**22 Dicembre**
Mamma ha sbirciato nella mia camera mentre mi preparavo. “Non avrai freddo con quel vestito? Fuori ci sono almeno meno cinque gradi, e di notte promette ancora più gelo.”
“Non farò in tempo a congelarmi, è vicino,” ho risposto, aggiustando la cintura del mio vestito davanti allo specchio. “Non posso mica presentarmi al compleanno in jeans.”
“Marco verrà a prenderti?” ha domandato, con quella voce che già sapevo nascondesse disapprovazione.
“No, ha detto che sarà in ritardo. Sta aiutando un amico con il computer,” ho detto, spensierata.
“Potrebbe rimandare a domani. Non è carino che tu vada da sola,” ha insistito.
“Mamma, ormai non ci fa più caso nessuno. Cosa c’è di male? Non arriveremo insieme, e allora?” Ho infilato le scarpe in una borsa e sono corsa in ingresso.
Sapevo che Marco non le piaceva. Tutto perché l’aveva vista mentre mi baciava. “Non si fa così. Ci voleva un po’ di decoro, no?” mi aveva rimproverato dopo la sua partenza.
Ho indossato gli stivali, il piumino lungo, e mi sono avvolta il collo in una sciarpa di lana.
“E il cappello?” ha esclamato, allarmata.
“Mi sono fatta i ricci! Come faccio a mettere un cappello? Vado, ciao!” Ho aperto la porta e sono uscita di corsa.
Mamma ha detto qualcos’altro, ma io già scendevo le scale, pensando alla serata divertente e a Marco.
La nostra storia era stata intensa fin dall’inizio. Speravo che presto mi avrebbe chiesto di sposarlo.
L’aria gelida mi ha bruciato il viso e le mani, cercando di insinuarsi sotto il piumino. Ho sollevato la sciarpa, nascondendomi il naso, e mi sono affrettata verso casa di Sara. “Se solo Marco arrivasse presto.” Mezz’ora prima gli avevo telefonato. “Non distrarmi, così finisco prima,” mi aveva risposto secco. E io non ho richiamato.
Nell’androne ho abbassato la sciarpa. Ho evitato l’ascensore, salendo le scale per scaldarmi. Anche se abitavamo a due palazzi di distanza, già tremavo dal freddo.
La porta dell’appartamento, da cui usciva musica, era socchiusa. Forse qualcuno era uscito a fumare e non l’aveva chiusa bene. O Sara l’aveva lasciata aperta per gli ultimi arrivati. “Meglio così. Attirerò meno attenzione,” ho pensato, entrando nel buio dell’ingresso. La musica e le voci mi hanno assordato.
Mi sono tolta il piumino, infilando la sciarpa nella manica. Sull’attaccapanni, cappotti invernali ammucchiati. Sara aveva invitato tantissima gente. A fatica ho trovato un gancio per il mio. Ho infilato le scarpe, rabbrividendo, e sono entrata in salotto.
La luce abbagliante dopo il buio mi ha accecato, il battito accelerato dalla musica forte. Una decina di ragazzi ballavano attorno al tavolo, riempiendo la stanza. Nessuno mi ha notata. Cercavo Sara, ma non la vedevo.
Mentre cercavo di evitare i ballerini, mi sono diretta verso la cucina. Stavo per raggiungere la porta di vetro quando si è spalancata. Sara, col viso arrossato, gli occhi brillanti e un sorriso trionfante, mi è quasi caduta addosso. La sua espressione è diventata improvvisamente imbarazzata.
Dietro di lei è apparso Marco, mentre si sistemava i capelli scomposti.
“Sei già qui?” ho chiesto, spostando lo sguardo su Sara.
Lei si è ripresa subito, sorridendo come se nulla fosse.
“La festa è già cominciata. Perché sei in ritardo?” ha detto, poi mi ha superata. “Vieni a ballare. O vuoi bere prima?”
“Non mi hai chiamato. Non ti sei accorto che mancavo? O eri troppo occupato?” ho detto, con voce piena di amarezza.
“Non ho fatto in tempo. Sono appena arrivato anch’io.” Marco si è chinato per baciarmi, ma io mi sono tirata indietro.
Ho sentito l’odore del suo profumo preferito. Quello di Sara.
“Che c’è? Stavamo solo tagliando del salame,” ha cercato di giustificarsi.
“Prima dovresti pulirti il rossetto dalla guancia. Dalle questo,” gli ho detto, piazzandogli in mano il regalo. L’ho visto afferrarlo di striscio, mentre io già mi facevo strada tra la folla verso l’uscita.
Nell’ingresso ho tolto le scarpe, infilato gli stivali, afferrato il piumino e sono scappata. La sciarpa è caduta sulle scale. Mentre mi chinavo a raccoglierla, Marco è uscito. Sono corsa giù di corsa.
“Julia, hai capito male!” mi ha gridato dietro.
Fuori, il gelo mi ha bruciato di nuovo il viso. Mi sono ricordata delle scarpe, ma non sarei tornata a prenderle. “Come ha potuto? È arrivato prima e non mi ha cercata… E Sara, la mia migliore amica… Traditori.” I singhiozzi mi strozzavano, mentre camminavo lontano da casa. Mi sono resa conto solo quando le ciglia si sono appesantite dal gelo e il naso era insensibile.
“Dove vado ora? A casa? Mamma mi farà domande, mi dirà che Marco non le è mai piaciuto… Forse in chiesa? Dovrebbe esserci la messa di Natale. No, è troppo affollato, e lontano.”
Mi sono guardata intorno. Ero ormai lontana da casa. Sono entrata in un bar per scaldarmi. Mi pentivo di aver scelto un vestito così leggero. Il freddo mi penetrava nelle ossa. “Prenderò l’influenza. Pazienza. Starò a letto con la febbre, almeno si sentiranno in colpa…” Il mascara colava, sciolto dalle lacrime.
Il bar era vuoto. La cassiera mi osservava con curiosità. Mi sono tolta la sciarpa e l’ho avvolta intorno alla testa, poi sono uscita di nuovo nel gelo.
Improvvisamente, ho sentito passi sulla neve e un respiro affannoso. Mi sono voltata e ho visto un ragazzo vestito di nero, col cappuccio sollevato.
Era l’unico con me in strada. Ho accelerato, ma lui mi teneva dietro. Presto mi mancava il fiato.
“Stai scappando da qualcuno?” ha chiesto.
Ho fatto finta di non sentirlo. Se lo ignoravo, forse se ne sarebbe andato. Invece è rimasto al mio fianco.
“Ti ha fatto male qualcuno? Il tuo ragazzo ti ha lasciato? Non disperarti. Se ti ha lasciato, non ti amava.”
Mi sono fermata, pronta a rispondere male. Ma nei suoi occhi, sotto il cappuccio, ho visto gentilezza. Nessuna minaccia. Ho abbassato lo sguardo e ho ripreso a camminare.
Siamo arrivati in silenzio a casa mia.
“Grazie per avermi accompagnata,” ho detto davanti al portone.
“Figurati. Non potevo lasciarti da sola. Mi chiamo Lorenzo. E tu?”
“Julia. E ora mi chiederai il numero di telefono?” ho sorriso amaramente.
“E tu non me lo daresti?” ha risposto, ridendo nella voce.
“Perché no? Eccolo:” gliel’ho detto. “Ciao.” Sono entrata.
Dall’assenza di rumori dietro di me, ho capito che non mi seguiva.
“Ti chiamo!” ha gridato, mentre aprivo la porta.
Salendo le scale, miMa mentre chiudevo la porta di casa, sorridendo tra me e me, ho capito che forse, proprio quella notte di Natale, il destino mi aveva regalato la persona che cercavo da sempre.



