Orfana a sei anni: quando la mamma ha dato alla luce il suo terzo bambino.

Mi sono ritrovata orfana all’età di sei anni. Eravamo già due sorelle con la mamma, e lei era in attesa del terzo. Ricordo tutto, le urla di mamma, le vicine che si radunavano in lacrime, e la voce di mamma che si affievoliva…

Perché non chiamarono un medico, perché non portarono mamma in ospedale? Ancora non riesco a capire. Perché? Era troppo lontano dalla città? Le strade erano bloccate dalla neve? Fino ad oggi non lo so, ci deve essere stata una ragione. Mamma morì dando alla luce, lasciandoci da sole con la piccola neonata, Alessandra.

Papà, dopo la morte di mamma, si trovò perso. Non avevamo parenti qui, nel nord, tutti erano a sud. Non c’era nessuno per aiutarlo con noi. Le vicine gli consigliarono di sposarsi in fretta. Neanche una settimana dopo il funerale di mamma, papà era già fidanzato.

Gli suggerirono di corteggiare un’insegnante, dicevano fosse una donna gentile. Papà andò da lei. Chiese la sua mano e ottenne il consenso. Evidentemente papà le piacque. Era giovane e attraente, questo è certo. Alto, snello, occhi neri come la notte, da farci caso.

Comunque sia, papà tornò di sera con la fidanzata per le presentazioni.
– Vi ho portato una nuova mamma!

Mi prese una tristezza, un’amarezza che non riuscivo a capire con la mente ma con il cuore di bambina, c’era qualcosa di storto. In casa c’era ancora l’odore di mamma. Indossavamo ancora i vestiti cuciti e lavati da lei, e lui aveva già trovato una nuova mamma per noi. Ora capisco le sue ragioni, ma allora l’ho odiato, e la sua fidanzata con lui. Cosa questa donna avesse immaginato su di noi, non lo so, ma entrò in casa abbracciata a papà.

Erano entrambi un po’ brilli, lei disse:
– Se mi chiamerete mamma, resterò.
Io dissi alla più piccola:
– Non è la nostra mamma. La nostra mamma è morta. Non chiamarla così!

La sorella scoppiò in lacrime, e io, come la più grande, dissi:
– No, non lo faremo! Tu non sei nostra mamma. Sei un’estranea!
– Guardate com’è chiacchierona! Beh, allora non rimarrò con voi.

L’insegnante se ne andò, e papà fece per seguirla, ma si fermò sulla porta. Rimase lì, con la testa bassa, poi si girò, ci abbracciò e scoppiò in lacrime a voce alta, e anche noi iniziammo a piangere insieme a lui. Anche la piccola Alessandra nel suo lettino iniziò a piagnucolare. Piangevamo per nostra madre, e papà per la sua amata moglie, ma nelle nostre lacrime c’era più dolore che nelle sue. Le lacrime degli orfani sono uguali in tutto il mondo e la nostalgia della madre è universale. Quella fu la prima e ultima volta che vidi mio padre piangere.

Papà rimase con noi per altre due settimane. Lavorava nel settore forestale e doveva partire per le foreste. Come fare? Non c’era altro lavoro in paese. Concordò con una vicina, le lasciò soldi per il cibo e portò Alessandra da un’altra vicina, poi andò nella foresta.

Così rimanemmo sole. La vicina veniva, cucinava, accendeva il forno e se ne andava. Aveva anche i suoi problemi. E noi, tutto il giorno da sole a casa: avevamo freddo, fame e paura. Il villaggio iniziò a pensare a come aiutarci. Serviva una donna speciale, in grado di accettare figli non suoi come se fossero propri. Ma dove trovarne una così? Durante le conversazioni, venimmo a sapere che una lontana parente di una nostra compaesana era una giovane donna lasciata dal marito, perché non poteva avere figli. Oppure aveva avuto un figlio, ma era morto, e più figli non ne aveva avuti, ma nessuno sapeva di preciso. Trovarono l’indirizzo, scrissero una lettera e attraverso quella zia, Margherita, mandarono a chiamare Zina.

Papà era ancora a lavorare quando Zina venne da noi di buon mattino. Entrò così in silenzio che non la sentimmo. Mi svegliai sentendo passi in casa. Qualcuno camminava, proprio come mamma, si sentivano rumori di stoviglie in cucina e un profumo delizioso per casa! Frittelle! Noi due sorelle ci mettemmo a sbirciare. Zina lavorava silenziosa: lavava stoviglie, puliva il pavimento. Infine, dai rumori capì che ci eravamo svegliate.

– Forza, ragazze dai capelli biondi, andiamo a mangiare!
Rimanemmo sorprese, ci chiamava così per i nostri capelli chiari e occhi azzurri, proprio come mamma.
Ci facemmo coraggio ed uscimmo dalla stanza.
– Sedetevi a tavola!
Non ci fu bisogno di dircelo due volte. Divorammo le frittelle e cominciammo a fidarci di quella donna.
– Chiamatemi zia Zina, così mi chiamano.

Poi la zia Zina ci fece il bagno, lavò tutto e se ne andò. Il giorno dopo l’aspettavamo e venne ancora! La casa cambiò sotto le sue cure. Tornò pulita e ordinata, proprio come quando c’era mamma. Passarono circa tre settimane e papà era ancora lontano. La zia Zina si prendeva cura di noi in modo meraviglioso, ma si vedeva che soffriva e cercava di non farci affezionare a lei. Soprattutto la piccola Veronica si legava a lei. Capibile, aveva solo tre anni. Io ero cauta. Questa zia Zina era severa. Non sorrideva mai. Mamma era allegra, cantava, amava ballare e chiamava papà con affetto “Gianni”.

– Quando papà tornerà dalla foresta, magari non mi accetterà. Com’è vostro padre?
Descrissi papà in modo così goffo da rischiare di rovinare tutto! Dissi:
– È buono il nostro papà! Paeolica quando si ubriaca e subito va a dormire!
Zia Zina subito s’insospettì:
– Beve spesso?
– Spesso! – rispose la più piccola, e io la calciai sotto il tavolo ed aggiunsi:
– No, solo durante le feste.

Zia Zina si tranquillizzò, e papà tornò quella sera. Entrò in casa, guardò intorno, sorpreso:
– Pensavo foste disperati qui, invece vivete come principesse.
Raccontammo tutto come meglio potevamo. Papà si sedette, pensieroso, poi disse:
– Bene, andrò anch’io a vedere la nuova aiutante. Com’è?
– Bellissima, – disse in fretta Veronica, – cucina frittelle e racconta storie.

Oggi, ripensandoci, sorrido sempre. Per nessun criterio Zina poteva essere definita bella. Magrolina, piccolina, insignificante a vedersi, non era certo una bellezza. Ma cosa capiscono i bambini? Forse loro sono gli unici a capire cos’è la vera bellezza di una persona?

Papà rise, si vestì e andò da zia Margherita, che viveva lì vicino.
Il giorno dopo papà ci portò Zina. Si era alzato presto, era andato a prenderla e Zina entrò in casa timida come avesse paura di qualcosa.

Dissi a Veronica:
– Chiamiamola mamma, lei è buona!
E gridammo insieme:
– Mamma, mamma è qui!

Papà e Zina andarono insieme a prendere Alessandra. Per lei, Zina divenne una vera madre. Le soffiava via la polvere. Alessandra non ricordava mamma. Veronica aveva dimenticato, io sola l’ho ricordata per tutta la vita, e anche papà. Una volta lo sentii dire, guardando una foto di mamma, a bassa voce:

– Perché sei andata via così presto? Te ne sei andata e con te tutta la mia gioia.

Non ho vissuto a lungo con papà e la matrigna. Dalla quarta classe ero in collegio, in paese non c’era una scuola grande. Dopo la settima classe andai a studiare in istituto. Cercavo di andarmene sempre presto da casa, ma perché? Zinaida non mi ha mai offeso, né con parole né con azioni, mi ha protetto come fossi sua figlia, e io mi tenevo a distanza. Sono ingrata?

Forse scelsi la professione di ostetrica non a caso. Non posso tornare indietro nel tempo e salvare mia madre, ma potrò salvarne un’altra…

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