A scuola mi trascinavano sempre a partecipare alle varie olimpiadi. Un giorno mi toccò quella di chimica. Presi la cosa come un tributo alle mie capacità intellettuali.
Quando lo seppe, mia madre chimica di professione, portava un cognome nobile prima di sposare mio padre si comportò come una semplice massaia. Di solito rideva con la grazia di una donna vivace da romanzo ottocentesco. Ma quella volta rovesciò il tè e scoppiò a ridere di gusto.
Fu la prima e ultima volta che vidi mia madre ridere così. Poi mi spedirono allolimpiade distrettuale di fisica. E dopo ancora, e ancora. Fu allora che iniziai a sospettare che la direzione della scuola mi deportasse regolarmente, così da lasciare agli altri la possibilità di studiare in santa pace.
Allolimpiade di biologia fui accompagnato, questa volta, da Antonio Ricci. Anche lui, in biologia, se la cavava quanto me: sapeva distinguere un cervo da una tartaruga a cento metri. Quando la professoressa di scienze capì chi avrebbe rappresentato la scuola, minacciò quasi uno sciopero della fame. «Ma così almeno per un giorno non li avremo in classe», la convinsero preside e vicepreside.
Io e Antonio finimmo seduti in un enorme aula, con una sessantina di sconosciuti aspiranti biologi. A ognuno dettero un foglio gigante piegato in due.
Proprio in quel momento dalla cattedra parlava una donna con una spilla di vetro grande come un pugno sul petto. Il suo discorso era di quelli ispirati: “Siamo qui per merito, ci aspetta la vita vera. Se fate chiasso o copiate, scaricherete casse al porto per tutta la vita. Anche se, aggiungeva, è comunque un lavoro rispettabile, nulla in contrario.
Diedi unocchiata intorno e sfiorai la spalla della ragazza seduta sulla destra. Lei arrossì e abbassò i lunghi ciglia truccati. Poi, tutti iniziarono a scrivere come forsennati. Antonio invece, smarrito, mormorò:
Non ho capito, cosa dobbiamo fare? Che dobbiamo fare?
In cuor suo sperava ci avessero portati solo per offrirci dellaranciata. Guardando meglio il foglio, capii che nelle parti bianche bisognava scrivere le risposte. Lo spifferai subito ad Antonio. La donna con la spilla mi invitò a calmarmi.
Dove si trovano le risposte? mi chiese Antonio.
La donna si mostrò incuriosita da quali scuole venissero quei due ragazzi così famelici di sapere. Risposi che venivamo dalla centosettantaduesima. Lei annotò con cura sia sul mio foglio che su quello di Antonio.
Ma non siamo della centosettantacinquesima? rispose Antonio.
Zitto, sciocco, gli dissi io.
Antonio mi diede un calcetto, mancando però la mia gamba e colpendo la sedia della ragazza davanti. Lei si voltò di scatto, identificò che non eravamo pericolosi, e ci chiese semplicemente di non ripetere. Mi rimase impressa per le sue lentiggini.
Che vuoi? replicò Antonio. Stai attenta e lasciaci in pace.
La donna allora fece unultima osservazione alla ragazza, che scoppiò a piangere. Per consolarla, la invitò da vera madre ad affidarsi alle proprie forze: Ce la farai!, disse, e sorprendentemente la ragazza si riprese e iniziò a rispondere sicura.
Io mi trovavo in difficoltà: non riuscivo a pensare agli anni di Linneo e guardare contemporaneamente le ciglia della ragazza. O Linneo o le ciglia. Se cercavo di fare entrambe le cose, mi veniva in mente un Linneo con le ciglia finte. Visione disturbante.
Quante specie di pesci vivono nel Po? mi chiese Antonio.
Novecentododici, risposi io.
Sicuro?
Su queste cose non si scherza.
La risposta su Linneo la scrissi in modo tale che sarebbe andata bene anche nella biografia di Gianni Rodari. Senza esagerare, pure.
Vuoi andare al cinema? scrissi su un foglietto e lo lanciai alla ragazza con le ciglia finte. Dopo un minuto mi tornò la risposta: Sono già fidanzata, con una calligrafia bellissima. Mi ha sempre stupito questincapacità femminile di dire subito sì. Mannaggia. Non volevo certo rovinarle il fidanzamento, proponevo solo unamicizia in più. Già ero amico di due ragazze amiche tra loro. I fidanzati dormivano sonni tranquilli; solo mio padre ne soffriva, dovendomi sganciare regolarmente qualche euro.
E meglio di me?, chiesi in un altro biglietto. Sì, venne la risposta. Allora perché non è a questolimpiade? La ragazza ci pensò su. E la capivo.
Passando per la terza volta, la donna con la spilla a Antonio sussurrò:
Hai confuso il Po con il Mediterraneo?
Cercava nei nostri paraggi dei bigliettini col suggerimento, ma neanche avere dei suggerimenti era possibile: non sapevamo nemmeno di cosa parlava la materia.
Antonio sedeva con la faccia da bambino arrabbiato che aspetta il pediatra. Ma quello era il suo viso normale; la donna non poteva immaginarlo.
Quale mare? Cosa vuole? mi dava di gomito, impedendomi le mie relazioni diplomatiche. Qui non ci sono domande sul mare.
«Chi è chi con Mastroianni», scrissi e mandai ancora. «No!», mi tornò indietro, con un disegnino di una faccina che rideva con le trecce e le orecchie. Le orecchie mi intrigarono più delle ciglia. Le emoticon moderne non hanno quel fascino. Ero già preso, ma Antonio mi disturbò ancora.
Domanda seria: che livello di con-for-ma-zione hanno i capelli di cheratina? Cheratina è la risposta? Che è, un nome straniero? La scoiattola ha i capelli rossi, no?
Io confermai. Poi aggiunsi:
Ma dinverno li ha grigi.
Antonio scrisse sul foglio: Rossi. E dinverno grigi. Si inseriva bene in ogni sistema di comunicazione.
La ragazza lentigginosa si girò per sussurrarmi: “Alfa-elica.”
Dove? mi guardai intorno.
Il livello di conformazione: alfa-elica, spiegò e si voltò di nuovo.
Io guardai di nuovo le sue orecchie. Anche quelle avevano qualcosa. Scrissi veloce la risposta, strappai un pezzo di foglio e le passai: Andiamo al cinema? Da qualche parte doveva funzionare.
«Andiamo», mi tornò la risposta.
Dopo un minuto la risposta di destra: Va bene, andiamo.
Un dilemma esistenziale. Cercando di uscirne, mi capitò la domanda: Come si chiama il piccolo del rinoceronte? Difficile pensare alla scienza quando hai due ragazze che ti chiedono serietà nello stesso momento. Rinoceretto? Niño? Anto? Di lato le ciglia, davanti le lentiggini. Dramma. Scrissi: Cucciolo di rinoceronte.
Con quella delle lentiggini resistemmo fino allinverno, con i capelli degli scoiattoli diventati grigi. Quella con le ciglia al cinema non si fece vedere. Le donne sanno essere davvero misteriose.
Intanto conquistai il secondo posto allolimpiade di biologia e un diploma che arrivò dopo due mesi. Si diedero un gran da fare per cercarmi. Nellistituto centosettantadue risultava solo un bambino coi miei dati, di prima elementare, che, alla domanda della preside: Come ha fatto ad andare alle olimpiadi?, si mise a piangere promettendo di non farlo più. Alla fine, però, mi ritrovarono.
Fui lunico di tutta quella mandria di aspiranti scienziati a sapere come si chiama il piccolo del rinoceronte. Gli scienziati, a quanto pare, ancora oggi non hanno trovato un nome ufficiale a questi piccoli rinocerontini, tutto qui. Così entrai fra i cervelloni. E poi, come si vede sono uscito abbastanza in fretta.




