel corridoio. Giuseppe! Ecco la parentela!

Entrate, dissi a bassa voce, anche se dentro di me ribolliva.

E fu solo linizio. Arrivarono cugini di terzo grado, qualche amico di famiglia che non avevo mai visto. Valentina Bianchi si sentiva una regina, comandando:

Lena, porta questo. Lena, servi quello. Pulite qua. Giuseppe, siediti, sei stanco.

Gli invitati superavano ogni immaginazione. Corrova con i piatti come una cameriera, e Stefania commentava ad alta voce:

Oh mamma, che stai preparando? Uninsalata di pollo? Dove era la salsiccia? Hai salato troppo linsalata di riso sotto la giacca.

Forse dovevi farla tu, dato che sei lospite, non reggevo più.

Io? esclamò Stefania gli occhi spalancati. Sono lospite, ma gli ospiti devono servirsi. Tu non lavori davvero, quindi sbrigati.

Lavoro, sputai.

Lavori, agitò la mano Valentina. Lo stipendio è una lacrima di topolino. Se non fosse per Giuseppe, voi e la bambina vivereste sotto un ponte. E, per favore, manda Ginevra nella sua stanza, sta intralciando.

Guardai la figlia: era rannicchiata in un angolo, le mani attorno alle ginocchia, con gli occhi spaventati. Nessuno la chiamava al tavolo. Nessuno la notava, tranne me.

Ginevra, vai nella tua stanza dissi, stringendo i denti.

In quel momento suonò di nuovo il campanello. Mi avvicinai, aspettandomi un altro ritardatario. Sulla soglia cera lei, la stessa vecchia, con lo stesso foulard e bastone, ma gli occhi brillavano più intensamente.

Buongiorno, orca. Ti avevo detto: un mese. Sono qui.

Chi è questa? la voce di Valentina fu un colpo di pistola.

La vecchia, senza accorgersi di lei, varcò la porta, si tolse le vecchie scarpe avvolte in spago e si diresse verso la sala dove gli ospiti erano rimasti immobili.

Buongiorno, gente buona fece cenno. Io sono Evelina. In parole povere, Dunia. Sono venuta a far visita a Lena.

Che? balzò Giuseppe dal divano, rosso di birra. Lena, sei impazzita? Chi è questa?

Io mi trovai a fissare la vecchia, senza sapere cosa dire. Ero in shock.

Lena, sei sana di mente? intervenne Stefania, guardando la donna con disprezzo. Che tipo di ospite è questa? Stiamo facendo una serata culturale e tu hai portato una senzatetto!

Come osate? sentii la rabbia mescolarsi allumiliazione. Questa è la mia casa!

La nostra casa! strillò la suocera. E non lascerò che un vagabondo si sistemi qui!

Dunia si sedette sulla sola sedia libera che avevo messo per me. Scrutò il tavolo, i piatti sporchi, i volti scontenti e sospirò rumorosamente.

Vagabondo, dici? chiese tranquillamente. Sono io il vagabondo? E voi chi siete? Venite a mangiare nella casa di unaltra, trattate la padrona da serva, mettono a letto la figlia Vagabondo, dici?

Lena! Tira fuori questa statua! gridò Valentina.

Rimarrà sentii la mia voce, più ferma di quanto avrei voluto.

Cosa? chiesero in coro Stefania e Giuseppe.

Avete sentito? intervenni, tra la vecchia e i parenti. Evelina è la mia ospite. Se non vi piace, la porta è qui. Non mi tratterete più da serva.

Il silenzio fu assordante. Stefania afferrò il braccio di Giuseppe.

Allora rimani con la tua nonna! Andiamocene! Non voglio più questo spettacolo!

Gli invitati iniziarono a uscire, lanciando sguardi ostili. Valentina rimase seduta in cucina, a fissarmi, e Giuseppe alzò il volume della televisione. Quando lultima porta si chiuse, Evelina si avvicinò a me.

Bene fatto, sussurrò. Hai fatto il primo passo. Il peggio deve ancora venire, ma tieniti forte. Ora mostrami dove dormirò.

La condussi nella piccola stanza che chiamavamo angolino. Cera un vecchio divano. Evelina si sdraiò, scricchiolando, chiuse gli occhi e mormorò:

È tutto, Lena. Sta per cominciare il vero divertimento. Domani i tuoi parenti si mostreranno nella loro intera bruttezza.

Il mattino seguente mi svegliai alle urla. Corsa in cucina, trovai Giuseppe e Valentina sopra Evelina, che beveva tranquillamente il tè con la mia tazza preferita.

Ha rubato i miei orecchini! urlò Valentina, tremante di rabbia. Doro! Giuseppe, chiama la polizia!

Quali orecchini? spostai lo sguardo dal marito alla vecchia.

Non lo sai! sbottò Giuseppe. Sei stata tu a mettere tutto in piedi, a far tornare a galla la suocera! Hai portato una mendicante in casa e ora ruba!

Non ho preso i tuoi orecchini disse Evelina, sorseggiando il tè. Ho già abbastanza beni, anche se vestita poveramente. La felicità non è nei soldi, ragazzo.

Fuori! urlò la suocera. Via, subito!

Guardai negli occhi Valentina. Non era rabbia, era trionfo. Capii che era una trappola.

Dove li avete cercati? chiesi.

Nella stanza di questa rispose Stefania, emergendo da dietro la suocera. Ho visto con i miei occhi come li ha nascosti nella tasca del suo soprabito.

Stai mentendo, dissi calma.

A chi menti? si avventò Stefania. Io…

Togliete le mani! Evelina si alzò improvvisa, la voce dacciaio. Pensate che la vecchia non capisca che avete infilato gli orecchini nella mia tasca mentre dormivo? Ho sentito tutto.

Valentina impallidì.

Cosa hai sentito, vecchia strega?

Che tu cospiravi con tua figlia. «Giuseppe crederà a me, la caccerà, e Lena scapperà con la nonna». Non funzionerà.

Giuseppe! strillò la suocera. Ascolti?

Giuseppe era rosso, i pugni stretti.

Lena, o ti vai via, o me ne vado. Decidi.

Guardai mio marito. Dieci anni di matrimonio. Dieci anni di umiliazioni, silenzi, di la mamma ha detto. Guardai Ginevra, in piedi sulla porta, con gli occhi pieni di terrore.

Decidi, ripeté lui.

Vai via, dissi.

Cosa?

Ho detto: vai via. Da mia madre, da Stefania, dove vuoi. Ma dalla nostra casa, intestata a me e a Ginevra, te ne devi andare.

La minaccia legale lo colpì. Giuseppe rimase senza parole. Aveva sempre accettato il mio silenzio, ma adesso qualcosa si era rotto.

Ti pentirai, sibilò Valentina, stringendo il figlio per mano. Andiamo a vedere come sta la nonna senza di noi.

Uscirono sbattendo la porta. Io mi sedetti, le ginocchia tremanti.

È finita, espirai.

No, orca intervenne Evelina, accarezzandomi la testa. È solo linizio. Non si arrenderanno così. Lappartamento è tuo, ma anche loro hanno una quota. Andranno a giudicarti, a chiedere gli alimenti, a sequestrare la macchina. Sei pronta?

Alzai lo sguardo. Non lo ero, ma non avevo più scelte.

Giuseppe tornò tre giorni dopo, non con una confessione, ma con una citazione in tribunale. Valentina Bianchi aveva sporto una causa per sfrattare me ed Evelina, chiedendo la vendita dellimmobile e la divisione del ricavato. Nella domanda si leggeva che io creavo condizioni intollerabili, avevo introdotto una persona estranea e pressione psicologica sul marito.

Ero seduto in cucina, una cartellinaCon il cuore ormai duro come pietra, firmai la dichiarazione che avrebbe cambiato per sempre il destino della mia famiglia.

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