Mi sono imposta con la sfacciata cognata
— La mamma ha confermato il ristorante, — disse Chiara con un tono sbrigativo, come se non notasse la tensione nella voce di Giovanna. — E riguardo ai soldi? Tu e Roberto avete fatto il bonifico?
Giovanna rimase in silenzio per alcuni secondi, cercando le parole, ma Chiara continuò subito:
— L’importo non è molto, se devo essere sincera, avevo pensato di aggiungere qualcosa di mio, ma con tutte le mie spese… In fondo, è per la mamma, capisci.
— Aspetta, — Giovanna riuscì a interromperla, cercando di mantenere la calma. — Non ne avevamo parlato. Roberto non mi ha detto nulla.
— Oh, sai com’è, lui dimentica sempre tutto, — Chiara rise, come se fosse la cosa più naturale del mondo. — Gli ho detto che da voi verrebbero circa quaranta. Non è una cifra normale per un’occasione del genere?
Le parole sembravano un dato di fatto, come se la decisione fosse stata presa da tempo e qualsiasi obiezione fosse ridicola. Giovanna strinse il telefono più forte, sentendo crescere l’irritazione.
— Quarantamila euro? — chiese lentamente, quasi in un sussurro.
— Sì, e ho anche ottenuto uno sconto! Ci sono torte e servizio, vedrai di persona. La mamma sarà entusiasta. Non preoccuparti, ho già versato l’anticipo. Roberto ha detto che farete il bonifico.
Chiara riattaccò senza nemmeno aspettare una risposta.
Giovanna rimase lì seduta a guardare il telefono. Aveva un nodo in gola e un solo pensiero: «È sempre la solita storia».
***
La sera, in cucina, l’aria sembrava vibrante, come una corda tesa. Roberto aprì il frigorifero, tirò fuori una bottiglia di vino e, senza guardare Giovanna, mormorò:
— Chiara ha detto che sei contraria a dare i soldi per il ristorante.
Giovanna si bloccò.
— Contraria? È così che l’ha messa? — Si alzò dalla sedia, cercando di mantenere la calma. — Ho forse rifiutato? Non sapevo nulla finché non ha chiamato e mi ha messo davanti al fatto compiuto.
Roberto si girò accigliato.
— Suvvia, non lo fa per sé. Non è che la mamma festeggi il compleanno tutti gli anni.
— Ah, e come la mettiamo con il fatto che ha già deciso senza consultarci? Quaranta, Roberto! — Giovanna riuscì a non urlare, — Quarantamila! È ragionevole?
Roberto alzò le spalle e distolse lo sguardo.
— È per la mamma. Cosa vuoi che faccia? Chiara è stata brava a organizzare tutto.
Giovanna sbuffò.
— Certo che è stata brava. Con i soldi degli altri è facile essere bravi. E sai, Roberto, non capisco perché hai acconsentito così facilmente. Ne avevamo parlato? No. Lei ha deciso, e tu hai annuito.
— Dai, basta così. — Roberto fece un gesto con la mano e prese un bicchiere. — Sta solo cercando di fare del suo meglio.
— Per chi? Per noi? Per la mamma? O per se stessa? — Giovanna alzò la voce di scatto, ma subito abbassò il tono per non svegliare il figlio. — Roberto, non sopporto più questa situazione. Lei sempre: «datemi, trasferite, pagate». Poi sparisce, come se nulla fosse.
Lui rimase in silenzio, osservando il contenuto del suo bicchiere.
— Cosa posso fare? È fatta così. Vuoi parlarci tu?
— Già fatto, — tagliò corto Giovanna. — E sai cosa mi ha detto? Che è nostro dovere.
— Cosa volevi? Fa tutto da sola. Forse la sua vita è più complicata della nostra.
— Lei fa tutto?! — Giovanna non riuscì a trattenersi. — Roberto, sta solo approfittando di tutti. E tu la assecondi pure!
La conversazione finì in un vicolo cieco. Roberto alzò le spalle, borbottò qualcosa di incomprensibile e se ne andò in camera, lasciando Giovanna sola con i suoi pensieri.
***
La mattina successiva iniziò con una chiamata inaspettata. Giovanna rispose con riluttanza.
— Ciao, Gio! Sei libera? — La voce di Chiara era sorprendentemente allegra.
— Ti ascolto, — rispose in modo secco Giovanna, preparandosi a una nuova richiesta.
— Ascoltami, ho bisogno di aiuto. Ho iniziato un piccolo progetto con una vicina. Un negozio online, sai quali opportunità ci sono ora. Beh, mi serve pagare alcune cose, ma sono a corto. Pensavo che potresti prestarmi la tua carta. È solo per un paio di giorni.
Giovanna rimase interdetta, assimilando ciò che aveva appena sentito.
— Chiara, — la sua voce divenne ferma, — sul serio? La mia carta?
— Sì! Che c’è di male? Sai che faccio attenzione. Calcolo tutto, restituirò ogni centesimo, non spenderò più del necessario.
— No. Non se ne parla.
Dall’altra parte del telefono ci fu un momento di silenzio.
— Non capisco, — la voce di Chiara non era più sicura. — È solo una carta. Perché mi rifiuti?
— Chiara, perché per me è importante la mia tranquillità. E la mia carta.
— Gio, non ti fidi di me? — Chiara sembrava indignata, un altro stratagemma. — Siamo famiglia.
Giovanna resistette alla tentazione di dire qualcosa di troppo.
— Chiara, finiamo qui. Ho delle cose da fare.
Chiuse la chiamata, provando contemporaneamente sollievo e rabbia. Chiara stava superando ogni limite.
La sera, al ritorno di Roberto dal lavoro, Giovanna sapeva già che la discussione sarebbe stata difficile.
— Roberto, — iniziò pacatamente, — tua sorella ha chiamato di nuovo.
Lui si tolse le scarpe, evitando di guardarla.
— E allora?
— Ha chiesto la mia carta. Per un suo progetto.
Roberto si fermò, guardandola sorpreso.
— E tu cosa hai risposto?
— Che no, ovviamente.
— E perché non potevi semplicemente aiutarla? — rispose con tono affilato. — È Chiara.
Giovanna inspirò profondamente, cercando di non esplodere.
— Roberto, è un problema familiare: non sapete distinguere una richiesta giusta dall’insolenza? Non può cavarsela da sola?
— Gio, non ti ha chiesto milioni. Complichi sempre tutto.
Lei lo guardò incredula.
— Complicare? Sono io che complico? Pensi davvero che si possa continuare così all’infinito?
Roberto tacque, poi mormorò:
— Aveva solo bisogno di una mano, tutto qui.
— Sì, certo, e poi sparisce, lasciandoci le conseguenze da affrontare.
Lui fece un gesto per liquidarla e andò in camera.
Giovanna rimase seduta al tavolo della cucina, sentendo dentro di sé qualcosa rompersi definitivamente. Non poteva più sopportare la situazione. Chiara non stava solo interferendo nella loro vita — la stava distruggendo.
Tutta la sera Giovanna rifletté su come porre fine a tutto questo. Nella sua mente maturò un piano: calmo, ragionevole e, soprattutto, definitivo.
***
La settimana successiva furono invitati dai parenti di Roberto. C’erano praticamente tutti: nonne, zii, zie, cugini. Chiara, come sempre, era al centro dell’attenzione. Parlava a voce alta di come stesse «investendo nel futuro». Giovanna osservava quella scena con un’espressione calma e quasi impassibile.
Roberto sedeva accanto a lei, evidentemente nervoso, come se sentisse che stava per accadere qualcosa di spiacevole.
— Ecco, — continuava Chiara rivolgendosi a tutti, — stiamo lanciando un progetto fantastico con la vicina. Facciamo tutto da soli, sapete quanto sia difficile ora.
Giovanna si schiarì la gola per attirare l’attenzione.
— Chiara, è vero che nel tuo progetto cerchi di usare i soldi degli altri?
Tutti al tavolo si immobilizzarono. Chiara ci mise un attimo a capire che si stava rivolgendo a lei.
— Cosa vuoi dire? — la sua voce era tesa.
— Mi hai chiesto la carta per delle “spese temporanee”. E prima ancora Roberto ti ha dato dei soldi per aggiustare la macchina. A proposito, hai restituito quei soldi?
Chiara arrossì.
— Beh, sono piccolezze. Perché parlarne qui?
Giovanna non mollò.
— Non sono piccolezze quando cerchi costantemente di vivere alle spalle degli altri.
— Non capisco perché sei così arrabbiata, — Chiara cercava di sorridere, ma l’espressione era insicura. — Siamo famiglia.
— Famiglia? — Giovanna alzò le sopracciglia. — Che famiglia è quella in cui prendi senza restituire, e poi ti offendi se ti viene rifiutato qualcosa.
Tutti al tavolo tacevano. Roberto provò a dire qualcosa, ma Giovanna lo fermò.
— No, Roberto. Basta coprirla. Abbiamo già speso per lei un sacco di soldi e nervi. Ora le spieghi perché aveva bisogno della mia carta.
Chiara si alzò di scatto, stringendo i pugni.
— Tu sei solo invidiosa, Gio! Io mi impegno per tutti, e tu conti solo i centesimi.
— Invidiosa? — Giovanna sorrise ironicamente. — Di cos’hai da vantarti? Che hai abituato a ingannare tutti? Non farmi ridere.
Chiara sbatté la mano sul tavolo e uscì dalla stanza.
Roberto si alzò e guardò Giovanna con dolore negli occhi.
— Perché hai agito così? È comunque mia sorella.
— E tu perché le permetti tutto? — Giovanna rispose fermamente mantenendo lo sguardo.
Lui non disse nulla, si limitò a scuotere la testa e uscì seguendo Chiara.
Giovanna capì che aveva ottenuto ciò che voleva: la verità era venuta a galla. Ma non sembrava una vittoria, bensì una sconfitta. Gli altri non parlavano, evitavano il suo sguardo.
La sera Roberto non tornò a casa. Scrisse un breve messaggio: «Ho bisogno di tempo per riflettere su tutto».
Giovanna rimase seduta sul divano. Sapeva di aver fatto la cosa giusta, ma qualcosa dentro di lei si rifiutava di considerarla una vittoria.




