Sono quarantenne, e per due volte nella mia vita ho sfiorato il matrimonio. Non perché mancasse lamore, ma perché ogni volta ho avvertito che sposarmi significava perdere un pezzo di me, dissolvermi un po.
Sono avvocata di diritto internazionale. I miei giorni si confondono tra aeroporti stranieri, alberghi con lenzuola sempre stirate, riunioni virtuali, incontri con clienti in città che cambiano come la luce del tramonto sulle colline. Ho impiegato anni per raggiungere questa stabilità. Lavoravo fino a quattordici ore, studiavo sui treni, dormivo nei salottini delle lounge, cancellavo le vacanze. Vengo da una famiglia umile; ogni euro che possiedo lho guadagnato con le mie mani, sacrificando il mio sonno e il mio tempo.
La prima volta che incontrai il mio fidanzato avevo trentiquattro anni. Lui era chirurgo, già affermato a Milano, studio privato e vita ordinata. Allinizio tutto era entusiasmo: telefonate notturne, fughe durante il weekend, promesse di vederci almeno una volta al mese.
Dopo otto mesi mi chiese di sposarlo in un ristorante elegante sul Naviglio. Tirò fuori lanello davanti a tutti. Dissi sì, piansi, labbracciai forte, chiamai mia madre quella stessa sera. Ma poi arrivò la realtà. Lui parlava solo di quando verrai a vivere qui, quando smetterai di viaggiare, quando troverai qualcosa di più tranquillo. Mai mi chiese se avessi davvero voglia di cambiare tutto. Era come se fosse scontato che io dovessi modellarmi sulla sua vita.
Una notte, nel suo appartamento, mentre lui controllava il turno in ospedale, io sedevo sul divano fissando il mio calendario pieno di voli e meeting. Compresi allora che sarei diventata la moglie del medico, non la donna che si era costruita da sola. Due mesi dopo restituii lanello. Piangemmo entrambi. Doloroso, ma non me ne pento.
La seconda volta fu più strana, quasi surreale. Lo incontrai a trentasette anniletteralmente allaeroporto di Fiumicino. Lui, pilota di linea, ci scambiammo battute su un volo in ritardo e finimmo a cena a Napoli. Era premuroso, spiritoso, viveva tra le nuvole come me. Dopo un anno mi fece la proposta. Questa volta niente ristorante di lusso, ma una stanza dalbergo ancora tiepida dopo un volo interminabile. Accettai: finalmente sentivo qualcuno in sintonia coi miei passi.
Ma presto cominciarono accadere cose sconnesse, come in un sogno confuso. Umore mutevole, telefono sempre silenzioso, messaggi cancellati, scuse inventate e voli che non coincidevano con lorario ufficiale. Un giorno ricevetti un messaggio da una sconosciuta. Non disse molto, solo accennò dettagli che poteva conoscere solo una persona vicina a lui. Non avevo prove, né foto. Ma piano piano i tasselli si componevano: le sue assenze, le piccole menzogne, le risposte vaghe.
Una sera, nel mio appartamento romano, gli chiesi direttamente. Lui negò tutto. Mi guardò negli occhi, giurando che mi stavo inventando tutto. Quella notte presi la decisione. Annullai il fidanzamento, senza drammi. Gli dissi che non posso sposare chi non credo più.
Oggi ho quarantanni. So bene che biologicamente non sono nel periodo più favorevole per avere figli. Eppure non vivo nel terrore. Ho la mia carriera, il mio ritmo, le mie valigie, la mia casa, le sere silenziose. Non mi sento vuota. Non mi sento incompleta.
A volte mi chiedono se mi pento di non essermi mai sposata. Rispondo sempre con la stessa frase: mi sarei pentita se avessi sposato un compromesso o una menzogna.
Non so cosa mi riserva il futuro. Ma sono tranquilla, come in quei sogni in cui il tempo si dilata e la vita si spande nel cielo italiano.



