Venite con me!

Vieni con me! Ho il cortile vuoto senza cane. Sarai un ottimo guardiano, non ti farò nulla! dico, saltando sulla bici e pedalando verso il mio paesino di San Casciano. Lungo la strada mi volto più volte a controllare, ma nessuno mi insegue.

Quella bestiola era selvatica come si dice di una persona selvaggia. Era proprio così, un po spaventosa ma anche misteriosa.

Tanto tempo fa, quando ero ancora un giovane, mi avventurai nel bosco di Monte Amiata a cercare le castagne. Lì, tra i rami, trovai un cucciolo di cane, un adolescente ancora un po tremolante. Nessuno sa davvero come quel cucciolo sia finito lì, in mezzo al silenzio del bosco.

Senza fiato, bagnato dalla pioggia, si aggirava solo, senza guinzaglio. Mi avvicinai, e i suoi occhi marroni mi fissarono: non erano occhi da cucciolo, ma occhi saggi di un animale che aveva già vissuto tante cose.

Vieni con me! Ho il cortile vuoto, avrai un posto dove stare e non dovrai preoccuparti di nulla gli dissi.

Riprendi la bici e arrivo al villaggio. Quando torno a guardarmi intorno, già quasi dimentico quellincontro. La vita qui è piena: tre maialini, una scrofa con dieci porcellini, la mucca Mimì, una decina di galline, sei anatre con i loro pulcini, e il gatto Plutone che ronfa al sole.

Mi siedo sulla panchina davanti alla porta, accendo una sigaretta fatta in casa sì, non mi piace comprare nei negozi e mi rilasso. Allimprovviso, i suoi occhi marroni ritornano a guardarmi, così intensi da farmi sentire un po perso.

Allora, che ne dici di entrare in cortile? dico dopo una lunga pausa. Il cucciolo mi risponde con un piccolo guaito e scompare nellombra.

Nei giorni successivi, quegli occhi mi osservano ogni sera, quasi a valutare se io sia degno di avere una compagnia.

Una mattina, mentre giro la sigaretta, lei si avvicina, mi annusa e si sdraia ai miei piedi. Io non sono uno che si prende cura degli animali con dolcezza; di solito li tratto più come risorse. Ho sempre avuto più maiali, mucche e galline che cani: non ricordo nemmeno quanti cani ho già perso, ammalati o avvelenati. La cuccia era vuota, il recinto del giardino desolato.

Allinizio dellestate, una tempesta si scatenò, e il veterinario ci parlò di zecche. Nessuno si lamentò, perché io, Nonno Antonio, non piango mai. La mia moglie, Caterina, era più tosta di me; la gente del villaggio la ricorda ancora per il modo in cui, un giorno, colpì un vitello con il pugno per averla disturbata.

Mi avvicino al cucciolo, ora più piccolo, e i suoi occhi mi scrutano ancora.

Allora, amico, decidi di restare? Ti darò da mangiare due volte al giorno, finché Dio vorrà, e non ti farò del male. Hai una cuccia calda, una catena e, di tanto in tanto, ti lascerò libero di girare di notte per proteggere il cortile. Se accetti, vieni con me!

Così iniziò la sua nuova vita. Decisi di chiamarla Stella, un nome che ho sentito una volta in un canto popolare, ma non so più da dove. Ora Stella ha una cuccia accogliente, unampia fattoria e una catena.

Il tempo passò e quel cucciolo impacciato è diventato un cane enorme, forte e bellissimo, tanto che il villaggio iniziò a parlare che nei suoi antenati ci fossero dei lupi. Era così maestosa che non abbaiava, ma ringhiava con un ruggito spaventoso, soprattutto di giorno. Per questo spostammo la sua cuccia dal cortile al giardino, così i vicini non inciampavano più nella porta.

Di notte, però, la lasciavo andare per qualche ora:

Tornerò fra tre ore, così la mucca non avrà paura di avvicinarsi alla mungitura! gli dicevo, e lui restava lì ad aspettare.

Non ha mai morso nessuno, né spaventato. Il suo ruolo era diverso: proteggere. Quando la primavera arrivò, i cuccioli cominciarono a nascere, e presto il villaggio fu invaso da cuccioli di Stella, tutti più belli luno dellaltro. Persone da altre contrade venivano a comprarli, perché nonostante il suo aspetto temibile, tutti rispettavano Stella.

Un pomeriggio destate, dopo colazione, Stella riposava al sole accanto alla sua cuccia. Con un occhio osservava la piccola Mariella, tre anni, che giocava nella sabbiera sotto lombra di un grande olmo, e con laltro occhio la nonna Caterina che lavorava nellorto.

Mariella corse subito da Stella, allungando le braccia:

Stella!!! Stella!!!

Il cuore di Stella si riempì di gioia.

Mentre guardava, un gatto, Plutone, si avvicinò e iniziò a graffiare il naso di Stella.

Aiutami! Mariella sta per affogare! miulì Plutone.

Stella alzò lo sguardo, ma la bambina non era né nella sabbiera né sullaltalena. Il gatto indicò il fosso vicino:

È lì, lacqua! Sta lottando! miagolò.

Stella guaì a squarciagola, più forte di quanto mai avesse fatto. Saltò, strappò la catena, corse verso il fosso, e con un ruggito da lupo che fece tremare le case, iniziò a scavare.

Caterina, spaventata, rimase immobile:

Che diavolo è successo a questa bestia? pensò, ma continuò a piantare cavoli.

Stella urlò ancora, un ululato così terribile che i capelli di chi lo sentì si rizzarono. Dopo poco, la gente corse a cercare Mariella. La trovarono sullorlo del fosso e la trascinarono fuori.

Il villaggio rimase in subbuglio, arrivò lambulanza, i genitori di Mariella piangevano e ridevano allo stesso tempo. Alla sera, tutti si calmarono e arrivò una delegazione davanti a Stella: il padre di Mariella, Ilio, sua moglie e il vecchio Nonno Antonio.

Ilio si inginocchiò accanto a Stella e disse:

Grazie per aver salvato la mia bambina! Ti prego, vieni a vivere con noi in città. Ho una casa a Firenze, un grande giardino, e ti darò tutto quello che vuoi: cibo prelibato, lunghe passeggiate e tanto affetto.

Stella lo guardò con i suoi occhi marroni, rimase in silenzio, poi posò la testa sul suo braccio per un attimo.

Tornò poi da me, si sdraiò ai miei piedi, e io, senza sapere cosa fare, rimasi immobile, con le lacrime di un uomo che non vuole piangere.

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