Cucciolo

**Il Cucciolo**

Luca e sua madre Silvia vivevano da soli. Il padre di Luca, ovviamente, esisteva, ma lui non era affatto necessario. Luca, per ora, non faceva domande su di lui. A scuola i bambini si vantano di chi ha i genitori migliori, ma all’asilo ciò che conta sono i giochi, non la presenza o l’assenza di un padre.

Silvia aveva deciso che era meglio che Luca non sapesse come si era innamorata perdutamente del suo futuro padre e che, quando gli aveva annunciato la gravidanza, lui le aveva rivelato di essere sposato. Aveva problemi con la moglie, ma non poteva lasciarla perché suo padre era il suo capo. Se l’avesse fatto, sarebbe rimasto senza un soldo, e Silvia non aveva certo bisogno di un uomo così. Le aveva persino consigliato di “sbarazzarsi” del bambino prima che fosse troppo tardi, perché tanto non avrebbe mai visto un euro di mantenimento. E se avesse insistito, le cose sarebbero peggiorate per lei…

Silvia non fece pressioni, sparì dalla sua vita e crebbe Luca da sola. Il bambino era dolce e per lei questo bastava.

Lavorava come maestra elementare, mentre Luca, che aveva cinque anni, frequentava l’asilo. E nessun altro serviva loro.

Dopo Capodanno, a scuola arrivò un nuovo insegnante di educazione fisica: alto, atletico, sempre sorridente. Tutte le donne sole del corpo docente, che erano la maggioranza, si misero subito a osservarlo e a corteggiarlo. Solo Silvia non gli rivolse mai lo sguardo e non rise alle sue battute. Forse per questo lui si accorse di lei.

Un giorno, mentre Silvia usciva dal cancello della scuola, un SUV si fermò davanti a lei. Ne scese il prof di ginnastica, che le aprì la portiera.

«Posso offrirti un passaggio?» le chiese con un sorriso.

«Grazie, ma ho casa vicinissima» rispose Silvia imbarazzata.

«Sali. Anche se è poco lontano, è sempre meglio che a piedi» ribatté lui, ragionevole.

Silvia esitò un attimo, ma poi salì in macchina. Lui chiuse la portiera, si sedette al volante e le chiese l’indirizzo.

«Non lo so. So solo il numero dell’asilo» mormorò Silvia, abbassando lo sguardo.

«Quale asilo?» domandò lui, confuso.

«Quello che frequenta mio figlio» spiegò lei subito.

«Hai un figlio? Quanti anni ha?» chiese, passando al “tu” senza pensarci.

«Luca. Cinque anni» rispose Silvia, afferrando la maniglia. «Meglio che vada.» Aprì la portiera.

«Aspetta. Andiamo.» Accese il motore.

Silvia chiuse la portiera. Non c’era nulla di male se lui l’avesse accompagnata a prendere Luca. Tanto tra loro non sarebbe mai successo niente. Perché un uomo avrebbe dovuto scegliere una donna con “bagaglio”, quando intorno c’erano tante donne libere e senza figli?

«Se non hai fretta…» sospirò.

«Nessuna fretta. Nessuno mi aspetta. Non ho né moglie né figli» disse subito lui, risparmiandole domande imbarazzanti.

«E come mai? Hai un carattere impossibile? Le donne non ti sopportano? O qualcuna ti ha fatto troppo male e ora hai paura di legarti?»

«Accidenti, che linguazzo. Non me l’aspettavo. Sembri così tranquilla. Di tutto ne ho visto: amori, delusioni. Ma non sono mai arrivato al matrimonio, e non sempre per colpa mia. Non è mai andata. E sul carattere… Nessuno è perfetto, cara Silvia. Neanche tu, a quanto pare.»

«Ti penti già di avermi offerto un passaggio? Oh, gira in questo cortile» chiese in fretta.

L’auto si fermò davanti all’asilo.

«Ti aspetto» propose lui mentre Silvia scendeva.

Lei esitò.

«Non serve. Abitiamo proprio qui vicino. Non voglio che mio figlio faccia domande. Capisci, Matteo?» Lo guardò con severità, come se fosse un alunno poco sveglio. «Non aspettarci.» Chiuse la portiera e si diresse verso l’asilo.

Se ne andò, e Matteo Rossi rimase in macchina a riflettere per qualche minuto. Poi ripartì. Quando, dieci minuti dopo, Silvia uscì dall’asilo tenendo Luca per mano, sospirò, sollevata ma anche un po’ delusa. Era chiaro: una donna con un figlio non faceva per lui. E pazienza. «Nemmeno noi abbiamo bisogno di lui» pensò.

Ma il giorno dopo Matteo era di nuovo lì, fuori dalla scuola.

«So cosa hai pensato: che sono scappato quando ho scoperto che hai un figlio. E invece no. Sali. Andiamo all’asilo?» chiese come se fosse la cosa più normale del mondo.

Silvia sorrise e annuì. Quando portò Luca all’auto, il bambino guardò Matteo con la stessa serietà con cui lei lo aveva fissato il giorno prima, poi alzò lo sguardo verso la madre.

«È un mio collega, Matteo Rossi. Lavora nella nostra scuola. Su, sali» disse Silvia, forzando un tono allegro per nascondere l’imbarazzo.

Luca non saltò di gioia né corse verso l’auto. Salì sul sedile posteriore con aria seria e si mise a guardare fuori dal finestrino.

«Dove andiamo?» chiese Matteo, voltandosi verso di lui.

«Non troppo lontano. Senza seggiolino potremmo prendere una multa» rispose Silvia al posto suo.

«Allora andiamo al centro commerciale. Fa ancora troppo freddo per una passeggiata. Luca, che ne dici?» domandò Matteo, con tono esageratamente allegro.

Luca non rispose, continuando a fissare il vetro come se non ci fosse niente di più interessante. Matteo sorrise e partì.

A scuola, tutti si zittivano quando Silvia entrava in sala professori. E quando arrivava Matteo, uscivano in fretta, scambiando sguardi complici.

Lui non forzava le cose, era paziente. Un paio di volte era uscito di casa dopo cena, ma alla terza era rimasto fino al mattino. Silvia dormiva male, svegliandosi più volte per controllare l’ora: temeva che Luca li sorprendesse insieme.

«Dai, è grande, capisce. Deve abituarsi» le sussurrò Matteo all’alba, stringendola a sé.

Ma lei si liberò e si alzò. Durante la settimana era impossibile svegliare Luca, ma quel giorno, per sfortuna, si era alzato presto. Quando uscì dal bagno e entrò in cucina, Silvia stava già friggendo i pancakes e Matteo era seduto a tavola.

«Buongiorno» disse Luca, sorpreso, guardando la madre in attesa di una spiegazione.

«Ti sei lavato? Allora siediti.» Silvia sorrise prima a Matteo, poi a Luca, e si avvicinò al tavolo con la padella.

Versò i pancakes prima nel piatto di Matteo, e poi in quello di Luca. Il bambino se ne accorse subito.

«Buon appetito» disse Silvia, versando il tè. «Quanti zuccheri vuoi?» chiese a Matteo.

«Due.» Matteo non staccava gli occhi da Luca. «Allora, gareggiamo a chi finisce prima i pancakes?»

«Perché?» chiese Luca, serio.

«Così, per gioco.» Matteo si confuse. «Un vero uomo, quando gli lanciano una sfida, la accetta e cerca di vincere. Pronti?» Staccò un pezzo di pancake con la forchetta e lo mangiò, bevendo rumorosamente il tè.

Luca mangiò lentamente, senza fretta, e non aveva nessuna intenzioneCon gli occhi lucidi, Silvia guardò Luca che rideva felice con il cucciolo tra le braccia, e capì che la sua felicità era proprio lì, in quel momento perfetto.

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