Maria Rossi indossava già la camicia da notte e si pettinava i capelli quando squillò il telefono. Il trillo improvvuso squarciò il silenzio dell’appartamento, facendole sobbalzare il cuore. L’orologio segnava le dieci e mezza.
«Pronto?» Dall’altro capo nessuno rispondeva. «Pronto, chi è?»
«Mamma?» La voce era appena un sussurro, come se temesse d’essere ascoltata.
«Fiorella? Cosa succede? Lo sai che odio le chiamate a quest’ora!» Maria si sedette sul bordo del letto, stringendo la cornetta. «Stai bene?»
«Sì… cioè no… Mamma, posso venire da te? Subito?»
Nel tono della figlia c’era qualcosa che le gelò il sangue. Fiorella non chiedeva mai aiuto, sempre autonoma, fiera della sua indipendenza.
«Certo, vieni. Ma cosa è successo?»
«Te lo dico dopo. Sto uscendo.»
Il segnale di libero risuonò. Maria rimase immobile col telefono in mano, poi lo riagganciò e accese il bollitore. Fiorella abitava nel quartiere vicino, quaranta minuti d’autobus senza traffico. Sarebbe arrivata entro un’ora.
Trasse dalla credenza le tazzine buone, quelle per gli ospiti, affettò un limone, dispose i biscotti su un piatto. Le mani le tremavano
Maria Romano si era già infilata la camicia da notte e legava a trecce i suoi capelli quando il telefono squillò. Un trillo improvviso squarciò il silenzio dell’appartamento, costringendola a trasalire. Erano le ventuno e trenta. “Pronto?” Dall’altra parte, silenzio. “Pronto, chi è?” “Mamma?” La voce era appena un sussurro, come se chi parlava temesse d’essere ascoltato. “Elena? Che succede? Sai che non amo le telefonate a quest’ora!” Maria si sedette sul bordo del letto, stringendo la cornetta. “Stai bene?” “Sì… Cioè no… Mamma, posso venire da te da casa? Ora subito?” Nel tono della figlia c’era qualcosa che fece stringere il cuore a Maria. Elena non chiedeva mai aiuto, sempre autonoma, fiera d’essere indipendente. “Certo, vieni. Che è successo?” “Dopo te lo dico. Esco adesso.” Il segnale d’occupazione risuonò. Maria rimase col telefono in mano, poi lo riagganciò e andò ad accendere il bollitore. Elena abitava nel quartiere vicino, quaranta minuti in autobus se niente traffico. Sarebbe arrivata entro un’ora. Tirò fuori dalla credenza le tazze buone, quelle per gli ospiti, affettò un limone e mise un piattino di biscotti. Le mani le tremavano leggermente – un cattivo presentimento non la abbandava. Elena arrivò prima del previsto. Quando Maria aprì la porta, la figlia era sulla soglia con gli occhi rossi e i capelli scompigliati. Stringeva una borsa da sport. “Figlia mia…” Maria abbracciò Elena, sentendola tremare. “Entra, entra subito. Il tè è pronto.” Si sedettero in cucina. Elena beveva il tè in silenzio, singhiozzando di tanto in tanto. Maria aspettava, esitando a far domande. La figlia avrebbe parlato quando pronta. “Mi picchia, mamma,” disse finalmente Elena così piano che la madre stentò a sentire. “Non è la prima volta.” Maria posò la tazza, sentendo un freddo diffondersi nel petto. “Come, ti picchia? Andrea? Ma cosa dici!” “E io secondo te mento?” Elena alzò bruscamente lo sguardo. Sotto un occhio spuntava un livido che aveva tentato di mascherare col trucco. “Guarda un po’!” “Cielo…” Maria allungò una mano verso di lei, ma Elena si scostò. “Non commiserai me! È colpa mia, mi sono cercata rogne. Pensavo che dopo il matrimonio tutto sarebbe cambiato, che si sarebbe placato… Sono stata una stupida, mamma, una stupida!” “Perché non me lo hai detto prima? Avremmo potuto…” “E che avresti fatto tu?” rise amara Elena. “Mi avresti spinta a sopportare, a salvare la famiglia, per amore dei bambini. Hai sempre detto: si sposa una sola volta e per sempre.” Maria abbassò lo sguardo. Era vero, così aveva sempre pensato. Lei stessa aveva vissuto col padre di Elena quarant’anni, anche se non sempre facile. Aveva tollerato le sue sbornie, la rudezza, l’indifferenza. Credeva fosse normale. “E i bambini dove sono?” “Li ho lasciati da sua madre. Gli ho detto che andavo a stare un po’ da nonna.” – Elena si asciugò gli occhi con la manica. – “Non volevo che mi vedessero così. Maria ha appena sette anni, e Paolo… lui già capisce che a casa non va tutto bene. Ieri mi ha chiesto perché papà urla contro te.” “E tu che hai risposto?” “Che il papà era stanco dal lavoro.” Elena serrò i pugni. “Capisci? Ho imparato a mentire ai miei figli. Benissimo, no?” Maria si alzò, si avvicinò alla finestra. Fuori una pioggerellina fine, i lampioni si riflettevano gialli nelle pozzanghere. Quante volte lei stessa era rimasta a quel vetro quando il marito non tornava o rientrava ubriaco e rabbioso. Quante volte aveva pensato di andarsene, ma era rimasta. Per la figlia, così le era sembrato. “E lui dov’è adesso?” “A casa. Dorme. Ubriaco e steso.” Elena respirò convulsa. “Mamma, non ce la faccio più. Non voglio che i bambini crescano in una casa così. Ti ricordi quando avevo paura che papà tornasse ubriaco? Mi nascondevo nell’armadio e pregavo perché non urlasse contro di me.” “Tuo padre non ci ha mai alzato le mani!” “In compenso gridava così forte che i vicini bussavano al muro. E tu perdonavi sempre, tolleravi tutto. Io allora credevo che fosse giusto, che tutti gli uomini fossero così.” Elena fissò la madre. “Non voglio che Maria cresca pensando che sia normale lasciarsi umiliare.” Maria tornò al tavolo, sedette di fronte alla figlia. “Ma non è sempre così. Ricordo quanto bene stavate i primi anni. Ti vuole bene…” “Mamma!” Elena batté un pugno sul tavolo. “Questo non è amore! Un uomo che ti ama non alza le mani su una donna! Mai! Mai e poi mai!” “E se tu l’avessi fatto arrabbiare per qualcosa?” “Io l’ho fatto arrabbiare?” Elena si alzò, iniziò a camminare per la cucina. “Sai di cosa mi sono ‘colpevole’ stavolta? Gli ho chiesto di non fumare nella stanza dei bambini. Maria tossisce la notte, il medico ha detto che forse ha l’asma. E lui: ‘Non ordinarmi dove fumare nella mia casa!’ E mi ha mollato uno schiaffo.” “Ma perché gli hai contraddetto? Potevi essere
Marina Rossi stava infilando la camicia da notte quando squillò il telefono, uno strillo improvviso che lacerò il silenzio dell’appartamento.
Erano le dieci e mezza.
«Pronto?» Nessuna risposta. «Pronto, chi parla?»
«Mamma?» La voce flebile sembrava temere d’essere udita.
«Chiara? Che succede? Sai che odio le chiamate tarde!» Marina si sedette sul letto, stringendo la cornetta. «Stai bene?»
«Sì… cioè no… Posso venire da te? Subito?»
Quel tono spezzò il cuore di Marina. Chiara non chiedeva mai aiuto, orgogliosa della sua indipendenza.
«Certo, vieni. Ma cos’è accaduto?»
«Dopo. Esco ora.»
Il segnale si interruppe. Marina lasciò il telefono e preparò la macchinetta del caffè. Chiara abitava nel quartiere vicino, quaranta minuti d’autobus senza traffico. Sarebbe arrivata entro un’ora.
Tirò fuori dalla credenza le tazzine buone per gli ospiti, affettò del limone, dispose biscotti sul vassoio. Le mani tremavano, un presentimento cupo la pervadeva.
Chiara giunse prima del previsto. Sulla soglia, gli occhi gonfi, i capelli scomposti, una borsa da ginnastica in mano.
«Povera amore mio…» L’abbraccio di Marina sentì il tremore della figlia. «Entra, il caffè è pronto.»
In cucina, Chiara trangugiò la bevanda fra singhiozzi silenziosi. Aspettarono.
«Mi picchia, mamma» sussurrò alla fine. «Non è la prima volta.»
Marina posò la tazzina, un gelo nel petto.
«Andrea? Ma stai scherzando!»
«Mento forse?» Chiara sollevò il viso: un livido malcelato dal trucco spuntava sotto l’occhio. «Guarda!»
«Santo cielo…» Marina allungò una mano, ma la figlia si ritrasse.
«Non commiserarmi! Colpa mia, pensavo che dopo il matrimonio sarebbe migliorato… Sono stata ingenua!»
«Perché non mi hai detto nulla? Avremmo—»
«Cosa avresti fatto?» Un sorriso amaro. «Mi avresti esortata a sopportare, per la famiglia, per i bambini. Hai sempre detto: si sposa una volta per sempre.»
Marina abbassò lo sguardo. Lei stessa aveva resistito quarant’anni col padre di Chiara, pazientando su alcolismo e indifferenza. Credeva fosse normale.
«I bambini?»
«Dalla madre di lui. Dissi che passavo la notte da te.» Chiara si asciugò le guance col polsino. «Sofia ha sette anni, Matteo… capisce già. Ieri mi chiese perché papà urla contro di te.»
«E tu?»
«Che era stanco dal lavoro.» Un pugno serrato. «Brava, no? Imparare a mentire ai figli.»
Marina si avvicinò alla finestra. Fuori, pioggia sottile, lampioni gialli specchiati nelle pozzanghere. Quante volte lei stessa aveva vegliato lì, col marito ubriaco e violento, trattenuta dall’andarsene.
«Lui dov’è?»
«A casa. Ubriaco, dorme.» Un sussulto. «Non ce la faccio più. Non voglio che crescano così. Ricordi quando mi nascondevo nell’armadio pregando che papà non urlasse?»
«Mio marito non ci ha mai alzato le mani!»
«Ma le urla facevano bussare i vicini. E tu perdonavi. Io credevo gli uomini fossero tutti così. Non voglio che Sofia pensi sia normale farsi umiliare.»
Marina tornò al tavolo.
«Però non è sempre stato cattivo. Vi ricordi i primi anni? Vi amava…»
«Mamma!» Un pugno sul legno. «Questo non è amore! Chi ama non percuote mai! Mai!»
«Ma se l’hai provocato…»
«Io?» Chiara si alzò, iniziò a camminare. «Sai perché stavolta? Gli chiesi di non fumare nella cameretta. Sofia ha la tosse notturna, l’asma incipiente. Lui: “Non comandare in casa mia!” E uno schiaffo.»
«Potevi essere più dolce…»
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