– Sei diventata un posto vuoto, Francesca. Capisci? Vuoto. Un posto.
La voce di Andrea era piana, quasi priva di inflessioni, come se stesse elencando la lista della spesa. Se ne stava in piedi davanti alla finestra, di spalle a lei, lo sguardo fisso sul cortile. Sotto, un uomo portava a passeggio un bassotto fulvo che tirava festoso il guinzaglio, deciso a raggiungere una pozzanghera luminosa di sole.
Francesca Bianchi sedeva sul divano, tra le dita una tazza di tè ormai fredda da venti minuti. Continuava a stringerla solamente perché era lunica cosa che potesse tenerle le mani occupate.
– Cosa vuoi dire? chiese lei.
La voce le uscì flebile, appena un soffio.
– Esattamente quello che ho detto. Andrea si voltò finalmente. Il volto annoiato, quasi stanco, come chi è costretto a spiegare ciò che dovrebbe essere ovvio. Ti guardo ma non vedo nulla. Il vuoto. Il grigio. Cammini, cucini, dormi. Sei come un mobile, Francesca. Un buon mobile, solido, ma pur sempre un mobile.
Appoggiò la tazza al tavolino. La porcellana tintinnò piano sul legno.
– Dieci anni, disse lei a quel punto.
– Cosa, dieci anni?
– Abbiamo vissuto insieme dieci anni.
– E allora? Alzò le spalle, attraversò la stanza e si sedette di fronte a lei. Dieci anni bastano per capire che oltre non ha senso andare. Non voglio più vivere così. Voglio Fece una pausa, scegliendo la parola. Voglio sentire qualcosa. E tu non me lo fai sentire. Non mi ispiri. Sei semplicemente assente, anche se sei qui seduta.
Dentro Francesca, qualcosa, come una piccola asta testarda, cominciava a piegarsi lentamente.
– Dove dovrei andare, Andrea?
– Non è più un mio problema. Mise una gamba sullaltra. Lappartamento, lo sai, è intestato a mia madre. Di fatto, qui tu non hai nessun diritto. Non ti sto mettendo fretta, ma una settimana può bastarti? Troverai qualcosa.
– Una settimana basta, ripeté meccanica.
– Bene così. Prese dal tavolino il cellulare e si mise a scrollare. La conversazione, per lui, era finita.
Francesca si alzò, attraversò il corridoio e si rifugiò nella camera da letto. Si stese sopra il copriletto, fissando il soffitto bianco, che in alto mostrava una piccola macchia marrone lasciata dallumidità. Avrebbe dovuto ritoccarla di bianco due anni prima. Non laveva mai fatto.
Nella stanza accanto la televisione mormorava sommessamente: Andrea si era già trovato qualcosa da fare.
Non pianse. Rimase semplicemente lì, a guardare il soffitto, attraversata da un silenzio strano, simile a quello che segue la rottura improvvisa di un vetro in una casa vuota.
***
La settimana si srotolò in un tempo opaco, irreale. Andrea era quasi sempre assente: rincasava tardi, usciva presto. Non si rivolgevano la parola. Francesca cominciò a radunare le sue cose e scoprì che era umilmente facile: in realtà di suo, in quella casa, cera poco o nulla. Qualche abito, il cappotto pesante, una scatola di vecchie fotografie ingiallite, le sue riviste di cucito che teneva per chissà quale motivo, dato che non le sfogliava da anni.
Le riviste le lasciò.
Poi ripensò e le prese di nuovo.
Chiamò sua zia Lucia, cugina della madre, che aveva visto lultima volta al funerale della mamma dieci anni prima. Zia Lucia ascoltò in silenzio, e poi disse semplicemente:
Vieni qui, cè posto. Una stanzetta ce lho. Ci starai finché non ti sistemi.
Zia Lucia viveva a Quarto Oggiaro, allestrema periferia di Milano, dove il tram passava ogni ora e il negozio di alimentari era uno solo per chilometri. Francesca non aveva mai avuto simpatia per quella zona: palazzi scrostati, cortili polverosi, vecchie ringhiere, enormi pioppi che a primavera lasciavano ovunque coperta di lanugine bianca.
Arrivò una sera di venerdì, con due borse e una valigia.
Mamma mia come sei dimagrita, disse zia Lucia aprendole la porta. Era bassa, rotondetta, piena di dolci rughe intorno agli occhi, e profumava di camomilla e sugo fatto in casa. Vieni, non stare lì in piedi. Hai mangiato?
Non ho fame, zia Lucia.
Bisogna mangiare, rispose lei decisa, già rivolta verso la cucina.
La stanza era piccola, un letto stretto, un armadio antico, la finestra affacciata sulla parete cieca del palazzo di fronte. La carta da parati aveva perso da tempo ogni colore, un tempo doveva essere azzurra. Sul davanzale cerano tre vasi di gerani, vivi, rigogliosi, rossi come il sangue.
Francesca posò le borse, si sedette sul letto. Le molle scricchiolarono appena.
Vuoi il tè? gridò zia Lucia dalla cucina.
Sì, lo prendo, rispose piano Francesca.
Fu solo in quella stanzetta con i gerani e la carta azzurra scrostata che finalmente scoppiò a piangere.
***
Seguì un tempo lungo, sordo.
Quei giorni in cui al mattino ti pesano anche le ciglia e ti chiedi, davvero, perché mai dovresti alzarti. Francesca si svegliava sempre verso le sei, ascoltava sua zia Lucia agitarsi con la moka dietro la parete, seguiva distratta il sibilo frenato dei pochi tram che passavano là sotto. Si lavava, si vestiva, beveva un tè osservando la parete bianca fuori dalla finestra.
Zia Lucia era una donna saggia. Non chiedeva, non dava consigli, non diceva passerà o troverai di meglio. Le offriva piatti di minestrone, le lasciava guardare il suo televisore. Talvolta, di sera, tirava fuori un mazzo di carte e diceva:
Giochiamo a scopa?
E giocavano, in silenzio, quasi senza parole.
Francesca qualche risparmio lo aveva. Non molto. Prese tutto quello che aveva dal conto: duemila euro. Bastavano per uno, forse due mesi di vita tranquilla, se non si esagerava. Lei non esagerava.
Negli ultimi anni lavorava come ragioniera in una piccola impresa edile: continuava anche allora, andando tre volte la settimana negli uffici dallaltra parte della città, occupandosi delle scartoffie per i suoi mille euro mensili. Mille euro che servivano a vivere e a pagare una piccola retta a zia Lucia, che però non voleva mai accettare soldi. Alla fine Francesca lasciò la busta sul tavolo e si chiuse in camera, lasciando la zia senza argomenti.
Le serate erano le più difficili. Se ne stava nella sua camera, a ricomporre sempre gli stessi pensieri: dieci anni insieme non sono pochi. Dieci anni di colazioni, cene, influenze, natali e ferragosti, viaggi a Riccione, litigate e riappacificazioni. Lui la guardava e vedeva solo il vuoto. Forse lo era davvero. Forse dentro si era consumata e non se n’era accorta. O forse era bruciato anche lui. O forse tutti e due.
A volte prendeva il telefono e risaliva nella loro chat alle foto del lago di Garda di tre estati prima. Lui la abbracciava, ridevano. Lei non ricordava più il perché.
In quelle sere andava a letto presto, si copriva la testa col lenzuolo.
Una volta zia Lucia entrò pian piano e chiese:
Fra, dormi?
No.
Si sente. Breve pausa. Hai fame?
No.
Va bene, allora riposa. Pausa ancora. Anche io, lo sai, lho mandato via il mio. Molti anni fa. Pensavo di morire dal dispiacere. Non sono morta, però.
Click della porta. Zia Lucia se nera andata.
Francesca restò nel buio a pensare: e adesso via, da capo, quasi a cinquantanni. Come se fosse facile.
***
La macchina da cucire la trovò una mattina, verso metà del secondo mese.
Zia Lucia le aveva chiesto di sistemare il solaio sopra lingresso: un magazzino di cianfrusaglie mai toccato da decenni. Francesca cominciò, anche solo per distrarre le mani.
Saltarono fuori vecchi numeri di Famiglia Cristiana, ombrelli rotti, scatole di bottoni, flaconi vuoti, cartoline dauguri ormai illeggibili. Poi, in fondo, qualcosa avvolto in un lenzuolo pesante.
Srotolò.
Era una macchina da cucire Singer, nera di metallo, decorata con motivi dorati ormai consunti. Sul pannello ancora si leggeva la scritta Singer Milano, con un ricciolo elegante.
Zia Lucia! chiamò Francesca.
La zia arrivò con il grembiule e le mani infarinate.
Ah, la Singer! Era di mia sorella Giovanna. Non so nemmeno se funziona ancora. È ferma da una vita.
Posso provarla?
La zia la guardò con attenzione inaspettata.
Tu sai usarla?
Sapevo, una volta.
Allora prendila pure.
Francesca la portò nella stanzetta, la mise vicino alla finestra. Pulì il metallo, liberò la spoletta intrappolata da fili ormai fossilizzati. Nei cassetti trovò aghi, fili colorati, un metro da sarta in stoffa sbiadita, forbici arrugginite.
Scovò anche loliatore. Era secco, lo ricomprò. Lubrificò ogni ingranaggio, ripulì la griffa, provò a mano il volantino. Dapprima ruotava a fatica, poi sempre più morbido.
Si chinò sulla macchina quasi tre ore di fila. Studiò il crochet, infilò la spoletta, caricò il filo.
Mise sotto il piedino un pezzo di tela trovata tra i vecchi avanzi, abbassò la leva.
La macchina si mise a cucire, un rumore regolare, leggero, quasi musicale, e Francesca sentì qualcosa di strano, come il pizzicore della mano addormentata che torna a vivere: doloroso e allo stesso tempo vivo.
Arrestò la macchina e osservò la cucitura. Dritta, quasi perfetta.
Qualcosa, nellangolo in fondo della memoria, si destò.
***
A diciottanni cuciva sempre. Di tutto: ricavava gonne dagli abiti vecchi della madre, camicette da tessuti comprati in saldo. Nel laboratorio sotto casa lavorava la signora Maria, sarta né giovane né vecchia con le dita punte daghi, e Francesca la spiava mentre tagliava, segnava le linee di gesso e rifiniva i bordi. La signora Maria spiegava tutto volentieri: capiva che la ragazza aveva occhio davvero.
Poi luniversità, Andrea, il matrimonio, il tran-tran della vita che si impose subito. La macchina che aveva comprato col suo primo stipendio la vendette quando si trasferì da Andrea: casa piccola, poco spazio, lui diceva che ingombrava troppo. E lei, innamorata, non protestò: ora le pareva tutto secondario.
Gli anni passarono, e cucire era rimasto solo unombra. Ogni tanto, guardando un abito bello in vetrina, si diceva: chissà come sarebbe bello farlo io. E non lo faceva.
Ora, nella stanza della periferia milanese con la Singer, ascoltava la regolare trafila dellago.
Il giorno seguente prese il tram e scese al Mercato dei Tessuti. Non in un centro commerciale, ma al vecchio mercato a cielo aperto, dove i rotoli di stoffe si srotolavano odorosi e con pochi euro si poteva comprare mezzo metro di lino o jersey.
Camminò tra i banchi, passò le dita tra filati, lini, crepon, panni. Si fermò davanti a una pezza di viscosa grigio-azzurra, morbida e quasi opaca.
Quanto ce nè? domandò.
Quattro metri e mezzo, rispose la venditrice.
Li prendo tutti.
La donna misurò e incartò.
Per cosa è?
Un vestito, disse Francesca.
Si stupì lei stessa di quanto le uscisse sicura la risposta.
***
Tagliò la stoffa stendendosi a terra: sistemò la carta del cartamodello che costruì di memoria, aiutandosi con i vecchi numeri di Burda trovati tra le riviste inutilizzate della zia Lucia. Un modello semplice, diritto, con cintura e colletto alto, maniche a tre quarti. Niente di elaborato: solo una bella forma.
Zia Lucia sbirciava ogni tanto, ma non commentava. Solo una volta appoggiò una tazza di tè sul pavimento accanto a lei.
Hai scelto un bel colore, disse.
Tagliare le faceva un po paura allinizio. Trovò poi forbici abbastanza nuove in un cassetto e praticò il primo taglio. Da lì la paura svanì: il primo taglio ne aveva scacciato tutta la forza.
Cucì per tre giorni.
Non perché fosse difficile, ma perché non aveva fretta. Lavorava la sera, dopo lufficio, si metteva davanti alla Singer e cuciva. Tutto in ordine, con cura: cuciture laterali, lampo sulla schiena, colletto, maniche, persino qualche errore che riprendeva con pazienza. In quelle ore la testa smetteva di girare attorno ad Andrea. Esistevano solo la stoffa, il filo, la linea da girare perfettamente.
Alla terza sera, fermò lago, tagliò il filo, stirò le cuciture, appese il vestito alla gruccia. Fece un passo indietro.
Un bel vestito.
Semplice, grigio-azzurro, morbido e senza alcuna pretesa, proprio per questo bello. La cintura in coordinato evidenziava il punto vita, il colletto alto copriva il collo quanto bastava.
Lo provò.
Si guardò allo specchio nel corridoio, lunico grande in casa di zia Lucia. Lo specchio, vecchio e segnato ai lati, rispecchiava però tutto con sincerità.
Francesca osservò la donna nel riflesso, a lungo. Da quella superficie la guardava una donna. Non nessuno, non spazio vuoto, non mobile. Una donna cinquantenne, coi capelli scuri raccolti in uno chignon semplice, le spalle dritte e negli occhi una luce timida, ma viva.
Il vestito era perfetto.
Fra, chiamò zia Lucia dalla cucina. Vieni a farmelo vedere!
Francesca entrò in cucina col vestito.
Zia Lucia la guardò. Rimase zitta molti secondi.
Ecco, disse. Così va molto meglio.
Si voltò al fornello, il brodo richiedeva attenzione. Ma Francesca vide che sorrideva.
Tornò nella sua stanza, si sedette. Accarezzò la stoffa sulle ginocchia. La viscosa era morbida, piacevole. Il vestito non tirava, non stringeva. No, era giusto così.
Dentro di lei, la piccola asta che si era piegata la prima sera si raddrizzò un poco.
***
Indossò il vestito il sabato successivo.
Per uscire semplicemente a comprare le medicine. Zia Lucia aveva bisogno di pastiglie per la pressione, Francesca prese la ricetta, si mise il vestito grigio-azzurro, sopra un giacchino chiaro riesumato dalla valigia ed uscì.
Fuori laria era bella, limpida e asciutta dottobre. Le foglie dei pioppi viravano alloro.
Camminava, sentiva che si muoveva diversa dal solito. Non più di fretta, senza guardarsi attorno. Vide: un gatto si stendeva sul davanzale con pigra filosofia, una vecchia sul portone lavorava a maglia qualcosa di blu, un bambino trascinava la mamma verso una pozzanghera.
La farmacia era poco più avanti. Accanto, un nuovo caffè Angolino, che non ricordava di aver mai visto. Alla porta, la scritta cornetti caldi e caffè.
Entrò. Ordinò un cappuccino e un cornetto, perché quel giorno si poteva.
Il locale era piccolo, cinque tavolini. Allangolo una signora ben messa, sessantenne, grandi orecchini e capelli bianchi corti, leggeva qualcosa sul telefono. Aveva il portamento di chi è abituato a decidere: dritta, pacata, piena di sé.
Francesca si sedette vicino alla finestra.
Passarono dieci minuti. Guardava fuori, beveva, pensava a tutto e niente. Era semplicemente bene.
Mi scusi.
Si voltò. La signora dei capelli dargento la fissava.
Non voglio essere indiscreta, disse, ma ha un vestito bellissimo. Mi dice dove lha comprato?
Francesca esitò.
Lho cucito io.
La signora si sporse, interessata.
Davvero? È sarta?
No, ma so cucire. Lo facevo tempo fa, ora ricomincio.
Il taglio La signora osservava con occhio esperto. Sembra semplice, ma la manifattura è perfetta. Si vede da come cade la stoffa. Un po me ne intendo: lavoravo alla Maison della Moda.
Grazie, disse Francesca senza sapere cosaltro aggiungere.
Concetta Maria, si presentò. Ma vada per Concetta.
Francesca.
Francesca, avrei una domanda. Se le sembra strana, mi dica pure di no. Concetta strinse la tazza con entrambe le mani. Fra tre settimane compio sessantacinque anni. Vorrei essere elegante alla mia festa, ma non trovo un vestito che mi piaccia. O sembrano abiti da nonna o troppo giovanili. Ma come il suo, ecco, è esattamente ciò che vorrei. Lo farebbe per me?
Francesca la studiò. Concetta Maria contraccambiava senza insistenza: era davvero solo una domanda.
Qualcosa dentro si smosse.
Lo faccio, disse.
***
Concetta Maria arrivò due giorni dopo con una pezza di crepe color amarena, brillante e ben tessuta.
Francesca prese le misure sul tavolo sgombro di libri. Segnò tutto. Poi, a tavola con il tè assieme a zia Lucia, disegnò vari bozzetti: Concetta scelse un modello a trapezio, manica a tre quarti, scollo a V, sobrio.
Questo, decise. Proprio questo.
Pronto fra due settimane.
Quanto le devo?
Francesca arrossì, non ci aveva nemmeno pensato.
Non saprei
Le dico io quanto costa un modello così, in una buona sartoria. E le dichiarò la cifra. È giusto.
Era lequivalente delle sue due settimane di stipendi da ragioniera.
Un po ci pensò.
Va bene.
Quando Concetta se ne andò, zia Lucia le si avvicinò.
Ho sentito. È una bella cifra.
Sì.
Tu continua, Francesca. Cuci bene.
Francesca la fissò.
Zia, perché mi hai accolto? Non ci conoscevamo quasi.
Zia Lucia rifletté.
Sei la figlia di Bianca. E tua mamma, tempo fa, aiutò me. Io aiuto te. I debiti vanno saldati.
Tornò alla cucina.
Francesca si portò alla finestra. Di fronte, sulla parete cieca, improvvisamente comparve un grande murales: fiori blu che si arrampicavano sul grigio.
***
Labito per Concetta fu unesperienza diversa: ora cuciva per unaltra persona, e la responsabilità era enorme. Tagliò il crepe con attenzione religiosa, lavorò con la calma di chi non vuole sprechi su un tessuto pregiato.
In cinque giorni il vestito era pronto, perfetto in ogni rifinitura. La cerniera la cucì a mano per evitare grinze. Lorlo, a mano, invisibile.
Quando Concetta lo provò, Francesca capì tutto guardandole il volto.
Mio Dio, disse lei davanti allo specchio. Ma questa non sono io.
Invece sì, è proprio lei. Solo in un bel vestito.
No, è diverso. Quando una cosa è fatta su misura, la senti addosso. Non ti viene voglia di curvarti.
Un piccolo ritocco alla gonna e Concetta spiccava. Non voleva togliersi il capo.
Le dico una cosa, mormorò, mentre Francesca aggiustava gli spilli. Ho una cara amica, Anna Rosa. Sta per fare una festa, cerca anche lei un vestito. Le posso dare il suo numero?
Sicuramente.
E poi, la nuora di mio figlio si risposa lanno prossimo. Non vuole un abito da sposa, ma uno elegante. Ha una figura difficile. Lo farebbe?
Francesca la fissò.
Certo.
Concetta annuì, come se tutto ciò fosse la cosa più naturale del mondo.
***
I seguenti due mesi furono un turbine. Ma un turbine felice e nuovo.
Anna Rosa voleva un tailleur; una signora conosciuta in caffetteria chiese un completo di gonna e camicia. Una giovane, figlia di unamica di Concetta, desiderava un abito da sera aziendale. Francesca confezionò tutto. La giovane pubblicò la foto sullaccount Instagram con la frase finalmente una vera sartoria e subito arrivarono altri ordini.
La stanzetta di zia Lucia era ormai un laboratorio. Tessuti ovunque, sui mobili, davanti alla finestra, impilati sulla sedia. La Singer cuciva ogni sera, a volte anche la domenica mattina.
Zia Lucia non protestò mai. Solo una volta, entrando e trovando la stanza coperta da metri di tessuto, disse:
Francesca, qui serve un posto più grande.
Sì, lo so.
Qui proprio non si può.
Hai ragione, zia.
Le commesse aumentavano, era tempo di muoversi. Con i risparmi messi da parte Francesca fece il conto: affitto per il laboratorio, acquisto della macchina industriale, taglia-cuci, banco da taglio; avrebbe speso tutto e forse avrebbe dovuto chiedere un prestito.
Chiamò Concetta Maria. Non sapeva bene perché.
Concetta, ti va un consiglio?
Dimmi.
Spiegò tutto. Concetta tacque, poi disse:
Prendi il locale. I soldi te li presto io. Senza interessi. Me li restituirai quando potrai.
Non posso accettare
Francesca, la interruppe calma, mi hai regalato labito più bello della mia vita. Fammi ricambiare, non è beneficenza. È normale che la gente si aiuti.
Francesca rimase silenziosa.
E poi, aggiunse Concetta con una risatina, ho già quattro amiche in lista dattesa. È anche nel mio interesse che tu abbia una sartoria vera.
***
La sartoria Francesca la aprì ai primi di dicembre.
Traslocò la Singer. Ormai era più simbolo che altro: la macchina industriale, acquistata al negozio di tessuti allIsola, era infinitamente più rapida e precisa. Ma la Singer restava sul suo tavolino davanti alla finestra.
Il laboratorio era chiaro, luminoso. Banco da taglio, due punti di lavoro, scaffali di stoffe e bottoni, un grande specchio a figura intera. Alle pareti, appese, le sue bozze incorniciate. Zia Lucia venne a vederla: girò, toccò tutto, fissò a lungo lo specchio.
Va bene così, commentò.
Zia, disse Francesca prendendole la mano, voglio darti una cosa.
Le diede una busta. Zia Lucia esitò.
Non serve, Fra…
Sì, invece. Questa è per la stanza. Per tutti questi mesi. Ho fatto i conti.
Io non li ho mai fatti
Io sì. Tieni.
Zia Lucia prese la busta. Restò un attimo in silenzio, poi disse:
Mi servirebbe un frigorifero nuovo. Quello vecchio sembra un trattore.
Andiamo a comprarlo, rispose Francesca.
Andarono al magazzino degli elettrodomestici: la zia, soddisfatta, scelse un grande modello color argento.
È buono, disse soddisfatta, e la gioia nei suoi occhi fece capire a Francesca di aver fatto la cosa giusta.
***
Dicembre portò tanti ordini. Tutte cercavano abiti per Natale, camicie eleganti, tailleur da ufficio. Francesca cuciva a lungo, spesso si fermava fino alle nove, in compagnia di tè bollente e del ritmo della Singer.
Gennaio portò la calma. Assunse una giovane, Angela, abile con lorlo e il taglio, ma non ancora sicura con i cartamodelli. Le insegnò con piacere a cucire, e fu una piccola sorpresa sentire quanto gioisse a vedere una mano apprendista riuscire.
Lasciò il posto da ragioniera. Chiamò limpresa, spiegò che non avrebbe più gestito i conti. I colleghi rimasero delusi ma accettarono.
A marzo chiamò una donna sconosciuta. Diceva di essere una sarta amatoriale e voleva lezioni di taglio.
Non sono uninsegnante, rispose Francesca.
Ma lei sa farlo, e mi hanno parlato bene di lei. Me lo ha detto Concetta Maria.
Va bene. Venga. Vedremo insieme.
Nacque così il suo primo corso, e poi il secondo. Poi un piccolo gruppo. Unaltra maniera di cucire, non più solo per sé ma anche per insegnare. E pian piano prese posto tra le sue giornate.
In primavera prese casa da sola.
Sfitto un monolocale a due passi dalla sartoria: terzo piano, cucina luminosa, pareti nuovissime, bianchissime, nessuna macchia in alto. Trasportò le sue cose, appese le tende fatte da sé.
La prima sera, seduta nella nuova cucina con un tè, guardava il piccolo cortile di betulle.
Quella era casa sua. Piccola, estranea ma sua.
***
Lincontro con Andrea avvenne a fine maggio.
Stava tornando a casa dalla sartoria, attraversando il parco, senza fretta: la sera era dolce, il profumo del gelsomino si confondeva tra i tigli, le foglie giovani brillavano dorate alla luce del tramonto. La borsa pesante di campioni di tessuto pendeva dalla spalla.
Lo vide arrivare da lontano, dieci passi avanti. Riconoscibile subito, anche se cambiato. Dimagrito, pallido. La giacca pendeva goffa dalle spalle. Camminava meno sicuro di come ricordava.
Lui la notò. Si fermò.
Francesca continuò dritta, ma a un passo da lui lui disse:
Francesca.
Lei si bloccò.
Ciao, Andrea.
Lui la guardava, lo sguardo incerto, nuovo.
Sei molto in forma.
Grazie.
Silenzio. Si raggomitolò nelle mani in tasca.
Dove vai?
A casa.
Abiti vicino?
Sì.
Altro silenzio. Una donna passò spingendo un passeggino, rompendo solo per un attimo la quiete.
Francesca, io Esitò. Possiamo parlare? Cinque minuti.
Lei lo studiò attentamente. Sembrava stanco, ma la sua era la stanchezza triste di chi non trova posto.
Sediamoci, disse, indicando una panchina.
Si sedettero. Andrea fissava le mani intrecciate tra le gambe.
Non so da dove cominciare.
Da dove vuoi, rispose lei, senza durezza.
Se nè andata. Quella per cui Insomma, è finita sei mesi fa. Mi ha detto che sono noioso, senza ambizioni. Un ghigno ironico. Capisci lironia?
Eccome.
Ora sto da mia madre. Il lavoro è così così, la mia azienda è saltata. Tutto… Alzò lo sguardo, la fissò. Si è disfatto tutto. Spesso penso di aver sbagliato. Un grande sbaglio, Francesca.
Lei ascoltava.
Quando stavo con te non capivo. Tu ceri, sempre, facevi tutto. Io invece Si interruppe. Cercavo qualcosa, non sapevo neanche io cosa. E non vedevo quello che avevo. Ti ho dato della presenza vuota. Si ritrasse come trafitto da un ago. Non si può scusare. Ma voglio che tu sappia: ci penso, spesso.
Francesca guardava le betulle davanti alla panchina. Le fronde tremavano. Odore di griglia dal cortile vicino.
Andrea, non è una colpa smettere di amare. Capita. Si smette.
Lui taceva.
Ma sei stato crudele nel modo in cui lo hai detto. Spazio vuoto, mobile, sparisci. Quello è stato crudele. Non perché sei cattivo, ma perché lo è stato, e io ci ho messo mesi a lasciarlo andare.
Lo so, disse.
Ma mi hai anche fatto un regalo.
Lui la guardò, sorpreso.
Mi hai buttato fuori. Avevo paura. Sono uscita con due borse e duemila euro, senza sapere cosa fare. Ho vissuto da zia Lucia come unorfana, in una stanza tre per quattro, a piangere ogni sera. Periodo orrendo.
Francesca
Aspetta. È la verità, e la voglio dire. Lì ho trovato la Singer. E mi sono ricordata di cosa sapevo fare, di quanto mi piacesse cucire. Quanto avrei voluto farlo davvero, ma non lo facevo più. Ho ricominciato. Prima per me, poi per gli altri. Ora ho una sartoria in centro, Andrea. Da sei mesi. Le donne vengono, e mi piace davvero quello che faccio.
Lui aveva negli occhi un sentimento indefinito; difficile da leggere.
Se tu non mi avessi spinto fuori, sarei ancora lì. A fare il minestrone senza sapere nulla di me stessa. Capisci? Non dico che hai fatto bene. Dico che è andata così.
E tu non mi hai perdonato?
Francesca si prese un istante.
Non ti porto rancore. Ma tornare indietro no. Non perché voglio vendicarmi. Ora io sto dove voglio. Forse per la prima volta.
Lui guardava lontano.
Potremmo
No. Dolcemente ma con decisione. No, Andrea.
Il silenzio fu lungo ma leggero.
Come sta la zia Lucia? chiese lui improvvisamente.
Bene. Le ho comprato un frigorifero. La domenica vado da lei, giochiamo a scopa.
Andrea sorrise sinceramente.
Sei sempre stata una brava persona, Fra.
Anche tu non sei malvagio, disse serena. Solo che non funzionavamo più insieme.
Si alzò, sollevò la borsa con i tessuti.
Devo andare? chiese lui.
Sì, domani ho clienti alle otto.
Va bene. Si alzò. Sono felice che tu stia bene. Davvero.
Lo spero anche per te, rispose Francesca.
E non cera veleno, nessuna rivincita. Solo la verità: gli voleva bene, senza né rabbia né amarezza.
Si avviò lungo il viale verso casa. Sentiva il suo sguardo ancora per qualche passo, poi più nulla. Forse lui prese la strada opposta.
Le betulle lasciavano ombre sottili sul cemento. Francesca camminava in quelle ombre con la borsa che le pesava la spalla, piena di tessuti e cataloghi di accessori. Domani alle otto arrivava la signora Carmela, una professoressa in pensione che sognava una gonna nuova: non larga, dritta, elegante per il teatro e la visita dal dottore.
Francesca pensava al modello, a come disporre la gonna su una figura bassa e pienotta. Una linea diritta richiede mestiere, basta poco per sbagliare.
Mentre pensava, avvertì il gelsomino farsi più intenso la sera. Un bimbo passava cantando su un monopattino. Da una finestra il profumo di patate arrosto. Casa.
***
Quella sera, in sartoria, non lavorò. A se stessa aveva promesso: dopo le sette, niente più Singer. Passò solo a recuperare il quaderno delle misure. Era lì, accanto alla Singer: nera, dorata, tranquilla.
Accarezzò il corpo metallico.
Grazie, mormorò piano.
Era buffo ringraziare una macchina da cucire. Ma grazie a chi dire, per tutto ciò che la vita aveva portato fin lì? A zia Lucia, a Concetta, ad Angela che curava i modelli semplici? Forse a tutti. Forse a quel vento strano e surreale che, partendo dal male, laveva portata in una stanza piena di luce.
Prese il quaderno, spense la luce, chiuse la sartoria. Scese la scala di legno.
Milano viveva la sua sera: gente che camminava, auto che scorrevano, risate di bambini. Una sera come tante, nulla di magico.
Tornando, si fermò al forno Pane Fresco: comprò una ciabatta con semi di girasole e un barattolo di buon miele che la vecchia signora del banco produceva in Brianza.
Buonasera, salutò Francesca.
Buona sera cara. La signora diede il resto. È miele di maggio: domani col pane, vedrà che bontà.
Grazie, lo farò.
Uscì. Nella borsa pane, miele, il quaderno, il catalogo bottoni. Addosso, un vestito color avorio che aveva cucito la settimana prima: lino spesso, cintura morbida e maniche ampie. Bello da portare.
Andò a casa a piedi, dieci minuti. Ripensò alla gonna della professoressa Carmela, ai nuovi rocchetti da ordinare, al fatto che Angela finalmente taglia modelli semplici da sola.
Poi smise di pensare al lavoro.
Il cielo era ancora rosa verso occidente, le rondini sfrecciavano alte. Da qualche parte, la vita continuava con la sua instabile perfezione.
La felicità dopo un divorzio, come si legge nei titoli banali. Ma Francesca non ci pensava così. Solo: sto andando a casa. Domani ci sarà da lavorare. Ho una professione che amo. Ho zia Lucia, la domenica. Ho clienti felici. Ho la Singer. Ho questo cielo.
Era abbastanza.
Non troppo, non poco. Semplicemente abbastanza. Forse era questo ciò che cercano certe storie: la seconda giovinezza, la nuova vita, la fiducia che si può ricominciare. Non da un giorno allaltro. Solo: un abito, poi un altro, poi una sartoria, poi una casa, poi una sera di maggio col pane e il miele.
Compose il numero di zia Lucia.
Pronto, zia?
Eh, dove vuoi che sia. Guardo LEredità. Che cè?
Niente. Solo così.
Pausa.
Vieni domenica?
Certo. Vuoi la torta?
Alle mele, se puoi. La voce tenera di zia Lucia. Quella mi piace.
Va bene, alle mele.
Francesca infilò il telefono in tasca. Salì al terzo piano, aprì la porta dellappartamento.
Dentro odorava di lino: il giorno prima aveva tagliato la stoffa sul tavolo, fuori pioveva, non aveva voglia di uscire. Aveva già pulito tutto, ma il profumo restava. Un buon profumo.
Mise su il bollitore, tagliò il pane, aprì il miele. Era chiaro, ambrato, trasparente.
Le rondini ancora volavano, il buio scendeva.
Spalmò il miele sul pane, assaggiò. Aveva ragione la signora: buonissimo.
***
La mattina dopo era bellissima.
La signora Carmela arrivò puntuale alle otto: minuta, energica, i capelli bianchi raccolti in onde e uno sguardo vivissimo dietro gli occhiali.
Francesca, disse subito. Ho portato la foto del modello che vorrei. Non troppo larga, eh.
Le porse la stampa.
Francesca guardò: buona linea, sobria. Bella sfida.
Si accomodi, le spiego come faremo.
Carmela si sedette composta.
Sa, disse guardando la sartoria, ho sognato per anni una gonna così. Nei negozi non ne trovo. Una vicina mi ha parlato di lei. Dice che dopo il suo abito si è sentita unaltra donna. Rise. Mi sembra il complimento migliore.
È il migliore di tutti, convenne Francesca.
Aperse il quaderno, prese la metratura.
Si metta qui, per piacere.
Carmela si alzò, raddrizzò le spalle, si guardò allo specchio.
Dicono che in pensione si smette di curarsi. Ma io perché dovrei? Ho ancora tanti anni davanti, ci sono cose per cui val la pena vestirsi bene.
Proprio così.
Francesca misurava e pensava al taglio, mentre il sole di aprile calava dalla finestra larga, finendo sul pavimento chiaro a quadrati. Nellangolo, la Singer dorata, sempre lì. Angela sarebbe arrivata alle dieci. Alle undici la prossima cliente.


