Ho partorito una terna di gemelli, ma mio marito ha avuto paura e se n’è andato — nemmeno all’ospeda…

Ho partorito una terzina e il marito si spaventa, scappando vianon torna nemmeno a prendermi al reparto maternità.

Una terzina?! Ma sei una vera eroina, Valentina Rossi! E tutti sono saniun maschietto e due bambine! È un vero miracolo!

Sono solo una mamma, sorrido tra la nebbia della stanchezza, cercando di capire cosa è accaduto in queste ultime diciotto ore.

È davvero un miracolo, ma anche fonte di ansia. I primi giorni in ospedale scorrono come in un sogno, tra lesaurimento fisico e la gioia infinita.

Resto sdraiata su un letto rigido, raccogliendo le forze dopo un parto difficile, immaginando il momento in cui Federico vedrà per la prima volta i nostri piccoli.

Nella mia mente Luca ha già i suoi occhi, mentre le due bambine hanno i capelli scuri, come i miei. I medici promettono di portare i bambini appena finire le ultime procedure.

Aspetto Federico il giorno dopo, ma non appare. Ricevo una telefonata dalla posta, mi chiedono di trasmettere un messaggio forse non ha sentito? Al casale agricolo girano da tre giorni, forse è lì bloccato?

Il terzo giorno mi consegnano una bottiglia di marmellata, dei formaggini, pannolini puliti. Ma non è la sua consegnaè una vicinanza di una vicina.

Su un pezzo di carta leggo: «Fede, ancora a bere, Val. Pensiamo che lo zio Giuseppe ti prenderà. Non ti preoccupare, ti copriamo le spalle». Firmato: Tania, Vera, Zoè.

Le mani improvvisamente si fanno fredde, un timore appiccicoso scivola sotto la pelle.

Solo cinque giorni fa ero una donna di campagna che aspettava il primo figlio, ora sono madre di tre, persino il padre non vuole più vederli. Il senso di tradimento stringe lentamente il petto.

Dal corridoio arriva il rumore pesante di passi.

Valentina, spunta linfermiera, è arrivato lo zio Giuseppe a prenderti. Dice che è qui in auto, ti aspetta al cancello laterale, vicino al punto ristoro.

Linfermiera mi aiuta a raccogliere le cose, a vestire i neonati. Le sue mani lavorano rapide, sicure, con esperienza e cura, avvolgendo i miei piccoli in coperte.

Tieni, mi porge un rotolo. È la tua figlia più grande.

Prendo in braccio Alessia, il nome che ho scelto per la più silenziosa di tre. Lostetrica mi dice che è nata due minuti prima della sorella.

Laltra bambina è Vittoria, sperando che sia forte. Il maschietto è Luca, come il nonno.

Usciamo sul portico. Cammino con cautela, ogni passo riecheggia un dolore sordo nel corpo.

Lo zio Giuseppe sta accanto a una vecchia Fiat, trainata da una cavalla dal manto arruffato. Vedendoci, lancia una sigaretta nella neve.

Allora, mamma? Andiamo, dice, prendendo delicatamente dalle mani dellinfermiera gli altri due bimbi e sistemandoli sotto coperte preparate. Ce la facciamo.

Silenziosa per tutto il tragitto, la neve si fa più fitta, ma la strada al villaggio è battuta, e il carro scivola dolcemente tra le spesse colate.

Giuseppe tira leggermente le redini, borbottando tra sé. Passiamo tra i campi del collettivo, una striscia di bosco, attraversiamo un ponte, e finalmente in lontananza appare il tetto della nostra casa.

Resisti ancora un attimo, brontola, aiutandomi a scendere.

I bambini rimangono nel carro, e io mi trattengo dal fare un passo. Devo aprire la porta, accendere il focolare.

Giuseppe posa le culle sul fuoco. Le mie mani tremano per la stanchezza e lansia. Lui è il primo ad entrare, io lo seguo. E poi

Al centro della stanza è Federico. Intorno cè una valigia aperta, vestiti sparsi. Alza lo sguardo e mi guarda come se fossi una sconosciuta.

Che cosa? la mia voce è roca.

Non ero pronto. Non mi aspettavo una terzina, il suo sguardo scivola via. Ce la farai da sola. Scusa.

Lo zio Giuseppe posiziona le culle vicino al camino. Vedo il collo del nonno teso, la pelle pallida.

Ma sei impazzito, Federico? Lasci i tre figli e me? la sua voce tuona.

Non ti immischiare, vecchio! sbuffa Federico, tornando alle sue cose.

Non hai coscienza! Giuseppe gli prende la spalla, ma luomo si libera e chiude la valigia.

Federico, faccio un passo avanti. Guardali almeno

Lui lancia uno sguardo alle culle, si dirige silenzioso verso la porta, varca la soglia, attraversa il cortile, esce dal cancello e scompare nella bufera, come se non fosse mai stato.

Cado a terra, sento qualcosa spegnersi dentro di me. Respiro, ma dentro cè solo vuoto.

Il primo anno è una prova dura, una prova che non si augurerebbe nemmeno a un nemico.

Ogni giorno mi alzo allalba e non vado a letto prima di mezzanotte. Pannolini, body, biberon, ciucci. La vita è un cerchio infinito di cure. Uno beve, laltro piange

Finché cambio i tre, torno allinizio. La pelle delle mani si screpola per il lavaggio continuo, le dita si coprono di calli per il continuo stiro dei pannolini umidi.

Sopravviviamo grazie al miracolo. Ogni mattina appare qualcosa di nuovo sul davanzale: una brocca di latte, una bustina di farina, un pachetto di legna. Gli abitanti del villaggio aiutano in silenzio, senza parole.

Spesso viene Tania. Mi aiuta a lavare i neonati, mi insegna a preparare il latte artificiale quando il mio finisce.

Resisti, Valù, mi dice avvolgendo Luca. Qui al paese non ti lasciano sola. E il tuo Federico è un ciarlatano. Tu sei fortunata, Dio ti ha benedetta con questi bimbi.

Lo zio Giuseppe passa ogni sera, controlla che il focolare sia carico, che il tetto non perda.

Una volta porta dei contadini: sistemano il capanno, sostituiscono le assi marce, tappezzano le finestre.

Quando arrivano i primi freddi, Vera porta calzini di lanatre paia per ogni taglia. I bambini crescono non a giorni, ma a ore, nonostante il poco cibo e le difficoltà della casa.

Con larrivo della primavera i bimbi cominciano a sorridere. Alessia è equilibrata, anche da neonata sembra guardare il mondo come se lo comprendesse.

Vittoria è invece chiassosa, esigente, attira lattenzione con i suoi pianti forti. Luca è curioso e vivace; appena ha imparato a girarsi, inizia a esplorare tutto intorno.

Quellestate imparo a vivere di nuovo. Leggo una culla sulla schiena, metto gli altri due in un carro artigianale e vado a coltivare il campo. Lavoro tra le poppate, i lavaggi e i brevi momenti di sonno.

Federico non appare. Solo di tanto in tanto sento vocilo vedono in un villaggio vicino, gonfio, senza barba, lo sguardo annebbiato.

Non lo odio più. Non ho più forze per nutrire rancore. Lunica cosa che resta è lamore per i figli e la lotta per ogni giorno che viene.

Entro la quinta invernata la vita si stabilizza. I bambini crescono, diventano più autonomi.

Si aiutano tra loro, giocano insieme, poi vanno anche alla scuola materna. Io trovo un lavoro nella biblioteca del paese, almeno parttime. Ogni sera porto libri a casa e leggo ai bambini prima di dormire.

A dicembre arriva un nuovo fabbro, Andrea, alto, con la barba grigia e le rughe intorno agli occhi. Sembra avere quarantanni, ma è così robusto da sembrare più giovane.

Buongiorno, dice con voce leggermente rauca. Cè qualcosa di interessante da leggere la sera? Magari Dumas?

Gli porgo una copia logora dei Tre Moschettieri. Mi ringrazia e se ne va. Il giorno dopo ritorna con un giocattolo di legno in mano.

È per i vostri piccoli, dice, tendendomi un cavallino intagliato. Ho la mano per il legno.

Da allora viene spessoscambia libri, porta nuove costruzioni.

Luca lo accoglie subito, corre verso di lui, prende la mano, lo porta ai suoi tesori. Le bambine sono più caute, ma col tempo si avvicinano anche loro.

A aprile, quando la neve si scioglie, Andrea porta un sacco di patate.

Sono per voi, dice semplicemente. Buona varietà, pronta per la semina.

Mi sento imbarazzatadopo Federico sono abituata a non accettare aiuti maschili.

Grazie, ma ce la faccio

Lo so, annette. Tutti sanno quanto sei forte. Ma a volte accettare aiuto è anchesso una forza.

Allimprovviso Luca salta fuori con una bacchetta in mano:

Zio Andrea! Guarda, è una spada! La facciamo vera?

Certo! sorride Andrea, sedendosi accanto a lui. E per le tue sorelle faremo qualcosa di bello.

Corrono al capanno a progettare il futuro. Io li guardo e, per la prima volta dopo tanto tempo, sento il calore crescere dentro di me.

In estate Andrea viene più spesso. Aiuta in giardino, ripara il recinto, passa tempo con i bambini.

Alessia e Vittoria non tengono più il silenzio timidocondividono i loro segreti con lui. Con lui mi sento serena, senza frenesia, senza parole inutili.

A settembre, quando i bimbi dormono, siamo sul portico. Sopra di noi il cielo stellato, in lontananza si sente il latrato dei cani.

Valù, dice Andrea, lasciami stare vicino non solo come ospite. Ti amo i tuoi figli come fossero miei.

Nei suoi occhi cè sincerità, senza dubbio alcuno.

Io resto in silenzio, guardando le stelle. Talvolta il destino toglie per dare molto di più. Basta solo aspettare.

Quindici anni sono passati da quando i piccoli sono nati, in un batter docchio. Il nostro cortile è cambiatorecinto robusto, tetto nuovo, capanno di legna. Andrea ha costruito una veranda con grandi finestre.

Ora ogni sera ci sediamo lì, tutti insieme. Luca, ormai adolescente alto, ha superato Andrea. Le sue mani sono coperte di calliha lavorato tutta lestate in una fucina.

Alessia si prepara per liscrizione allistituto di pedagogia, Vittoria è creativa, riempie i quaderni di poesie.

Io lavoro a tempo pieno in biblioteca. I bambini mi chiamano Signora Valentina Rossi.

A volte sostituisco gli insegnanti, do lezioni di letteratura, condivido riflessioni su vita, scelte, forza danimo.

Andrea è un tuttofare. Ha aperto unofficina, ripara di tuttodalle serrature ai motori.

Luca passa ore al suo fianco, impara i mestieri. Lo chiama ormai papà, le bambine lo chiamano nostro.

Il giorno della laurea di Vittoria, mentre torniamo a casa, qualcuno ci chiama. Ci giriamo.

Accanto al cancello della scuola cè Federico, rugoso, sfinito, con la giacca logora. Fa qualche passo.

Andrea, aiutaci. Anche per la pensione una decina di euro

Mamma, chi è quello? chiede Luca, corrugando la fronte.

Il cuore mi si spezza. Il figlio non riconosce il padre.

Alessia si mette davanti a me, come scudo. Vittoria abbraccia Andrea.

Aspetta, dice Andrea, estraendo una banconota da dieci.

Federico fissa i bambini, forse cercando un volto familiare. Ma non cè più nulla di suo. Sono diventati i nostri.

Vostri? mormora.

I nostri, risponde fermamente Andrea.

Federico prende i soldi, si gira e se ne va, senza una parola, senza voltarsi.

Mamma, chi era? chiede Vittoria quando entriamo nel cortile.

Una volta lho conosciuto, rispondo piano, chiudendo il cancello. Molto tempo fa.

Quella sera è tutto come sempre: risate, storie, calore. E la quiete che arriva dopo una lunga battaglia.

Quando i bimbi dormono, io e Andrea siamo sulla veranda. Le sue mani stringono le mie.

A cosa pensi, Valù?

Alla vita. Che non ogni caduta è la fine. Spesso è solo un nuovo inizio.

E so che tutto quello che è successo non è stato vano. Ora ho tutto. Più di quanto avrei mai sognato.

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