Vendetta tra le mura dorate: Larisa e Elena
Larisa fissava le luci infinite di Milano dalla finestra del suo attico in Brera, raccolta nel suo abito di seta e con lo sguardo perso tra il tramonto e la città che non dormiva mai. Le ombre si allungavano sui Navigli, ma sul suo viso cera solo la freddezza, quella che aveva imparato a usare come corazza negli ultimi anni. Si era costruita una felicità tutta sua, senza contare sullaiuto di nessuno, ma ora, dentro queste quattro mura eleganti, si sentiva incastrata in una prigione più psicologica che chic. Più che dagli oggetti di lusso, era circondata da parenti che credevano che aiutare gli altri fosse il suo unico scopo nella vita. E ora ne aveva le tasche piene. Fosse stato oro, si sarebbe sentita ricca, invece era solo stanca.
Nella cornice della porta apparve Elena Maria, la suocera: alta, impettita, con un completo beige di Armani e il consueto cappellino da passeggio, sempre pronto a sottolineare la sua posizione di regina madre. Elena era una di quelle che pensavano che Larisa dovesse aiutare chiunque a portata di mano, possibilmente senza mai chiedere un grazie. Quel giorno portava in faccia la solita espressione di chi viene a chiedere un prestito senza mai restituirlo. La richiesta però era più audace del solito: sembrava una missione di conquista piuttosto che una supplica.
Larisa, tuo cognato ha bisogno di rifare il bagno. Con i tuoi soldi lo salverai, disse Elena con la bocca appena piegata in quel sorriso che non prometteva niente di buono, la mano già tesa come a reclamare uneredità anticipata.
Larisa si pietrificò. Avrebbe voluto che in quellattimo piovessero panettoni dal cielo: almeno avrebbero coperto limbarazzo. Invece sentì il cuore accelerare, incredula che la suocera avesse davvero il coraggio di chiederle ancora soldi, e stavolta a casa sua!
Non sono una banca, Elena Maria. È un anno che vi mantengo tutti! rispose Larisa, mordendosi la lingua per non andare giù pesante. Ogni suo sforzo, ogni notte di lavoro (e di digestivi), era stato regalato a parenti che della gratitudine avevano solo sentito parlare.
Elena non si scompose, e anzi rilanciò la puntata con il tono di chi si sente investito di una missione divina. E non ti vergogni? Qui dentro i soldi piovono come gli spaghetti il venerdì, e fai la difficile? sbuffò, lanciando occhiate a ogni oggetto darredo come se avessero dovuto essere suoi.
Quella frase fu la goccia che fece traboccare il vasoanzi, il vaso di Murano. Larisa, senza pensarci troppo, agguantò al volo il suo cappotto firmato e lo lanciò addosso alla suocera con il gesto di chi lancia la tovaglia a Capodanno.
Fuori da casa mia, basta con la vostra sfrontatezza! urlò, finalmente libera da anni di diplomazia, e realizzando che forse aveva aspettato anche troppo per dire certe cose.
Elena, col cappotto ancora addosso, si ritirò di due passi, lo sguardo offeso e il labbro tremante come una meringa troppo montata. Cercò di replicare qualcosa, ma Larisa aveva già chiuso i canali di ascolto.
Te ne pentirai! Fabrizio saprà quanto sei tirchia! gracchiò la regina madre quando la portona blindata si chiuse alle sue spalle, più sonora di una sentenza.
Larisa, sola nellingresso ancora profumato di cera per pavimenti, inspirò profondamente. A ogni respiro, sentiva la tensione sciogliersi come burro nel risotto. Sapeva di aver finalmente fatto quello che avrebbe dovuto, con appena un paio danni di ritardo.
Qualche giorno dopo, Larisa era di nuovo alla finestra; ma invece di occuparsi delle luci cittadine, si concentrava sulla battaglia silenziosa che si agitava dentro di lei. Nella sua vita non mancavano i momenti bui, ma aveva sempre saputo rialzarsi. Ora, però, sapeva che lasciar correre non era più unopzione. Fabrizio, suo marito, non comprendeva la portata della situazionené quanto la madre si fosse specializzata nellarte della manipolazione emotiva.
Prese il telefono, compose il numero del marito e si preparò a un piccolo dramma da sala dattesa. Niente, nessuna risposta. Il loro rapporto si faceva più complicato di uno stracotto lombardo. Fabrizio viveva in unaltra dimensione, ignaro dei sottili giochi di potere in famiglia. Ma Larisa non voleva più essere la protagonista di una commedia familiare senza lieto fine.
Intanto, in un ristorante buio e modaiolo sui Navigli, Larisa faceva scena muta davanti a un bicchiere di Franciacorta e una candela tremolante. Labito elegante era perfetto, ma il suo volto aveva la freschezza di una pasquetta sotto la pioggia. Fabrizio entrò con la sua solita aria confusa; notò subito la moglie, ma si avvicinò col passo incerto di chi entra in chiesa senza sapere dove sedersi.
Larisa, perché non vuoi parlare con noi? Possiamo risolvere tutto, basta volerlo, disse accomodandosi davanti a lei, la voce più fragile di una sfoglia ben fatta.
Larisa non si scosse, lo sguardo di marmo di Carrara. Inspirò lenta, cercando calma e saggezza, ma sapeva che era il momento di tirare la riga.
Fabrizio, non capisci non è quello che credi. Io non sono il vostro bancomat personale, rispose, modulando la voce per non urlare quanto avrebbe voluto.
Fabrizio tentò la carta della confessione sincera: Larisa, non volevo andasse a finire così sai che io non riesco a fermarla, sarà che cucina troppo bene, bofonchiò, sciogliendo ogni residuo di dignità come una mozzarella sulla pizza.
Basta, pensò Larisa. Si alzò di scatto, sicura come una Vespa in tangenziale.
Sono stanca, Fabrizio. Non mi servi più. È finita, dichiarò e, senza guardarsi indietro, si avviò verso la porta. Fabrizio restò fermo, paralizzato dalleffetto combinato di sorpresa e risotto indigesto.
Passarono ancora dei giorni. Larisa non cercò nemmeno di nascondere il suo malessere: il suo salone sembrava ancora più grande, il divano più vuoto. Non sapeva cosa sarebbe venuto dopo, ma una cosa era certa: nessuno avrebbe più deciso per lei.
Il telefono vibrò. Fabrizio, ancora lui. Rassegnata, rispose.
Larisa, devi capirmi! Non puoi andartene così, implorò lui.
Ho già scelto, Fabrizio. Non si torna indietro, rispose lei, con un accenno di malinconia, ma senza il minimo tentennamento.
Appoggiò il telefono sul tavolo di marmo, consapevole che per segnare la propria indipendenza non servivano grandi gesti scenici, bastava cominciare a dire dei veri no. E, in quellinsolita quiete, Larisa capì che il fardello se ne stava finalmente andando. Forse la sua nuova vita avrebbe avuto un gusto migliore di una carbonara perfettamente riuscita.





