Vattene, diceva Maria. Ma la gatta non la lasciava sola

Maria non viveva più. Sopravviveva soltanto. Settantadue anni, un bilocale alla periferia di Verona, una pensione che finiva sempre prima del venti del mese.

E il silenzio. Sei mesi prima se n’era andato Carlo. Non per un’altra donna, per sempre.

Se n’era andato piano, nel sonno, senza nemmeno un lamento. Maria si era svegliata all’alba e lui era già freddo.

La sua mano era rimasta sul bordo del letto, come se stesse cercando qualcosa senza fare in tempo. La figlia, Sara, era arrivata da Milano per il funerale.

Era rimasta tre giorni, aveva lasciato le pillole per la pressione sul frigo ed era ripartita di corsa. “Mamma, chiama se serve qualcosa”, aveva detto uscendo.

Maria non chiamava mai. Sara sì, ogni due settimane, puntuale al minuto.

«Mamma, come stai?»
«Bene.»
«Va bene allora. Un bacio.»

Tutto qui. Tutto il legame. Tutto il senso. Maria andava al supermercato, in farmacia, a volte all’ambulatorio, dove le misuravano la pressione e le dicevano di stare più tranquilla.

Lei era già tranquilla. Non sentiva più niente. Era come un mobile vecchio, come l’armadio in corridoio che Carlo prometteva di buttare e non aveva mai buttato.

Quel giorno di novembre, sotto un cielo grigio e basso, Maria tornava dall’ambulatorio. La pressione era salita di nuovo, la dottoressa aveva scosso la testa e scritto un’altra ricetta.

Maria si era infilata il foglio in tasca senza nemmeno guardarlo. Vicino ai cassonetti qualcosa si muoveva. Un gatto.

Magro, tricolore, con un orecchio strappato. Seduto sull’asfalto bagnato, guardava Maria. Non con aria disperata, non supplicante.

Valutava. Come se stesse decidendo: questa sì o questa no? Maria passò oltre indifferente.

Il gatto si alzò e la seguì. In silenzio, senza miagolare, senza tagliarle la strada. Camminava tre passi dietro, come un’ombra.

Maria si voltò davanti al portone.

«Vattene.»

Il gatto si accucciò. Sbatté le palpebre. E restò lì. Maria salì al terzo piano, chiuse la porta, mise su il bollitore.

Si fermò alla finestra: sulla panchina davanti al palazzo c’era ancora lui. Un gatto completamente matto, pensò.

La mattina dopo Maria aprì la porta e quasi ci inciampò. Sullo zerbino, raggomitolato, dormiva lo stesso gatto. Come fosse arrivato al terzo piano, non si sa.

Stava disteso come se quello fosse già il suo posto.

«E adesso cosa ne faccio di te?» chiese Maria.

Il gatto aprì un occhio. Lo richiuse subito. La risposta era chiara.

Maria non lo fece entrare. O almeno, così le sembrava. Portò fuori solo un piattino di latte. Socchiuse solo la porta, perché faceva caldo, era novembre e i termosifoni andavano a tutta forza.

E il gatto entrò, semplicemente. Maria restò nel corridoio a guardare quel muso magro e sfacciato annusare l’angolo dell’ingresso.

Poi la cucina. Poi il salotto. A un certo punto si bloccò.

La poltrona di Carlo. Vecchia, sfondata, con i braccioli consumati. Quella dove suo marito si sedeva ogni sera, cambiava canale e diceva: «Maria, guarda cosa combinano».

Da sei mesi Maria evitava quella poltrona come si evita un buco nel pavimento. Non riusciva né a sedercisi né a buttarla via. Stava lì come un monumento, come un vuoto nella stanza.

Il gatto ci saltò sopra. Girò su se stesso nell’incavo e si sistemò. Si arrotolò, coprendosi il naso con la coda. E iniziò a fare le fusa.

A Maria tremarono le labbra. Voleva gridare: «Fuori!», ma la gola si strinse, e invece uscì solo un suono roco, confuso. Si sedette sul divano e rimase a lungo a guardare il gatto dormire nella poltrona del marito.

«Resti stanotte» disse con voce rauca. «Domani ti metto fuori.»

Il giorno dopo non lo mise fuori. E nemmeno quello dopo ancora. Il gatto restò. Lo chiamò Tosca.

«Tosca, vieni a mangiare» diceva Maria, posando il piattino sul pavimento. Tosca mangiava e la guardava dal basso con quello sguardo. Valutante, calmo.

Lo sguardo di chi sa qualcosa che tu ancora non capisci. Dopo una settimana Maria comprò il mangime. Il più economico, in offerta.

Stava in negozio e si sentiva un’idiota. La commessa, una ragazza sui vent’anni con le unghie rosa, chiese: «Che razza è?»

«Randagia. Mi si è attaccata» borbottò Maria, e uscì senza salutare.

Poi comprò la lettiera. Poi una ciotola di ceramica, perché dal piattino Tosca sporcava sempre tutto. Poi un tiragraffi da dodici euro, perché la gatta aveva iniziato a rovinare l’angolo del divano, l’unico mobile ancora decente.

“Provvisorio” si ripeteva Maria. “Tutto provvisorio.” Ma la vita stava già cambiando. Impercettibilmente, goccia dopo goccia, come l’acqua che scava la pietra.

Prima Maria si alzava alle nove e restava a fissare il soffitto. Ora, alle sette e mezza, Tosca si sedeva vicino al cuscino, la guardava in faccia e taceva.

Non miagolava. Restava semplicemente lì ad aspettare. E davanti a quell’attesa silenziosa era impossibile non alzarsi. Maria si alzava, andava in cucina, versava il mangime, accendeva il bollitore.

E a un certo punto si accorgeva che da dieci minuti era ferma alla finestra a guardare il cortile. Così, senza pensare alla pressione, alla pensione, a Carlo.

La sera diventava ancora più interessante. Prima Maria accendeva la televisione, non per guardarla, ma per non sentire quel silenzio morto. Le voci dallo schermo riempivano il vuoto e sembrava di non essere sola.

Ora Tosca si sdraiava accanto a lei sul divano, vicino al fianco, e faceva le fusa. Piano, regolare, come un motorino. E Maria, per la prima volta in sei mesi, spense la televisione.

Il silenzio smise di fare paura. Un silenzio con le fusa dentro è tutta un’altra cosa. Si sorprese a parlare con la gatta.

Non la vezzeggiava, no, Maria non aveva mai saputo vezzeggiare nessuno, nemmeno Sara da piccola. Parlava e basta, come a una persona.

«Di nuovo la pressione a centosessanta. Quella dottoressa mi guarda come fossi già morta. Io invece campo ancora. Campo per far dispetto a tutti.»

Tosca sbatteva le palpebre.

«Ha chiamato Sara. Sempre la stessa storia: “Mamma, come stai?”. E come sto? Niente. Anche se prima era niente per davvero. Adesso… adesso nemmeno io lo so più.»

La gatta strofinava la testa contro la sua mano. E Maria taceva, perché la gola si stringeva di nuovo.

La vicina, Rita, passò per un caffè, vide Tosca e alzò le mani al cielo: «Maria! Ma tu dicevi: mai, per nessun motivo!»

«E ora dico: è provvisorio.»

«Certo, provvisorio» sbuffò Rita, guardando la gatta strofinarsi contro le gambe di Maria. «Hai il mangime in tre punti diversi, la ciotola di ceramica, il tiragraffi. Proprio provvisorio.»

Maria si voltò verso la finestra perché Rita non vedesse che sorrideva. Per la prima volta in sei mesi.

Poi chiamò Sara. Maria stessa non seppe spiegarsi perché le raccontò della gatta. Le scappò. Forse voleva condividere qualcosa, finalmente aveva qualcosa da raccontare.

«Hai preso un gatto?» si stupì Sara. «Beh, almeno hai un’occupazione, mamma.»

Un’occupazione. Maria riattaccò e sentì la rabbia. Vera, calda, viva. Non tristezza, quella era ordinaria, ovattata, senza forma. Rabbia.

Quella che ti fa venire voglia di battere il pugno sul tavolo e gridare: «Ma tu capisci qualcosa?!»

A dicembre tutto crollò. Tosca iniziò a mangiare meno. All’inizio Maria non se ne accorse, capita di non finire il cibo. Poi non lo toccò più.

La ciotola restava piena dalla mattina alla sera, le crocchette si seccavano. Tosca stava nella poltrona di Carlo e quasi non si muoveva. Respirava soltanto, veloce, superficiale, come se le mancasse l’aria.

«Ehi» Maria si accucciò, cercò gli occhi della gatta. «Cosa succede?»

Tosca sbatté le palpebre. E girò il muso verso il muro. In Maria qualcosa si spezzò.

Non era mai stata da un veterinario in vita sua. Carlo da bambino aveva avuto un cane, lei no, mai, e non capiva proprio chi si rovinasse di soldi e nervi per gli animali.

“Per curare le persone i soldi non bastano mai” diceva un tempo. Fino a poco prima lo diceva ancora.

E ora stava nell’ingresso con un trasportino in mano. Lo aveva comprato il giorno prima, venti euro in saldo, di plastica, con la grata scheggiata.

Ci mise dentro Tosca, e la gatta non oppose resistenza. Era proprio quello il punto più spaventoso. Prima avrebbe graffiato, si sarebbe divincolata, sibilando. Ora stava immobile come uno straccio, guardando.

La clinica veterinaria era piccola, stretta, odorava di medicinali e pelo bagnato. Maria sedeva su una sedia di plastica stringendo il trasportino sulle ginocchia, sentendosi fuori posto.

Intorno, clienti giovani con cani di razza, gatti soffici in borse costose. E lei, una pensionata con il cappotto consumato, con un trasportino vecchio dentro cui c’era una gatta randagia con l’orecchio strappato.

Il veterinario era giovane, sulla trentina, con gli occhiali e il camice azzurro. Si presentò come dottor Rossi. Esaminò Tosca, le palpò la pancia e si fece serio.

«Cosa c’è?» chiese Maria.

«Serve un’ecografia.»

La fece. Passò a lungo la sonda sulla pancia di Tosca, cliccò sul mouse, corrugò la fronte. Poi si voltò verso Maria e iniziò con cautela, come si fa con chi fa pena:

«Ha un tumore. Nell’addome. Serve un intervento. Se non lo facciamo, due o tre mesi, forse un po’ di più.»

«Quanto costa?» chiese Maria.

«Milleduecento euro. Con l’anestesia e il decorso post operatorio.»

Maria annuì, prese il trasportino e uscì. Milleduecento euro. Tutta la sua pensione. Fino all’ultimo centesimo.

Si sedette su una panchina davanti alla clinica. Dicembre, freddo pungente, le dita si irrigidivano. Tosca nel trasportino, immobile, solo gli occhi che brillavano attraverso la grata.

Guardava. Non chiedeva, non si lamentava, guardava e basta. Maria tirò fuori il telefono e chiamò Sara.

Uno squillo, due, tre.

«Mamma, sono al lavoro, fai presto.»

«Sara, ho bisogno di aiuto. La gatta deve operarsi. Milleduecento euro.»

Silenzio. Poi un sospiro. E una voce che fece venire più freddo a Maria del vento di dicembre:

«Mamma, dici sul serio? Milleduecento euro per un gatto randagio?»

«Non è randagio. È mio.»

«Mamma. È un gatto. Un gatto qualunque. Se muore, ne prendi un altro. Ce ne sono a decine in cortile.»

Maria chiuse gli occhi. Vide improvvisamente, come una fotografia, Carlo sulla poltrona che cambiava canale e diceva: «Maria, sei la persona più testarda che conosco. Se ti metti in testa una cosa, sposti le montagne.»

Glielo ripeteva così spesso che la faceva arrabbiare. E ora avrebbe dato qualsiasi cosa per sentirlo di nuovo.

«Mamma? Mi senti?»

«Ti sento» disse Maria. «Grazie, Sara.»

E riattaccò. Per tre giorni rifletté. Tre giorni sono tanti quando qualcuno accanto a te sta spegnendosi. Tosca stava nella poltrona e si spegneva, come una candela. Mangiava a cucchiaini. Beveva poco. Smise di fare le fusa.

Maria sedeva accanto, sul pavimento, su una vecchia coperta, accarezzandole la testa, piano, con i polpastrelli.

«Ho detto che sei mia. Mia e basta.»

Il quarto giorno si alzò alle sei del mattino. Si vestì. Andò alla posta. Fece la fila per la pensione, tre vecchiette davanti a lei, ognuna con le sue bollette, lente come l’eternità.

Le banconote stavano in tasca, e Maria camminava per strada premendo la mano sul fianco, come se portasse qualcosa di fragile. In un certo senso era così.

In clinica posò i soldi sul bancone. Le mani le tremavano, dal freddo o dalla paura, non sapeva distinguere.

«Ho portato la gatta per l’operazione.»

Il dottor Rossi guardò i soldi, poi Maria, poi di nuovo i soldi. Annuì. Non disse nulla di superfluo. Solo: «La prognosi è buona. Se regge l’anestesia, andrà tutto bene.»

Se. Maria si sedette nel corridoio. Sedia di plastica, parete bianca, odore di disinfettante. Cercò di ricordare l’ultima volta che aveva aspettato così.

Se lo ricordò. Vent’anni prima, in sala parto. Sara stava partorendo. Maria sedeva nel corridoio, esattamente così, su una sedia, stringendo la borsa al petto, aspettando.

Allora era finita bene. Il pianto di un bambino e il mondo era diventato diverso. La porta si aprì. Uscì un’infermiera, giovane, camice verde, occhi stanchi.

«Lei è la proprietaria della tricolore?»

«Sì» disse Maria alzandosi. Le gambe erano intorpidite, le ginocchia scricchiolarono.

«Tutto bene. L’intervento è riuscito. La sua gatta è una vera combattente.»

Maria annuì. Non riusciva a dire una parola, la gola si era chiusa. Annuiva e annuiva, finché l’infermiera non le toccò la spalla: «Ehi, tutto a posto?»

«Sì. Sì. Tutto a posto.»

Portarono fuori Tosca, avvolta in traverse, sonnolenta, con la pancia rasata e un sottile punto di sutura. Maria prese il trasportino con entrambe le mani, lo strinse a sé e si avviò verso l’uscita.

A casa, per la prima volta, posò la gatta sul proprio letto. Nella metà dove un tempo dormiva Carlo. Tosca giaceva su un fianco, respirando regolarmente, il punto sulla pancia rosa come un filo sottile.

Maria si sdraiò accanto, poggiò la mano sul fianco caldo della gatta e sussurrò: «Sei mia.»

Tosca si riprese piano. Il primo giorno rimase distesa, mangiò poche gocce, guardava con occhi velati. Poi iniziò ad alzare la testa.

Dopo una settimana arrivò da sola alla ciotola e mangiò tutto. Maria restava sulla porta della cucina a guardarla leccare il fondo di ceramica, pensando: ecco cos’è la felicità.

Stupida, da quattro soldi, su quattro zampe. Verso febbraio Tosca era di nuovo se stessa. Correva per casa come una matta, faceva cadere la saliera dal tavolo, affilava le unghie sul tiragraffi, e subito dopo sul divano, per carattere.

Maria brontolava, agitava lo strofinaccio, gridava: «Che bestia!» Lei stessa viveva quasi solo di pasta e patate.

Rita portava ogni due giorni ora un barattolo di minestra, ora un sacchetto di mele. «Ne ho troppe, prendile, non fare storie.» Maria sapeva che nessun eccesso esisteva davvero. Che anche Rita contava ogni centesimo. Ma prendeva. L’orgoglio è orgoglio, ma bisogna pur mangiare.

Verso fine febbraio chiamò Sara.

«Mamma, controlla il conto. Ti ho fatto un bonifico. Milleduecento euro.»

Maria rimase in silenzio. Poi: «Perché?»

«Così.» Pausa. Lunga, pesante. «Hai dato via tutta la pensione per un gatto. E non me l’hai detto. Me l’ha raccontato Rita.»

«Rita…» Maria chiuse gli occhi.

«Mamma, non dovrei venirlo a sapere da una vicina.»

Maria taceva. Non per offesa, ma perché non riusciva a scegliere, tra mille parole, quella giusta. Scelse quindi la più semplice: «Vieni, Sara. Vieni e basta.»

Silenzio. Un secondo, due.

«Vengo, mamma. Sabato.»

Maria riattaccò. Rimase ferma un attimo. Poi si lasciò cadere nella poltrona di Carlo, per la prima volta in mesi. Si sedette, semplicemente. E non successe niente di male.

Solo l’incavo del cuscino era un po’ troppo grande. Tosca saltò in grembo, le toccò la mano con la fronte e iniziò a fare le fusa, forte, con una vibrazione che arrivava fino in profondità.

Fuori nevicava. Maria restò a guardare, incantata. Non perché la neve non ci fosse mai stata prima. Perché prima non la notava.

Sabato mattina Maria si svegliò prima della sveglia. Si guardò allo specchio del bagno più a lungo del solito, tirò fuori persino un vecchio rossetto dal fondo del cassetto. Tosca le girava tra i piedi, miagolando con insistenza.

«Lo so, lo so, la colazione» mormorò Maria. «Ma prima arriva un’ospite.»

Aprì la finestra per arieggiare. L’aria fredda entrò, la gatta saltò subito sul davanzale, facendo cadere il vaso di gerani. La terra si sparse sul pavimento. Maria sospirò soltanto.

Alle dieci suonò il citofono. Maria fece entrare Sara e rimase sulla soglia, tirandosi nervosamente il maglione. La figlia salì le scale con le borse in entrambe le mani, frutta, dolci, pacchetti.

«Mamma!» Lasciò cadere le borse sul pavimento e l’abbracciò forte. Profumava di profumo e di freddo. Tosca, che un attimo prima sonnecchiava sulla poltrona, era sparita, rifugiata dietro il divano, a osservare la nuova arrivata da distanza di sicurezza.

«È questa la tua famosa trovatella?» Sara si tolse il cappotto e guardò l’angolo buio. «Non si vede.»

Maria mise su il bollitore. Si sedettero al tavolo della cucina, il tè fumava, il dolce restava intatto. La conversazione all’inizio stentava: il lavoro di Sara, i prezzi a Milano, Rita che aveva comprato un aspirapolvere nuovo.

Ma sotto quelle parole pulsava qualcosa di non detto. Alla fine Sara posò la tazzina e disse piano:

«Mamma, penso davvero che non dovresti stare qui da sola. A Verona non hai nessuno, e a Milano…»

«Ho Tosca» la interruppe Maria.

«Appunto. Un gatto.» Sara strinse le labbra. «Mamma, capisco che per te conta. Ma è solo un animale. Non puoi rinunciare a una vita vera per lei. Ho trovato un posto in una casa di riposo vicino a me. Molto dignitosa, con il giardino…»

«Grazie, non mi interessa.»

Nella stanza calò il silenzio. Tosca, come se percepisse la tensione, uscì da dietro il divano. Si avvicinò a Maria e le saltò in grembo, facendo le fusa forte.

«Mamma, sii ragionevole. Lì avresti assistenza, compagnia…»

«E perché non puoi essere tu, quella compagnia?» La voce di Maria tremò. «Perché mi chiami solo ogni due settimane?»

La gatta restò lì, calda, viva, tra le mani di Maria. Fuori la neve continuava a cadere, lenta, silenziosa.

Qualcuno aveva bisogno di lei. Questo bastava per restare.

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