Una faccenda urgente: gli ospiti stanno per arrivare e voi dovete andare altrove.

« Qui cè una questione, presto arriveranno gli ospiti e dovete andare da qualche parte. Capite che senza di voi non ci sarà festa alcuna.
Figlio mio, dove andremo? Qui non cè nessuno, chiese la madre.
Non lo so, ma la vicina del paese una volta vi aveva invitato a casa sua, così andate», rispose il giovane.

Vittorio Stefano e Maria Niccolini, ormai invecchiati, avevano più volte rimpianto di aver ascoltato quel figlio e di aver venduto la loro casa. Fu una decisione dolorosa, ma quella dimora era stata la loro vita. Erano stati padroni di quel tetto, anche se ora era solo un ricordo.

Temevano di uscire dalla loro stanza per non suscitare lira della nuora Caterina. Ogni suo gesto li irritava: il modo con cui calpestava il pavimento, il modo in cui sorseggiava il tè, il modo in cui mangiava. Lunica persona cui loro erano utili nella casa era il nipote Dario.

Dario era un giovane alto e affascinante, ma amava i suoi nonni fino a farci perdere la ragione. Se la madre alzava la voce in sua presenza, lui reagiva subito. Il fratello Valerio, al contrario, non difendeva mai i genitori; sembrava non curarsene più.

Il nipote, nonostante gli impegni, riusciva a cenare con la nonna e il nonno. Di solito abitava poco in casa, perché in pratica era uno studente a Torino e viveva in un dormitorio vicino al lavoro, tornando solo nei weekend. Lattesa dei nonni per la visita del nipote era quasi una festa. Con lavvicinarsi del Capodanno, Dario arrivò allalba solo per salutare tutti.

Entrò nella stanza dei nonni e porse a ciascuno caldi calzini e guanti. Sapeva bene che loro soffrivano sempre il freddo e desiderava rallegrarli. Al nonno regalò dei guanti semplici, alla nonna quelli ricamati a mano.

Maria, stringendo i guanti al viso, scoppiò in lacrime.

«Nonna, che cosa ti è successo? Non ti piacciono?»

«Oh, tesoro, sono i più belli che abbia mai avuto. Mai in vita mia ho ricevuto regali così preziosi», rispose la donna, abbracciando il nipote e baciandolo. Dario iniziò a baciare le mani della nonna, gesto che amava fin da piccolo: le sue mani profumavano sempre di mele, di impasto, di calore e damore.

«State qui tre giorni senza di me, vi riposerò con gli amici e poi tornerò a casa», disse Dario.

«Riposati, caro, noi aspetteremo», rispose la nonna. Con la sua valigia, Dario salutò tutti e uscì. I due anziani tornarono nella loro stanza.

Unora dopo sentirono Caterina che ripeteva le istruzioni al marito su come accogliere gli ospiti, perché nella loro casa gli estranei dovevano essere rifiutati. Non si può mostrarsi spogli davanti alla gente, mormorava. E dove metteremo gli ospiti a dormire? Valerio provò a rispondere, ma Caterina non voleva neanche ascoltare.

I due vecchi sedevano come topi, senza nemmeno bere il tè. Vittorio estrasse dei wafer dal nascondiglio e li condivise con Maria. Seduti alla finestra masticavano silenziosi, temendo di parlare. Una lacrima scivolò negli occhi di Maria: Che dolore, è così triste arrivare a non essere più utili a nessuno.

Fu allora che il crepuscolo calò e Valerio entrò nella stanza.

«Qui cè una questione, presto gli ospiti arriveranno e dovete andare da qualche parte. Capite che senza di voi non ci sarà festa», disse di nuovo il figlio.

«Figlio, dove andremo? Non cè nessuno qui», chiese la madre.

«Non lo so, ma la vicina del paese una volta vi aveva invitato, così andate», rispose Valerio.

«Dove andremo? Lautobus non passa più, non sappiamo nemmeno dove sia la stazione E la vicina è ancora viva?»

«Non lo so, ma Caterina ha detto che avete unora per preparare», concluse Valerio e uscì. Vittorio e Maria si guardarono, trattenendo le lacrime. I regali del nipote furono utili: si vestettero più caldi e, in silenzio, uscirono di casa, ormai buio.

Camminarono per le strade affollate, dove la gente correva di fretta. Maria prese il marito per mano e si diresse lentamente verso il parco. Sulla via si fermarono in una piccola caffetteria, ordinando tè e tramezzini, perché non avevano mangiato nulla tutto il giorno.

Rimasero lì quasi unora, desiderosi di non uscire al freddo. Il vento soffiava, nevicava, il gelo della notte si faceva più intenso. Nel parco cera una piccola tettoia; i due sposi vi si rifugiarono, trovando finalmente un riparo.

Seduti vicini, Maria osservava i guanti sul suo braccio. Vittorio la guardò e disse:

«È una fortuna che il nostro nipote abbia un cuore puro, nonostante il cuore indurito dei genitori».

«Sì, avevamo promesso di stare con lui e non ce labbiamo fatta», rispose la nonna.

Il tempo scivolava, la neve non accennava a fermarsi. Le case si accendevano di alberi di Natale, le famiglie si sedevano a tavola per festeggiare il Capodanno. Improvvisamente, accanto a Maria e Vittorio apparve un cane vivace, un piccolo Spitz, che si arrampicò sulle loro ginocchia. Maria sorrise e lo accarezzò.

«Amico, che fai qui da solo? Ti sei perso?», domandò.

Da lontano si udì una voce femminile.

«Lord, dove sei? È ora di tornare a casa. Dove sei, tesoro?»

Una giovane, Daria, si avvicinò allarea della tettoia. Il suo cane, anchesso chiamato Lord, era sdraiato sulle ginocchia della vecchia signora, abbaiando. Daria, notando la loro età, disse:

«Scusateci, signori, il cane non vi farà del male. Da quanto tempo siete qui?»

«Da tanto, figlia mia. Che bel cagnolino», rispose la nonna.

«Perché non andate a casa? È già quasi mezzanotte e il freddo è pungente», aggiunse Daria, mentre il cane scodava felice.

«Non andiamo da nessuna parte», rispose Titì, la nonna, scuotendo la testa. «È difficile decidere cosa fare, qui non conosciamo nessuno».

«Non vi lascerò qui», replicò Daria, «io e Lord viviamo soli, e saremo felici di avervi come ospiti. Venite, il Capodanno è quasi. Non lasciamo che la festa ci sfugga».

Maria e Vittorio si scambiarono uno sguardo, sospirando, poi si alzarono. Nonostante i caldi calzini, i piedi erano ancora gelidi.

Camminarono lentamente, Lord correva intorno felice, scodando. Sul percorso parlarono, si conoscevano meglio. Maria raccontò come fossero finiti nella tettoia, la vergogna di aver allontanato la ragazza, la tristezza per i genitori scomparsi. Daria ascoltò commossa.

Arrivarono a casa di Daria: la cucina profumava di pan di spagna e cialde. «Adoro questodore», disse Dario entrando.

«Guardate chi abbiamo portato», esclamò Daria, presentando Dario a Maria e Vittorio. Il vecchio entrò, la nonna corse verso di lui e piangeva. Il nonno uscì dalla stanza e tutti si sedettero al tavolo, bevendo tè, mangiando le cialde fatte in casa. Dario si scusò con i genitori, chiedendo perdono.

Discutettero a lungo su cosa fare dora in poi. Daria convinse tutti a rimanere con lei; i nonni portarono con sé i loro oggetti, e Dario divenne quasi un ospite fisso. Un tempo quellappartamento di tre stanze era abitato solo da Daria e dal suo cane Lord; ora era sempre pieno di gente, il profumo di cucina era costante, e Lord, felice, decideva con chi condividere il suo letto ogni notte.

E così finisce la storia, con la lezione che la gentilezza è un sentimento grande. A volte basta un sorriso, una domanda, un piccolo gesto di bontà: tutto ritorna, inevitabilmente.

Ricordo ancora quei momenti come se fossero accaduti secoli fa, e mi chiedo ancora: cosa ne pensate?

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