Ora torna pure al tuo paese! dice esasperato luomo, senza neppure rivolgerle lo sguardo.
La voce di Marco suona piatta, eppure vi serpeggia un gelo, una stanchezza accumulata negli anni lunghi di silenzi e parole mai dette.
Lui si trova vicino alla finestra, lo sguardo rivolto verso il cielo grigio di novembre, cupo e compatto di nubi pesanti, e Giulia allimprovviso capisce: è finita. Tutto, ormai.
Nessuna spiegazione, nessuna lacrima, nessun tentativo di recuperare il passato cambierà nulla. La porta della loro vita insieme si chiude con uno scatto muto.
E basta? Così? sussurra lei, mentre la voce si dissolve nella stanza vuota, dove un tempo si sentiva ridere.
E cosa vorresti? Non cè più niente tra noi, lo vedi anche tu, risponde lui, volto di pietra, il gesto spietato come uno strappo. La recide da sé, come si taglia via qualcosa che non serve più.
Giulia si siede sul bordo del divano, stringe il volto tra le mani. Non le sale neppure la voglia di piangere: ormai ha consumato tutte le lacrime in precedenza.
Lacrime che erano scivolate via, un giorno dopo laltro, sciogliendosi nel gusto amaro del tè della solitudine, mentre sedeva di fronte alluomo che era ormai solo unombra.
Le torna alla mente quellestate, quindici anni fa, con lui in piedi davanti a lei, davanti a unaltra finestra e con il sole che riempiva la stanza doro. Lui le sorrideva, guardandola negli occhi:
«Giulia, insieme possiamo tutto. Supereremo qualsiasi difficoltà.»
Ci aveva creduto. Aveva creduto così tanto da essere pronta a seguirlo dovunque, anche alla fine del mondo.
Ora quelle promesse sono impallidite, scolorite come fotografie lasciate al sole. Ne restano solo contorni sfumati e sbiaditi.
Va bene, dice semplicemente Giulia, e nelle sue parole cè qualcosa di nuovo, pacato, non una resa ma uninsospettabile serenità.
Se questa è la tua decisione.
La voce le resta calma, ma dentro si stringe in un grumo doloroso e fitto. Si alza, con una grazia distaccata, prende la vecchia valigia dal fondo dellarmadio.
Non ci sono molte cose da portare: in tutti quegli anni, Giulia sembra non aver mai avuto il coraggio di considerare quella casa davvero sua. Era tutto come suo, ma senza di lei, come se fosse solo unospite in un sogno altrui.
I passi riecheggiano nel corridoio. Alla porta si affaccia Caterina, loro figlia, quasi adulta, studentessa universitaria, con negli occhi lansia per quel mondo che improvvisamente si spezza.
Mamma, cosè successo? Perché fai quella faccia?
Niente di grave, prova a sorridere Giulia, ma il sorriso le esce storto, malinconico. Vado solo a casa. Da nonno, al paese. Solo per un po.
Caterina aggrotta le sopracciglia; nei suoi occhi limpidi brillano lacrime pronte a cadere.
Papà ti ha trattata male di nuovo? Ancora quella sua eterna insoddisfazione?
Non importa, sospira Giulia. Succede a volte di dover andare via, per non spegnersi piano piano vicino a qualcuno. Tornerò. Ci sentiremo, te lo prometto. Devo solo stare un po da sola.
Il marito non si alza, non saluta neanche. Nellappartamento la fa da padrona un silenzio che fa paura, rotto solo dal ticchettio dellorologio in cucina.
Solo quando la porta del palazzo sbatte dietro di sé, trascinando la valigia giù per le scale, Giulia si accorge che sta entrando in una vita nuova, sconosciuta.
Il treno scivola nella notte, oscillando a ritmo costante che calma il dolore. Giulia poggia la fronte contro il vetro freddo, fissando fuori qualcosa che non vede.
Oltre il vetro scorrono boschi scuri, piccole stazioni dimenticate nelle campagne emiliane, con figure isolate avvolte nei cappotti.
Tutto, dentro e fuori di lei, è silenzioso e freddo. Si sente vuota, come la sua valigia, riempita solo delleco di ciò che è stato.
Nello scompartimento con lei siedono una giovane madre con un bambino assonnato, e un ragazzo con una chitarra, che accarezza le corde, appena udibile.
Non capta i discorsi, solo una parola le arriva sottopelle: casa.
Sì, anche lei sta tornando a casa. Solo che, stavolta, è per sempre. Lontano dalla città caotica che non è mai stata davvero sua.
Le salgono in mente immagini sfocate ma preziose: il ciliegio enorme davanti alla casa dei genitori, la madre che impasta la focaccia e il padre che porta miele fresco in un vaso di coccio.
Di quegli anni resta il profumo della stufa calda, la certezza limpida del domani. Comera lontana, quella serenità dignitosa e tranquilla.
Al mattino, appena scesa, la stazione del piccolo paese la accoglie con il solito odore di carbone e legna bruciata: quei luoghi familiari, dove ogni cosa sembra più piccola, a misura di bambino, strade strette, il negozio allangolo con linsegna sbiadita.
O forse è solo lei ad essere cresciuta troppo per quel piccolo mondo?
Ma quando vede il padre che la aspetta al cancello di ferro battuto, qualcosa dentro di lei si scioglie, si spezza, e le lacrime calde le scivolano sulle guance.
Lui alza la testa, la guarda lei e la sua valigia e sospira. In quel sospiro cè tutta la sapienza della sua età:
Ecco, sei tornata. A casa.
Sono tornata, papà. Mi dispiace.
Rimangono lì a lungo, senza dire nulla, semplicemente tenendosi le mani. Sopravvissuti alla tempesta, finalmente in un porto sicuro.
I primi giorni scorrono irreali. Giulia impara di nuovo a vivere: si alza presto, aiuta il padre nellorto, va al mercato a comprare verdura fresca, cucina il minestrone seguendo la ricetta della mamma.
Poi si siede alla finestra del salotto e osserva la strada vuota. Silenzio. Niente traffico cittadino, solo il canto di un gallo e qualche auto che passa, sbuffando nel freddo mattutino.
A volte sosta davanti alla vecchia credenza, dove ancora trova i grembiulini della scuola elementare, e accarezza la stoffa consunta.
Tutto è lontano e vicino allo stesso tempo, come se il tempo si fosse aggrovigliato, confuso.
Il terzo giorno passa la vicina, la signora Rosa. Esuberante, con il solito secchio colmo di patate fresche.
Giulia! Finalmente sei tornata. La città non fa per te, vero?
Ci ho provato, ma… abbozza Giulia un sorriso.
Non abbatterti, tesoro. Qui la vita è vera, ne succedono di tutti i colori confida Rosa. Alla scuola cè pure il nuovo preside, vedovo, dicono sia giovane e in gamba. Dovresti conoscerlo!
Giulia scuote la testa imbarazzata:
Non credo sia il momento, Rosa. Devo raccogliere i pezzi, tutto qui.
Ma su, ride laltra, magari almeno ti passa la solitudine.
Qualche giorno dopo, Giulia si presta ad aiutare la contabile della scuola a mettere ordine nei conti. È lì che incontra Michele.
Lui è alto, magro, e ha occhi grigi che sembrano leggere dentro. Parla poco, con voce calma, di chi sa quanto vale la tranquillità.
Lei è la signora Giulia Gallo, vero? chiede appena sorridendo, e in quel sorriso cè una gentilezza calda. Mi ha detto Rosa che può darci una mano con il bilancio. Qui, ogni tanto, va tutto a gambe allaria.
Sì, annuisce lei, sentendo sciogliersi una tensione che non sapeva di avere. Ho fatto la contabile per tanti anni, credo di potercela fare.
Benissimo, gente seria come lei qui serve sempre.
Parlano di scuola, di paese, di cose semplici, e improvvisamente Giulia si sente a proprio agio, senza bisogno di fingersi diversa, senza la fatica degli anni passati. Solo pace, come da bambina.
Linverno scivola via così. Giulia si lascia trascinare dal nuovo ritmo: dà una mano in segreteria, accompagna Michele in municipio a sbrigare pratiche.
La sera si sistema in poltrona, a sferruzzare, guardando la legna scoppiettare nella stufa.
Piano, piano, i colori tornano: il profumo del pane appena sfornato, la luce morbida della lampada a petrolio, il crepitio del fuoco.
Le ansie e le amarezze della città si diluiscono in quella quiete curativa, lasciando spazio a qualcosa di nuovo: la sensazione di essere tornata a casa.
Caterina telefona di rado. Allinizio videochiama ogni tanto, il viso stanco, poi le comunicazioni si riducono a brevi messaggi:
«Sto bene, mamma. Studio. Non preoccuparti».
Giulia non forza, non pretende. Sa che la figlia è divisa tra due mondi, e dovrà trovare da sola dove stare.
A volte, nelle notti più silenziose, il pensiero torna a Marco a come, allinizio, le stringeva forte la mano, e a come poi, col tempo, usciva la mattina per andare al lavoro come fosse già lontano mille miglia.
E le ritorna la stessa domanda: Ma era mai stato davvero lui, quello vero? O avevo solo creduto in una versione inventata di Marco, quella che io stessa desideravo di amare?
Giorno dopo giorno, la risposta si delineava sempre più chiara.
La primavera irrompe improvvisa sul paese. La neve si squaglia, svelando la terra nera che freme di nuova vita, i galli si rispondono allalba e laria profuma di umido e di ricordi dolci.
Giulia decide di piantare davanti casa le zinnie e la bella di notte, come faceva ogni anno sua madre: un piccolo rito che le restituisce qualcosa di fondamentale, da troppo tempo perduto.
Michele si fa vedere spesso a portare tavole, un attrezzo, una parola buona.
Una sera, il sole cala dietro le colline colorandole di pesca, e lui le dice, senza guardarla:
Sai, Giulia, nemmeno io pensavo di restare qui per sempre. Partii dopo la morte di mia moglie, ero certo che non ci avrei mai più rimesso piede.
Ma la vita fa giri strani. Scuola abbandonata, bambini senza maestri e sono tornato.
Il paese sa tutto di tutti, sorride lei, scavando unaltra buca per le zinnie.
Lascia che sappia. Basta non mentire a se stessi.
Dice queste parole con una convinzione pacata, la certezza di chi ha imparato dal dolore a vivere ancora.
Per la prima volta dopo tanti, troppi anni, Giulia si sente viva, e basta. Non come chi aspetta giorni migliori, ma come chi vive davvero, qui e ora. Odora di terra e di legna, e la sua anima ritrova finalmente pace.
Per la festa di San Giovanni cè una processione e la corale del paese chiede a Giulia di unirsi a loro: la sua voce pura, dicono, è un dono.
Lei si vergogna, rifiuta, ma Michele la incoraggia piano:
Hai un bel timbro, Giulia, profondo. Non tenerlo nascosto. Canta! È la primavera stessa che, attraverso te, dà voce alla vita.
Dopo il concerto, mentre gli ultimi accordi svaniscono, tutto il paese applaude sincero.
E quando lo incrocia tra la folla, con quello sguardo carico di approvazione e di qualcosa di più caldo ancora, Giulia capisce che è proprio quella accoglienza semplice, quel calore umano, che le era mancato per così tanto tempo.
Lestate è luminosa come non mai: in paese tutto fiorisce e profuma.
Giulia accompagna spesso Michele in città, a comprare libri per la scuola, sistemare scartoffie.
In auto stanno spesso in silenzio, ma è un silenzio pieno, sereno, che solo chi sta veramente bene insieme può permettersi.
Un giorno, tornando nel tardo pomeriggio, Michele dice improvvisamente fissando la strada:
Sei un po come la primavera qui, Giulia. Da quando sei arrivata, anche laria nella scuola sembra più leggera.
Non scherzare, Michele, si schernisce lei, guardando fuori.
Non sto scherzando lo dico sul serio, è solo un dato di fatto. Come lalba.
Un nodo le stringe il cuore, ma non quello amaro del passato; è uno stupore quasi infantile. Davvero, lei una donna normale con i capelli già un po bianchi può ancora sentirsi vista così?
Nel giorno del suo compleanno, Giulia viene svegliata dal campanello insistente. Alla porta, un corriere: tra le braccia tiene un bouquet magnifico di rose rosse.
Al gambo è attaccato un biglietto discreto: «Scusami. Forse è tardi. Ma, se vuoi tornare, io sono qui. Adesso ho capito. Marco».
Resta a lungo con quel mazzo tra le mani, lo guarda ma non lo vede.
Le rose sono splendide, lussuose e costose proprio come quelle che lui regalava per le occasioni, solo per dovere, per placare la propria coscienza.
La sera, come al solito, passa Michele, e Giulia senza parlare gli porge le rose:
Guarda, un regalo dal passato. Non so che farci.
Forse va solo lasciato andare, risponde pacato lui, osservando i petali rossi. Se il passato bussa alla porta, allora bisogna scegliere.
Sì, annuisce. Farò così. Grazie.
Mette i fiori in un vaso sul davanzale; dopo due giorni di profumo troppo dolce e appassito, senza voltarsi, li butta nel compost senza rimpianti.
Arrivato lautunno, quando le foglie danzano nellaria con lultimo vento caldo, Caterina torna improvvisa.
Appare davanti al cancello, più grande ma ancora la sua bambina, negli occhi una pena che Giulia riconosce.
Mamma posso stare un po qui con te? In città è diventato insopportabile. Certo, amore mio. Questa è casa tua. Lo sarà sempre.
La sera, strette davanti alla stufa, Caterina le confida:
Papà ora vive con quella Lucia, ma non sembra per niente felice. Sembra sempre arrabbiato, scuro in volto. Mi ha detto: Tutto è diverso da come pensavo, figlia mia.
Giulia solo annuisce, aggiungendo un ciocco di legna al fuoco.
Non è mai davvero diverso, Cate. Col tempo diventiamo tutti più sinceri, e allora o accetti la verità, o continui a illuderti.
Caterina scoppia in lacrime:
Mamma, ho sempre sperato che tu e papà vi sareste riavvicinati. Ma ora che ti vedo qui, capisco che senza di lui forse sei più serena. Sei diversa. Più tranquilla.
Ora sono finalmente in pace, tesoro. E questa è, credimi, la felicità più grande. Un mattino calmo, la certezza che qualcuno ti aspetta
Linverno arriva col suo carico di neve soffice e scintillante e una pace profonda e sincera.
In casa profuma di mele essiccate e pino, la famiglia si riunisce per il Capodanno: Giulia, Caterina, il padre e Michele.
In tavola cibo semplice e gustosissimo, fuori il silenzio della notte in danza con la neve.
Allo scoccare della mezzanotte, Michele alza il calice di succo duva fatto in casa:
Un brindisi. A non aver mai paura di ricominciare. Di reinventarsi, a qualsiasi età, dovunque ci troviamo.
Giulia guarda lui, sua figlia e il padre, e sente chiaro dentro di sé: questa è casa.
Non un appartamento anonimo in città, con armadi a specchio e un marito perennemente scontento, ma qui, tra queste persone, con occhi sinceri e cuori aperti.
Sorride, finalmente leggera, e sente di ringraziare la vita: Grazie per tutti i tuoi insegnamenti. Tutto ora ha trovato posto, come in un orto ben curato.
Passano due anni. In paese si bisbiglia: «Presto si sposano. Hai visto Giulia? Sembra tornata venticinquenne!».
Caterina si diploma e si iscrive al corso di agraria vicino, tornando felice nei fine settimana a cercare quellappoggio che la città le aveva negato.
Michele ormai è quasi di famiglia un amico solido, autorevole e gentile.
Giulia si occupa della segreteria scolastica e non manca mai alle sagre. Fa anche una marmellata di ciliegie squisita, seguendo la ricetta della mamma.
Non pensa mai più alla città come a unoccasione perduta: sono solo lezioni di vita dure, ma indispensabili.
Al mattino beve il suo infuso caldo in veranda, guarda il sole levarsi sui campi innevati e pensa sia il premio per aver trovato il coraggio di partire per cercare sé stessa.
Ricorda le ultime parole che Marco le ha gettato addosso: «Torna pure al tuo paese!»
E silenziosamente, senza rabbia, risponde: «Grazie. Se non fossi stata cacciata, non avrei mai scoperto qual era il mio posto vero nel mondo.»
Giulia non cerca più la felicità altrove: se lè costruita da sola, con amore, pazienza, fatica e tenerezza.
Ogni suo nuovo giorno nasce da un miracolo silenzioso: poter vivere davvero, respirare a pieni polmoni, amare ed essere amata e sapere, sentire dentro ogni fibra, che questa volta è reale, per sempre.




