Vieni con me!

Vieni con me! Il mio giardino è vuoto senza un cane. Sarai il guardiano perfetto non ti farò del male!

Mi salii sulla bicicletta arrugginita e pedalai verso il piccolo borgo di San Lazzaro. Lungo la strada, il vecchio nonno Giovanni si voltò più volte, ma nessuno lo inseguì.

Quella creatura era un cane senza dimora così la gente chiama gli emarginati, senza dimora. Lui era esattamente così.

Molti anni prima, quando Giovanni era ancora un giovane contadino, si era inoltrato nei boschi alla ricerca di nocciole selvatiche e vi aveva scoperto un cucciolo, quasi un adolescente canino. Solo Dio sa come quel piccolo esserino fosse finito in quel fitto bosco.

Il cucciolo vagava silenzioso tra gli alberi, senza guinzaglio, piccolo e bagnato dalla pioggia. Giovanni, corrugando le sopracciglia, si avvicinò.

Era goffo, non proprio bello, ma il suo sguardo era profondo. Quegli occhi castani non erano da cucciolo, ma da creatura saggia. Giovanni rifletté.

Vieni con me! Il cortile è vuoto, e ho bisogno di un guardiano. Non ti farò del male!

Riprese la bicicletta e scomparve verso il villaggio. Sulla via, Giovanni si guardò alle spalle più volte, ma nessuno lo rincorreva. Il ricordo dellincontro nel bosco cominciò a dissolversi.

Lavorava nella sua cascina, che non era piccola: tre maialini, una scrofa con dieci vitelli, la mucca Milka, una decina di galline, sei anatre con i loro pulcini, e il gatto Plutone.

Giovanni si accese una sigaretta arrotolata, perché non amava i negozi. Aprì il cancello di legno e si sedette sulla panchina davanti alla casa, pronto a rilassarsi. Allimprovviso, lo fissarono quegli occhi castani, così attenti, così strani, che il vecchio non sapeva che cosa fare.

Allora andiamo in giardino? Dopo una lunga pausa, il cucciolo scomparve nellombra.

Ci vollero giorni, forse settimane: quegli occhi lo osservavano ogni sera, come se valutassero la sua anima, cercando una somiglianza.

Una mattina destate, mentre girava la sigaretta, lei si avvicinò, gli annusò le scarpe e si accoccolò ai suoi piedi.

Giovanni non era un uomo di dolcezza; trattava gli animali più come risorse. Non poteva contare le bestie che aveva allevato in tutta la sua vita: maiali, mucche, galline, capre Il cane serviva a vegliare, i gatti a catturare i topi. Ricordava quante volte le cagnoline erano scomparse: avvelenate, morte per malattie, e il suo canile rimaneva vuoto.

Allinizio dellestate, il temporale scosse il villaggio. Il veterinario parlò di zecche; nessuno si lamentò davvero. Giovanni era un uomo severo, raro a versare lacrime. La moglie, Caterina, era ancora più dura; la leggenda narrava che una volta aveva pestato un vitello con un pugno perché il cucciolo la dava fastidio.

Giovanni, con la sigaretta ancora tra le dita, guardò il cucciolo ai suoi piedi. Gli occhi castani lo scrutavano.

Allora, bestiola, sembra che tu voglia restare qui. Ti nutrirò due volte al giorno, finché Dio vorrà. Non ti farò del male. Cè un rifugio caldo. A volte ti lascerò libero di notte per qualche ora, ma dovrai custodire il giardino. Nessuno potrà attraversarlo senza timore. Se accetti, vieni con me!

Così iniziò la nuova vita della piccola creatura. Giovanni la chiamò Stella, un nome che aveva sentito una volta in un canto antichi di marinai, rimasto per lui un mistero. Stella, ora, aveva una cuccia accogliente, una grande cascina e una catena dargento.

Il tempo passò, e quella goffa cucciola si trasformò in un enorme e maestoso cane, temuto da tutti gli abitanti di San Lazzaro. Si mormorava che nella sua stirpe ci fossero dei lupi. Era una bellezza spaventosa, con abitudini che non ricordavano affatto quelle canine: nessun movimento di coda, nessun leccare le mani.

Quando Giovanni, Caterina o i parenti si avvicinavano, Stella rimaneva immobile, osservando con occhi intelligenti. Ma se un estraneo osava avvicinarsi, la sua risposta era un ringhio profondo, un ruggito che scuoteva laria, soprattutto di giorno. Per questo la cuccia fu spostata dal cortile al giardino per non spaventare i vicini.

Di notte, Giovanni talvolta la lasciava libera per tre ore:

Tornerò fra tre ore, Stella! Le mungitrici non potranno passare davanti a te!

Stella non morse mai nessuno, né spaventò davvero; forse aveva altre motivazioni. Eppure, Giovanni la trovava sempre nella cuccia al suo ritorno, e la rispettava per questo.

Come tutti i cani, Stella partoriva regolarmente, ma, sorprendentemente, i suoi cuccioli si moltiplicavano come focaccine. Persone di altri paesi del Veneto e del Lazio venivano a comprarli, nonostante la loro fama temibile; tutti rispettavano Stella, sapendo che non attaccava senza motivo.

Un giorno destate, dopo colazione, Stella si stendeva al sole accanto alla cuccia, osservando con un occhio il piccolo angolino di sabbia dove la bimba Ginevra, di tre anni, giocava, e con laltro occhio la vecchia Caterina che lavorava nei solchi del orto.

Ginevra, legata a un grande albero per non perdersi, corse verso Stella, allungando le manine:

Stella! Stella!

Il cuore di Stella si riempì di gioia per quellinnocente affetto umano. Continuò a vegliare Ginevra, la nonna Caterina, e infine si addormentò.

Allimprovviso, un graffio sul naso la svegliò. Il gatto Plutone, con la voce rotta, miagolò:

Fai qualcosa! Ginevra sta per annegare!

Stella guardò verso il recinto. La bambina non era né nella sabbiera né sullaltalena, né sotto lalbero.

È al lago, vicino allo stagno! Sta cercando il suo vestitino! Aiutami! urlò il gatto, disperato.

Stella abbaiò con tutta la forza che non aveva mai usato, un ululato che sembrava quello di un lupo, spezzando la catena, saltando le recinzioni, correndo verso il lago.

Caterina si voltò, sbalordita:

È impazzita! pensò, mentre continuava a zappare il cavolo.

Stella lanciò un ululato così straziante che i capelli dei presenti si rizzarono. Un grido che nessuno poteva descrivere a parole.

Sentendo quel suono, Caterina corse a cercare Ginevra. Gli abitanti del villaggio, allarmati, uscirono dalle case.

Alla fine, Ginevra fu trovata e tirata fuori dallo stagno poco prima che affondasse. Il villaggio esplose in un caos di pianti e risate. Lambulanza arrivò, i genitori di Ginevra piangevano e ridevano allo stesso tempo.

La sera, la tensione si placò. Una delegazione si avvicinò a Stella: il padre di Ginevra, il signor Ilio, la moglie e il vecchio Giovanni.

Ilio si inginocchiò davanti a Stella e disse:

Grazie per aver salvato la mia bambina! Non lo dimenticherò mai! Vieni a vivere con noi in città. Ho una casa grande, un ampio recinto, ti darò cibo prelibato e lunghe passeggiate!

Stella lo guardò con i suoi occhi castani, rimase in silenzio, poi posò la testa sulla sua spalla per un attimo.

Poi tornò al suo padrone, Giovanni, e si adagiò ai suoi piedi. Giovanni rimase immobile, incerto su come reagire a quel gesto affettuoso, mentre una lacrima solitaria scivolò sul suo volto.

Mi piace, sussurrò il vento, portando con sé il profumo di fiori di campo, e il sogno continuò a svolgersi tra ombre di rami e luci di stelle.

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