Diario di Maria
Che brava donna.
Che faremmo senza di lei?
E intanto le dai solo mille euro al mese.
Maria, le abbiamo intestato la casa, no?
Mi sono svegliato presto stamattina. Ognuno degli anni sulle mie spalle si fa sentire. Sono andato piano piano verso la stanza accanto, la luce soffusa della lampada che mi faceva compagnia mentre osservavo mia moglie.
Mi sono seduto vicino a lei e ho ascoltato il suo respiro. Sembra tutto in ordine.
Poi mi sono alzato e sono andato piano in cucina. Ho aperto il latte, sono andato in bagno e poi sono tornato nella mia camera.
Ho cercato di dormire ancora, ma il sonno non arrivava:
Io e Maria abbiamo novantanni ormai. Quanto abbiamo vissuto? Presto toccherà anche a noi. E intorno, nessuno.
Le nostre figlie, la nostra Francesca se nè andata che ancora non aveva compiuto sessantanni.
Anche Antonio ormai non cè più. Ne ha combinate tante La nipote, Chiara, vive in Germania da quasi ventanni. Neanche si ricorda più dei nonni. Avrà già dei figli grandi…
Non so quando mi sono addormentato.
Mi ha svegliato una mano:
Cesare, tutto bene? mi ha chiesto Maria, con la voce sottile.
Ho aperto gli occhi. Lei si era chinata su di me.
Che cè, Maria?
Ti vedevo lì fermo, senza muoverti.
Sono ancora qui! Torna a dormire!
Poco dopo ho sentito i suoi piccoli passi lenti. Ho sentito linterruttore del corridoio, poi lacqua dal rubinetto e infine è tornata nella sua stanza e si è messa a letto.
Chissà, un giorno mi sveglierò e lui non ci sarà più. Che farò? O magari toccherà a me prima…
Cesare ha già pensato perfino al funerale. Mai pensato si potesse organizzare tutto in anticipo! Ma in fondo meglio così, chi lo farebbe per noi?
La nipote ormai si è dimenticata di noi. Solo la vicina, Giovanna, ogni tanto passa a trovarci. Ha le chiavi di casa nostra. Cesare le dà mille euro dalla pensione ogni mese. Lei ci fa la spesa, prende quello che serve. Che ci facciamo coi soldi ormai? E dal quarto piano nemmeno riusciamo più a scendere.
Mi sono svegliato con il sole che entrava dalla finestra. Sono uscito sul balcone e ho visto la cima verde del tiglio. Mi è spuntato un sorriso:
Guarda un po, ce labbiamo fatta anche questanno fino all’estate!
Sono andato da Maria. Era seduta a letto con lo sguardo perduto.
Dai, Maria, basta pensieri tristi! Vieni, voglio farti vedere una cosa.
Ah, oggi non mi reggo sulle gambe! è riuscita ad alzarsi appena. Che vuoi farmi vedere?
Su, vieni!
La sostenevo mentre la portavo piano fino al balcone.
Guarda, il tiglio è verde! Dicevi che non saremmo arrivati allestate, invece ci siamo.
Eh, davvero! E cè pure questo bel sole.
Ci siamo seduti sulla panca del balcone.
Ti ricordi quando ti invitai al cinema? Ai tempi della scuola. Anche allora i tigli erano appena diventati verdi
Certo che ricordo. Quanti anni sono passati?
Più di settanta… Settantacinque, forse.
Restammo a lungo seduti lì a ricordare la gioventù. Tante cose si dimenticano con letà, anche quelle fatte ieri, ma certi ricordi non vanno mai via.
Oh, ci siamo persi a parlare! si è alzata Maria. E ancora niente colazione.
Maria, metti su un tè buono! Sono stufo di queste tisane.
Non dovremmo…
Solo un po, e metti un cucchiaino di zucchero.
Quelle mattine di una volta, tè forte e dolce, con la focaccia calda… Che tempi. Ora bevo questo tè leggero e mi mangio un pezzetto di pane con formaggio.
Poi è venuta la vicina. Sempre con quel sorriso.
Come va oggi?
Cosa vuoi che vada a novantanni? ho scherzato.
Se scherzi va tutto bene! Vi serve qualcosa?
Giovanna, compraci un po di carne! le ho chiesto.
Ma il dottore aveva detto di no!
Un po di pollo si può.
Va bene. Vi porto una bella zuppa con i tagliolini.
Ha riordinato la tavola, lavato i piatti e se nè andata.
Maria, andiamo ancora un po fuori sul balcone? Prendiamo un po di sole.
Andiamo!
Dopo un po, Giovanna ci ha raggiunto:
Come, vi mancano i raggi?
Qui si sta bene, Giovanna! Maria si è lasciata sfuggire un sorriso.
Vi porto un po di crema di riso, poi comincio a cucinare la zuppa per pranzo.
Che donna meravigliosa ho detto mentre se ne andava. Chissà dove saremmo senza di lei.
Eppure le dai solo mille euro al mese
Maria, ma le abbiamo intestato la casa.
Non lo sa nemmeno.
Siamo rimasti sul balcone fino allora di pranzo. La zuppa di pollo che ha preparato Giovanna era deliziosa, con tanto di pezzetti teneri e patate schiacciate.
Era la stessa che facevo a Francesca e Antonio quando erano piccoli, ha ricordato Maria.
E ora, arrivati a questa età, ci cucina gente che non è neanche di famiglia, ho sospirato.
Forse, Cesare, era destino così. Quando non ci saremo più, forse nessuno ci piangerà.
Basta malinconia, Maria. Andiamo a riposare un po.
Cesare, è vero che si dice:
Vecchi e bambini, non cè poi tanta differenza.
Pure noi come i bambini: zuppa passata, pisolino e merenda.
Mi sono sdraiato a letto, ma non riuscivo a dormire. Forse il tempo che cambia. Sono tornato in cucina. Sul tavolo cerano due bicchieri di succo, pronti, come sempre, da Giovanna.
Li ho presi con tutte e due le mani, piano per non rovesciarli, e sono andato da Maria. Era seduta e guardava fuori dalla finestra, pensierosa.
Maria, su, che ti prende? Dai, beviamo il succo!
Lei ne ha bevuto un sorso.
Anche tu non dormi, eh?
Sarà il tempo.
Da stamattina non mi sento molto bene, ha scosso il capo, quasi con rassegnazione. Sento che non mi resta molto. Promettimi che mi darai una degna sepoltura.
Maria, ma che vai dicendo! Come farò senza di te?
Qualcuno dei due dovrà andarsene per primo.
Dai! Vieni ancora un po fuori!
Abbiamo aspettato il tramonto sul balcone. Giovanna ci ha preparato delle frittelle dolci e poi ci siamo messi a guardare la televisione, come ogni sera. Dei film nuovi non capiamo più niente, così ci godiamo sempre qualche vecchia commedia o cartone animato.
Questa sera abbiamo visto solo un cartone. Maria si è alzata dal divano:
Vado a dormire, sono sfinita.
Anchio allora.
Aspetta, lasciami guardarti bene! mi ha sussurrato.
Perché?
Solo per guardarti.
Ci siamo persi a guardarci a lungo. Forse ricordavamo quella giovinezza, dove tutto era ancora da vivere.
Dai, ti accompagno fino a letto.
Maria mi ha preso sottobraccio e ci siamo mossi adagio.
Lho coperta con la coperta leggera e sono tornato nella mia stanza.
Mi sentivo così strano dentro. Non riuscivo a dormire.
Credevo di non aver chiuso occhio, ma lorologio elettronico segnava le due di notte. Mi sono alzato e sono andato da lei.
Era distesa, gli occhi aperti.
Maria!
Le ho preso la mano.
Maria, che hai! Maria!
Improvvisamente anchio ho sentito che mi mancava il respiro. Sono tornato in camera, ho preso i documenti che avevo preparato, li ho messi bene in vista.
Sono tornato da lei, lho guardata a lungo. Poi mi sono steso accanto a Maria e ho chiuso gli occhi.
Lho vista, giovane, bellissima, come settantacinque anni prima. Che andava verso una luce lontana. Lho raggiunta, le ho preso la mano.
La mattina dopo, Giovanna entrò nella camera. Dormivamo vicini, con un sorriso sereno stampato sui volti.
Alla fine, Giovanna chiamò il pronto soccorso.
Il medico, arrivando, ci guardò, scosse il capo:
Sono andati via insieme. Si vede che si sono amati molto…
Ci portarono via. Giovanna si è seduta stanca vicino al tavolo. Solo allora ha visto i documenti, il testamento scritto proprio per lei.
Ha appoggiato la testa sulle braccia ed è scoppiata a piangereSi mise le mani sul volto, tra il sollievo di sapere di aver fatto bene e il dolore di averli persi. Ogni angolo della casa portava ancora il loro respiro, come uneco lieve che si scioglieva nella luce del mattino.
Quella sera, raccolse due fiori dal tiglio, li mise in un bicchiere e li lasciò sul balcone, proprio dove Cesare e Maria avevano sorriso insieme allultima estate. Guardò il verde del giardino che si stendeva sotto di lei e sussurrò:
Avete vissuto come vi siete voluti bene.
Poi abbassò le tapparelle, si sedette ancora un attimo sulla panca vuota, e nel silenzio sentì, per un istante, le loro voci sfumare insieme al canto dei merli.
Sorrise, stringendo tra le mani la chiave ormai ereditata, e pensò:
La vita è breve, ma certe carezze fanno primavera per sempre.




