Chiamata casuale
Paolo Ivanovich? la voce al telefono era fredda e formale.
Sì, sono Paolo Ivanovich. Con chi parlo?
Sono la direttrice della Casa dei Piccoli. Fra una settimana tua figlia compirà tre anni e saremo costretti a trasferirla in un altro istituto. Sei sicuro che non la prenderai con te?
Aspetti un attimo, quale piccola? Di chi parla? Io ho un figlio, Matteo, balbettai sconvolto.
Nadia Paolo Semenikin. Non è tua figlia?
No, assolutamente no. Io sono Vasilli, Paolo Ivanovich, ma Vasilli.
Mi scusi, rispose la voce, stanca evidentemente cè stato un errore.
La linea si interruppe, riempiendo la stanza di un silenzio assurdo.
«Ma che casino! pensai irritato. Una figlia! Una piccola! Ma che pasticcio hanno nei documenti?!»
Quel telefono però mi rimase nel cuore come una spina. Non smettevo di pensare a come vivono questi bambini senza casa, senza una mamma affettuosa, un papà premuroso, senza i nonni che li coccolano. Matteo aveva tutti: nonni, zii, cugini, persino i parenti dallaltra parte…
Elena notò subito la mia distrazione, le risposte inadeguate; con una moglie che vive con te da quasi dieci anni e ti conosce da quando eravate in prima elementare, inutile provare a nascondere qualcosa.
Aspettò la sera, e a cena mi chiese direttamente cosa mi stava succedendo.
Come si chiama, mi chiese, questa bambina?
Chi? risposi sbalordito (ma come aveva saputo di quella bambina? Le avevano chiamato anche a lei?)
Nadia, dissi. Nadiuccia.
Ah, Nadiuccia… Io sono la tua Elena, ma lei è la tua Nadiuccia?! la voce si alzò.
Sì, risposi. Nadia Paolo Semenikin.
Dimmi pure il numero di pasaporte! urlò Elena.
Non ha nessun pasaporte, che ci farebbe?
Un rifugiata, eh? disse più piano, ancora molto nervosa.
Chi sarebbe rifugiata? ormai non capivo più niente.
La tua Nadia! Vuole forse la residenza? Parla, traditore!
Ma che devo dire? ero così sconvolto che dimenticai di mangiare.
E allora Elena pianse. Non come nei film, ma con lacrime rabbiose che bagnavano il bordo del grembiule.
Domani parto per casa di mamma. Sappi che Matteo non te lo lascio, disse piangendo.
Elena, ma perché? Che succede? Perché da tua mamma?
Credi che io stia qui a servirvi, a te e a quella Nadiuccia?
E a quel punto mi resi conto dellassurdità della situazione.
Le presi le spalle, la feci sedere sul divanetto della cucina e le raccontai tutto della telefonata del mattino.
Adesso Elena piangeva di compassione per la bambina. Le donne hanno tante lacrime, e le versano sempre: quante se ne vogliono! Le lacrime di Elena, poi, proprio non le sopporto e mi fanno paura.
Per cena non avevo appetito, assaggiai qualcosa per abitudine.
…Mi svegliai sentendo la moglie vicino, intenta a frugare nel mio telefono! In quasi dieci anni insieme, mai successo. Evidentemente non mi credeva… Cercava indizi di qualche amante. La cosa mi scocciava profondamente.
Poi mormorò: «Paolo… Paolo…» spingendomi delicatamente.
Finsi di svegliarmi solo allora.
Paolo, era questo il numero che ti ha chiamato, quello fisso?
Sì, risposi automaticamente.
Dormi, dormi pure. Elena uscì dalla camera, portando via il telefono.
Facile dire «dormi». Mi girai e sentendo il computer acceso in soggiorno. Mi alzai piano, andando in punta di piedi.
Elena si muoveva veloce col mouse, talmente concentrata che non si accorse che le ero dietro.
Nella barra di ricerca cera scritto: «Casa dei Piccoli» e il nome della nostra città.
Il computer si mise a frullare e diede tutte le info: sito ufficiale, indirizzo, telefono e foto delledificio. Elena guardò il display.
Paolo, è lo stesso!
Lo stesso cosa?
Il telefono! È quello della Casa dei Piccoli!
Lo dicevo io. Ma tu verificavi?
Si girò sulla sedia.
Non verifico, controllo.
Perché?
Paolo, la casa è vicino… disse, quasi tra sé. Andiamo a vedere? Da dove hanno il tuo numero, se sei uno sconosciuto?
Non ci avevo pensato. Ma in effetti, da dove? Forse davvero bisognerebbe andare a chiedere direttamente. Altrimenti mi attribuiranno figli inesistenti e toccherà a me sistemare le cose!
Quella notte non riuscivo a dormire. Stavo per addormentarmi quando Elena mi spinse ancora.
Paolo… Paolo…
Ora che cè?
Sei sicuro che non hai combinato niente? Magari… una volta… con la prima fidanzata, che ne so. Magari lhai incontrata, ti sei ri-innamorato… e lei non ti ha detto nulla, lasciando la bambina in ospedale. Eh, Paolo? Paolo!
Quale amore, Elena? Io sono rimasto accanto a te dalla prima elementare, e sono ancora qui. Quattro anni fa, Matteo compiva tre anni, entrava allasilo, si ammalava in continuazione, tu appena tornata al lavoro, chi è rimasto con lui? Io. Mi sono trasferito in smart working, ricordi? Sciroppi, medicine, visite. Amanti? Ero sfinito, cadevo addormentato appena toccata la testa sul cuscino! Non ho avuto nessuno, e non ne avrò mai!
Da dove allora il tuo numero? Qualcuno lo avrà lasciato per contatto? non si arrendeva Elena.
Questa domanda tormentava anche me. Avevo pensato a tutte le donne che conoscevo; con nessuna cera stato qualcosa, ma so quanta fantasia possano avere certe persone…
Tutte escluse: chi si è sistemata, chi ha la nonna che sta col figlio, la più attiva è partita dallItalia già da cinque anni.
Ma, visto che nella vita può succedere anche limpossibile, presi la ferma decisione di andare alla Casa dei Piccoli la mattina dopo.
Siamo arrivati presto, ma non eravamo i primi davanti alla porta del direttore cera già un visitatore, un ometto magro e biondo. Vestito pulito, ma trascurato. Gli occhi sfuggenti, le mani stringevano delle carte che tremavano un po, forse per lagitazione, o più probabile, per i postumi di ieri.
Tocca a me, disse dimprovviso con voce cupa.
La porta si aprì subito e lo invitarono nel suo ufficio. Per 15 minuti si sentiva una voce calma, interrotta da borbottii bassi.
Alla fine luomo, spettinato e senza più carte, scappò dallufficio e fu il nostro turno.
Buongiorno, una graziosa bruna di mezza età alzò lo sguardo dalla finestra. In cosa posso aiutarvi?
Per la questione di ieri, provai a fare lo spiritoso.
La donna si sedette:
Guardi, non ho tempo per indovinelli. Mi dica chiaramente qual è il problema.
Le spiegai la telefonata di ieri (la voce era proprio quella).
Ah, ecco… la donna sorrise stanca. Scusate, ho sbagliato chiamando. Non era per voi.
Ma come, cera il mio numero! Da dove viene?
Sa, Paolo Ivanovich, ho sbagliato a digitare. Il numero giusto inizia con 327, ho messo 337. Che anche lei si chiami Paolo Ivanovich è pura coincidenza. Lui infatti era qui poco fa.
Chi? chiesi, già sapendo la risposta.
Paolo Ivanovich Semenikin, il padre della bambina.
Perciò chiedo ancora scusa e vi saluto. Ho ancora molto da fare.
La donna si alzò.
“Taide Semenovna Mamochkina” era scritto sul badge.
Anche Elena aveva letto il nome, perché chiese:
Signora Taide, lui, Paolo Ivanovich, prenderà la bambina?
La direttrice ci guardò, risiedette.
No, non la prenderà. La madre della piccola è morta, e quel Paolo ha sette figli da donne diverse. In tre anni è venuto qui solo due volte, e sotto pressione. Nadiuccia non gli interessa. Va bene, signori? Ho risposto a tutto? Allora arrivederci.
Uscimmo, storditi da quanto avevamo visto e sentito.
I bambini più grandi erano fuori, giocavano: qualcuno sulle altalene, qualcuno sulle scivole, due bambini con le macchinine sulla panchina.
Li guardavo, ed era chiaro cosa mancava.
Nel cortile era silenzio. Quando portavo Matteo, le grida riempivano subito lo spazio. Questi piccoli non urlavano, non ridevano forte, solo scambiavano qualche parola. Mi sembravano piccoli vecchi. Erano cresciuti troppo presto, il loro tempo era sopravvivenza: freddo, fame, niente giochi, niente vestiti, indifferenza degli adulti, talvolta anche crudeltà.
Mi girai verso Elena. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Ecco ancora queste lacrime! Arrivano sempre, per qualunque motivo!
Andammo piano verso il cancello, quando un grido ruppe il silenzio: «Mamma!». Tutti i bambini si girarono di colpo verso di noi, e una bambina con un buffo cappellino col pompon corse da Elena.
Mamma, mamma!!! gridava. Sono qui!!!
Abbracciò le gambe di Elena, e pianse così disperatamente che le lacrime vennero anche a me.
Nadia, Nadia! la maestra ci corse incontro. Cercò di prenderla in braccio, ma Nadia si teneva forte alla gamba di Elena.
Solo una cioccolata riuscì a farla mollare e noi, quasi correndo, lasciammo la Casa.
In macchina silenzio. Elena tremava ancora, io pure, e parcheggiai per calmarmi.
Elena indicò il negozio “Mondo Bimbi” proprio davanti, vicino al parcheggio.
Senza dirci nulla, prendendoci la mano, entrammo insieme.
Per prendere una bambola e un vestitino rosa.
La nostra piccola Nadia sarà la più bella.
Morale: A volte capita che un piccolo errore ti faccia vedere la realtà degli altri, e impari che lempatia nasce in silenzio, ma cresce nel cuore.





