Al cane ormai non importava più nulla, era pronto a lasciare questo mondo crudele
Francesca abitava da anni in una piccola casa ai margini estremi di un paese dellUmbria. Quando qualcuno diceva che era sola, le veniva quasi da ridere. “Ma quale sola? Io sono piena di compagnia!” rispondeva con un sorriso sereno. “Ho una grande famiglia, altroché!”
Le donne del paese annuivano bonariamente, ma poi si scambiavano sguardi dintesa, facendo il gesto della mano vicino alla tempia. Che famiglia, sussurravano: niente marito, niente figli, solo animali Ma per Francesca erano proprio loro la sua famiglia: zampe, piume, code, occhi profondi. Degli altri non le importava. Per qualcuno gli animali sono solo utilità: mucche per il latte, galline per le uova, il cane a far la guardia, il gatto a caccia di topi. Ma lei, nelle sue quattro mura, aveva cinque gatti e quattro cani, tutti dentro casa, coccolati e al caldo, suscitando la perplessità dei vicini.
I commenti li lasciavano per il cortile o la piazza del paese. Volevano evitare discussioni con la strana Francesca. A tutti i rimproveri lei rispondeva con una battuta: “Tranquilli, la strada lhanno già girata abbastanza, qui siamo tutti comodi e nessuno deve temere freddo o solitudine!”
Cinque anni prima, la sua vita si era spezzata in una sola mattina. Aveva perso marito e figlio in un battito di ciglia, su una strada tra Perugia e Castiglione del Lago, una domenica di pesca, tutto cancellato da un camion che tagliò la curva troppo stretto Dopo la tragedia, Francesca sapeva che restare in quellappartamento pieno di ricordi sarebbe stato impossibile. Stessi muri, stesse strade, volti troppo compassionevoli nei piccoli negoziun dolore insopportabile.
Dopo sei mesi vendette tutto e con la micia Bianca si trasferì in una casa antica alla periferia del borgo. Destate lavorava nellorto, dinverno si arrangiava nella mensa comunale. Gli animali arrivavano da soli: uno trovato davanti ai binari della stazione, un altro che elemosinava i resti tra le sedie della trattoria. Così nacque la sua “famiglia” di creature solitarie e segnate che trovavano la salvezza sotto il suo tetto generoso. Francesca curava le antiche ferite con mani calde e cuore largo. E in cambio riceveva fedeltà e una tenacia damore.
Li nutriva tutti, anche a costo di stringere la cintura. Più volte aveva giurato a se stessa di non occuparsi più di altri animali Ma poi arrivò un marzo che si travestì da febbraio: la neve tagliente coprì anche le ultime gemme, e la bora gridava nelle notti.
Quella sera Francesca si affrettava verso lultimo autobus per il paese. Due giorni liberi davanti e lei, dopo una giornata nella mensa, aveva caricato borse di provviste per sé e per la sua tribù. Anche un tupperware pieno di avanzi caldi, stretto forte. Le mani quasi cedevano sotto il peso e lei pensava solo alla stufa e al letto. Ma il cuore, come nei sogni, attento e vigile anche da svegli, la fece fermare di colpo a pochi passi dal pullman.
Sotto una panchina, quasi invisibile tra le striature di ghiaccio, giaceva una cagnolina. Lo sguardo era spento come una bottiglia vuota. Ricoperta dalla neve, doveva essere lì da ore. Persone passavano coperte di sciarpe, nessuno si fermava. “Nessuno lha vista, davvero?” le girò nella testa.
Senza accorgersene, Francesca dimenticò bus, promesse e stanchezza. Corse, lasciando le borse, e tese la mano verso la cagnolina. Lei socchiuse lentamente gli occhi. “Grazie al cielo, sei viva!” sussurrò Francesca con un sospiro di sollievo. “Coraggio, cara, in piedi”
Lanimale non si mosse, ma nemmeno rifiutò le sue braccia. Sembrava non avere più paura, pronta ad abbandonare il mondo dei vivi
Francesca non ricordò mai come fece, con le borse e la cagnolina fra le braccia, ad arrivare fino alla sala daspetto. Si sistemò nellangolo più caldo, strofinando con energia il corpo magro e gelato, tenendo tra i palmi le zampine dure dalla brina.
“Forza, tesoro, ci riprendiamo, poi dobbiamo ancora tornare a casa” sussurrava. “Diventerai la quinta, così siamo pari!”
Dalla borsa tirò fuori una polpetta di manzo e la porse alla nuova amica. Allinizio la cagnolina distolse lo sguardo, ma dopo un po, mentre il corpo si scaldava, qualcosa cambiò: negli occhi tornò un luccichio, il naso si muoveva, linvito fu accettato.
Dopo unora, Francesca era già sulla strada con la cagnolinache battezzò subito Pinaalzando il braccio nella notte, sperando che qualche anima gentile si fermasse, dato che lautobus era andato. Aveva improvvisato un guinzaglio con la cintura, anche se Pina camminava appiccicata alla sua gamba, timida e fedele. Dopo dieci minuti, una macchina si arrestò.
“Grazie di cuore!” disse Francesca al conducente. “Non si preoccupi, tengo Pina sulle ginocchia, non darà fastidio a nessuno.”
“Va bene così, può salire anche lei sul sedile, tanto non è piccina,” rispose lui.
Ma Pina preferì rannicchiarsi sulla padrona, tremando di freddo e gratitudine. “Così scaldiamo entrambe,” mormorò Francesca con un sorriso stanco.
Il guidatore accese il riscaldamento. Non parlarono quasi mai: Francesca fissava i fiocchi di neve che ballavano nello sguardo dei fari, abbracciando la sua nuova compagna. Luomo, di tanto in tanto, dava uno sguardo al profilo stanco ma sereno della passeggera. Aveva capito che la cagnolina era stata raccolta per strada.
Davanti a casa, luomo scese, aiutò con le borse. Il cumulo di neve davanti al cancello era immenso, tanto che dovette spingere forte con la spalla. Le vecchie cerniere cedettero e il cancello cadde di lato. “Fa niente,” sospirò Francesca, “Era ora di sistemarlo.”
Dal caseggiato vennero fuori abbai e miagolii felici, la compagnia pelosa la accolse rumorosa. “Mi aspettavate, eh? Ecco qui la nuova arrivata!” annunciò Francesca, mostrando Pina, mezzo nascosta dietro i polpacci.
Le code scodinzolavano, nasi in fila verso le buste che portava il conducente. “Entrate, su, che fuori si gela! Coraggio, se non vi spaventa questa mia famiglia rumorosa Volete un tè?”
“Grazie, ma è tardi,” sorrise lui. “Date da mangiare ai vostri amici, sono già impazienti.”
Il mattino dopo, quando il sole stava già alto, Francesca sentì bussare fuori dal cortile. Indossò la giacca, uscìis, vide il guidatore di ieri sera. Stava montando cerniere nuove al cancello, con gli strumenti posati vicino. “Buongiorno!” disse, tirando una riga di sorriso. “Sono venuto a sistemare il danno di ieri. Mi chiamo Marcello, e lei?”
“Francesca”
In pochi minuti la tribù pelosa lo circondò, annusando e scodinzolando. Lui si abbassò a carezzarli ad uno ad uno. “Francesca, vada in casa, non prenda freddo. Io finisco qui e poi un tè lo prendo volentieri. Cè una torta in macchina, e qualche leccornia per la vostra grande famiglia”





