«Voi vi godete, mentre noi affondiamo nei debiti»: La mia pensione, la mia famiglia, le mie sofferenze

«Ti diverti, mentre noi affondiamo nei debiti»: la mia pensione, la mia famiglia, i miei tormenti

Le parole di Giulia risuonano nella mia testa come un tuono improvviso in una giornata serena. Sono seduta sul divano del nostro modesto appartamento a Rimini, il sole filtra dalle persiane e accarezza le foto di famiglia appese al muro. Paolo, mio marito, legge il quotidiano senza accorgersi della tempesta che si avvicina a me. Stringo il telefono, le dita mi tremano.

«Giulia, che dici?» sussurro, cercando di non tradire la paura che si stringe nello stomaco.

Dall’altra parte della linea sento solo il suo respiro affannoso. «Mamma, non ce la facciamo più. Le bollette salgono, la scuola di Matteo costa troppo, e noi due lavoriamo come matti, ma non è mai abbastanza. Tu… tu sei sempre fuori, trascorri i weekend in spa, pranzi fuori casa…»

Il petto si stringe. Guardo Paolo, che alza lo sguardo dal giornale e mi osserva preoccupato. «Che succede?» chiede a bassa voce.

Non rispondo subito. Dentro di me scoppia una lotta feroce tra il desiderio di aiutare la figlia e la necessità, finalmente, di pensare a me stessa. Dopo quarant’anni di turni in ospedale e notti insonni, a lottare per arrivare a fine mese, ora che la pensione ci permette qualche piccolo lusso, è giusto rinunciare a tutto?

«Giulia, sai che se potessimo aiutarti lo faremmo», mi interrompe, la voce spezzata.

Lei scatta, il tono quasi urla: «Mamma, non è solo questione di soldi! Mi sento sola. Ho bisogno di te, di più tempo, più presenza… eppure sembra che tu stia sempre avanti».

Resto in silenzio, sento il peso delle sue parole comprimermi il petto. Paolo mi prende la mano, cerca il suo sguardo. «Dille che domani andiamo a trovarla», sussurra.

Annuisco lentamente. «Giulia, domani veniamo a pranzo da voi. Parleremo tranquillamente».

Lei sospira, quasi sollevata. «Va bene, grazie».

Quando riaggancio, mi avvolge un vuoto. Paolo mi stringe forte. «È ingiusto», mormora all’orecchio. «Abbiamo dato tutto a loro. Ora non possiamo nemmeno godercela un po’?».

Faccio un passo indietro e guardo nei suoi occhi azzurri, segnati da piccole macchie d’età. «Forse abbiamo sbagliato qualcosa…».

Lui scuote la testa. «Abbiamo fatto il nostro dovere».

Quella notte non riesco a dormire. Ricordo l’infanzia di Giulia: correvamo nel parco, facevamo i compiti insieme al tavolo della cucina, ridevamo al mare nonostante i pochi soldi, ma con tanta felicità. Quando ha iniziato a sentire che non era più abbastanza? Quando ho smesso di essere il suo rifugolare?

Il giorno dopo arriviamo a casa loro con una torta fatta in casa e un sorriso forzato. Giulia ci accoglie con gli occhi colmi di lacrime, Marco stringe le mani in silenzio. Matteo corre verso di noi: «Nonna! Nonno!».

Durante il pranzo l’atmosfera è tesa. Marco parla poco, Giulia cerca di essere gentile ma lancia sguardi di rimprovero qua e là.

A un certo punto Marco esplode: «Non ci servono i vostri soldi, ma almeno un po’ di comprensione! Sembra che il peso sia tutto sulle nostre spalle».

Paolo rimane immobile: «Siamo sempre stati lì! Ma ora dobbiamo pensare anche a noi».

Giulia replica accorata: «Allora perché quando chiediamo aiuto ci sembra un peso? Non capite che siamo esausti?».

Mi sento schiacciare da tutti i lati. Vorrei gridare che anch’io sono stanca, che merito un po’ di pace dopo una vita di sacrifici. Ma vedo la disperazione negli occhi della figlia e il cuore si spezza.

«Forse abbiamo dato l’impressione di essere indifferenti», dico a bassa voce. «Ma non è vero. Vogliamo solo un attimo per respirare».

Il pranzo si conclude in silenzio. Torniamo a casa con il senso di una sconfitta.

Nei giorni seguenti Paolo si chiude in sé. Non parla più dei viaggi o delle cene fuori, non propone più passeggiate sul lungomare. Io passo le giornate a pensare a come aiutare Giulia senza annullare del tutto me stessa.

Una sera mi chiama Lucia, la sorella che vive a Bologna.

«Ho sentito Giulia, dice che sei in crisi», dice senza mezzi termini.

«Non so cosa fare», ammetto tra le lacrime. «Mi sento egoista a pensare a me, ma se rinuncio a tutto per loro mi sembra di morire».

Lucia sospira: «In Italia i genitori devono essere sempre disponibili, anche quando sono al limite. Ma chi pensa a voi?».

Resto in silenzio.

«Parlane con Paolo», continua Lucia. «E soprattutto, parla con la tua figlia come madre, non come sportello bancario».

Quelle parole rimangono con me.

Il giorno dopo invito Giulia a prendere un caffè nel bar sotto casa. Arriva stanca, gli occhi affaticati.

«Mamma, scusa per quel giorno», dice subito.

Le prendo la mano: «Giulia, ti amo più della vita stessa. Ma anch’io sono una persona. Ho bisogno di sentirmi viva, non solo utile».

Lei guarda il tavolo: «Lo so… a volte sembra tutto troppo».

«Capisco», rispondo dolcemente. «Dobbiamo trovare un equilibrio. Non sarò sempre la soluzione a tutti i tuoi problemi, ma sarò qui, accanto a te, come madre».

Parliamo a lungo, tra lacrime e sorrisi appena ritrovati.

Tornando a casa sento il peso sul petto più leggero, ma una domanda continua a tormentarmi: dove finisce il dovere genitoriale e dove inizia il diritto alla felicità?

A volte mi chiedo: è davvero egoista desiderare un po’ di quiete dopo una vita di sacrifici, o è solo paura di perdere il ruolo che ci ha definito?

Forse la risposta sta nel capire che amore non è solo dare, ma anche sapersi preservare, così da poter continuare a donare senza svuotarsi.

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