Pensavo che mio marito pagasse il mantenimento alle sue tre figlie nate dal suo primo matrimonio. Ma la realtà era diversa. Decisi di andare a incontrarle di persona.
Per mesi ero convinto che mio marito stesse facendo il suo dovere nei confronti delle sue figlie. Ogni volta che domandavo di loro, mi rassicurava: mi diceva che era tutto a posto, che inviava regolarmente i soldi dovuti. Eppure, qualcosa dentro di me non mi lasciava in pace. Dovevo toccare con mano.
Quel martedì mattina, mentre lui era a lavoro, presi un vecchio indirizzo trovato tra le sue carte del divorzio e guidai fino allaltra parte di Milano. Il quartiere era povero, niente a che vedere con dove vivevamo noi. Ancora prima di scendere dallauto, sentii che qualcosa non quadrava.
Quando bussai, mi aprì una donna stancala sua ex moglie, madre delle sue tre figlie.
Sì? domandò con diffidenza.
Buongiorno. Sono la sua attuale moglie. Dobbiamo parlare.
Il suo volto si irrigidì per un attimo, poi sospirò e mi fece entrare. La casa era pulita ma essenziale. Pochissimi mobili, niente che ricordasse il comfort. Si percepiva subito che lì si tirava avanti con poco.
Allora, che vuoi? mi chiese con le braccia conserte.
Voglio sapere la verità. Lui mi dice che ogni mese vi manda i soldi ma voglio sentirlo da te.
Lei scoppiò a ridere, amaro.
Soldi? Non li vediamo da più di un anno. Viviamo solo col mio stipendio da donna delle pulizie e un po daiuto di mia madre. Il padre delle mie figlie non esiste più da tempo.
Mi mancò il fiato. Proprio in quel momento, nella stanza entrò una bambina di sette anni, più o meno. Mi si strinse il cuore quando la vidi: il viso stanco, i capelli arruffati, una maglietta lisa con le maniche bucate.
Mamma, ho fame sussurrò.
Mi vennero le lacrime agli occhi. Io abitavo in una villa piena di ogni conforto, mentre queste bambine contavano gli euro per mangiare il pane.
Dove sono le altre due? chiesi a bassa voce.
A scuola. Tornano tra unora circa.
Bene, dissi deciso. Vai a prenderle. Ora tutte andremo a fare la spesa.
Cosa? No non posso accettare
Non ti sto chiedendo il permesso, la interruppi con calma ma fermezza. Non è carità. È solo ciò che avrebbero già dovuto avere.
Andammo al centro commerciale più vicino. Regali alle tre ragazze: vestiti nuovi, scarpe, giacche, materiale per la scuola. Vederle indossare quei vestiti, vederle sorridere così, mi spezzava e risanava il cuore nello stesso momento. Presi alla madre anche delle cose essenzialiabiti, prodotti per capelli, quei piccoli oggetti che aiutano a sentirsi dignitosi.
Non so cosa dire mi confessò tra le lacrime. Grazie.
Non ringraziarmi. È solo linizio.
Tornato a casa la sera, lui era in salotto davanti alla televisione. Sereno, come se non avesse tre figlie che vivevano nella privazione.
Dove sei stato? chiese senza distogliere gli occhi dallo schermo.
Sono andato dalle tue figlie. Quelle che dici di aiutare.
Sbiancò, alzandosi bruscamente dal divano.
Posso spiegare
Non voglio spiegazioni, lo gelai. Sentivo la rabbia fredda salire. Voglio che prendi le tue cose e te ne vai. Subito.
Che cosa? Questa è casa mia!
No. Questa è casa MIA. Tutto è a mio nome. Pagata coi miei soldi, col mio patrimonio di famiglia. Te ne vai. Ora.
Ti prego, parliamone
Ho detto di raccogliere le tue cose. Altrimenti lo faccio io.
Salii in camera, presi le sue valigie e iniziai a riempirle con i suoi vestiti. Lui mi seguiva pregando, ma io ero ormai deciso. Quando finii, misi tutto sul vialetto davanti casa.
Domani chiamerò un avvocato, dissi dalla porta. Mi assicurerò che tu rispetti i tuoi doveri di padre, anche se devo anticipare ogni euro che devi a quelle bambine.
Lui restava lì, piccolo e perso tra i suoi averi sparpagliati.
Chiusi la porta e mi appoggiai, tremante. È stata la decisione più difficile e insieme la più semplice della mia vita.
Ho fatto bene a cacciarlo allistante, o avrei dovuto lasciargli una possibilità di spiegarsi?




