Ascolta te stesso

Loredana, avevamo convenuto. Il nonno ti sta aspettando.

Eleonora rimaneva sulla soglia della stanza della figlia, stringendo una borsa di dolci per il suocero. I barattoli di marmellata tintinnarono sommessamente quando varcò la soglia.

Loredana staccò lo sguardo dal portatile e si strofinò la punta del naso. Gli occhi le lacrimavano per le ore passate a rivedere i riassunti, le tempie erano oppresse dalla stanchezza.

Mamma, non ce la faccio. Gli esami sono alle porte. Ho bisogno di almeno un giorno solo per sdraiarmi.

Sdraiarti, ha detto, sbuffò Eleonora. Il nonno ha la pressione che sale e sta solo in quel paesino di montagna, e tu vuoi solo riposare. Che egoista, Loredana!

Nel corridoio risuonarono passi pesanti. Marco apparve alle spalle di sua moglie, ormai avvolto nella sua giacca da viaggio.

Che succede ancora? scrutò la stanza ingombra di libri e fogli stampati. Ecco, tua figlia rifiuta di andare dal nonno. È stanca, capisci?

Marco aggrottò le sopracciglia. Raramente interveniva nei contrasti tra Eleonora e la figlia, ma quel giorno il suo volto imperturbabile tremò un attimo.

Loredana, è un abuso. Il nonno non si rimpolpa. È già un mese che non lo vediamo.

Loredana si appoggiò allo schienale della sedia. Un fuoco interno ribolliva, ma cercò di trattenersi.

Papà, capisco. Ma davvero non posso stare in piedi. Posso venire il prossimo fine settimana, da sola, per lintera giornata. Mi siederò con lui, parleremo con calma.

Sempre a difenderti! alzò Eleonora la voce. Il prossimo fine settimana, il prossimo mese, lanno prossimo! E il nonno rimane lì solo! Settantadue anni e la nipote non riesce a staccarsi dal computer!

Mamma, basta.

No, non basta! Pensi a qualcuno oltre a te? Noi due lavoriamo come matti, e tu non riesci nemmeno a fare un giorno per il nonno!

Loredana serrò le labbra. Dentro qualcosa si opponeva, una resistenza ostinata e inspiegabile a partire, una stanchezza più profonda, una sensazione di dovere di restare a casa.

Non vado, disse con decisione. Scusate.

Marco scosse la testa.

Allora resta qui a riposare. Ma non ti meravigliare se il nonno smetterà di chiamarti la sua cara nipote.

Marco, non inizi a parlare, afferrò Eleonora la manica del marito. Partiamo, è inutile parlare con lei.

Uscirono sbattendo la porta dingresso. Loredana rimase immobile a lungo, ascoltando il suono dei loro passi che svanivano nella scala, il rombo del motore in giardino. Poi sospirò e si avvicinò al portatile.

Il silenzio avvolse lappartamento come un morbido bozzolo. Loredana aprì le finestre di tutta sopra: laria di maggio, tiepida e fresca, si insinuò nella stanza insieme al lontano brusio della città. Prese una tazza di tè, si sedette al computer e finalmente si rilassò.

Lorologio segnava le tre quando Loredana si svegliò. Si stiracchiò, facendo scricchiolare le vertebre, e stava per andare in cucina a prendere un biscotto quando un odore strano le pervase le narici.

Allinizio lo ignorò. Forse i vicini stavano cucinando, laria portava il profumo di grigliate. Ma lodore divenne più denso, più pungente. Non era una grigliata. Non era cottura. Qualcosa bruciava.

Loredana si diresse verso il balcone. A ogni passo laroma si intensificava: amaro, acido, con un retrogusto chimico di sintetico. Aprì la porta del balcone e si bloccò.

Il divano era in fiamme, riempiendo la stanza di fumo nero.

No, no, no!

Loredana corse verso il divano. Sul cuscino cera un mozzicone di sigaretta, ancora acceso, con la punta arancione che fumava. Era entrato dal balcone, lanciato da qualcuno sopra, spinto dal vento dritto dentro lappartamento.

Saltò in cucina.

Le mani tremavano mentre tirava fuori una pentola dallarmadio. Lacqua del rubinetto scorreva incredibilmente lenta, quasi insopportabile. Non aspettò che si riempisse, afferrò il contenitore pesante e corse indietro.

La prima pentola versò acqua sul punto rosso, ma la spugna di schiuma dentro continuava a bruciare. Corse di nuovo in cucina. Una seconda pentola. Una terza. Lacqua schizzava sul divano, inondava il pavimento, scivolava lungo le soglie.

Solo dopo la quarta pentola il fumo cominciò a diradarsi. Loredana rimase al centro del caos, ansimante, bagnata fino ai gomiti. Il divano era ora un ammasso di tessuto bruciato e schiuma imbevuta. Lappartamento puzzava di plastica bruciata.

Si sedette sul pavimento bagnato, stringendo le ginocchia al petto. Ladrenalina svanì, una tremenda paura le attraversò la schiena quando comprese cosa era potuta succedere. Se fosse partita con i genitori. Se lappartamento fosse rimasto vuoto. Se non avesse avvertito lodore in tempo.

La casa sarebbe andata in fiamme. La loro casa, con tutti i documenti, i ricordi.

Loredana afferrò il cellulare e chiamò la madre.

Mamma, la voce le balzò al primo suono.

Loredana? Cosa è successo?

Mamma, cè stato un incendio. O meglio, è iniziato. Lho spento, ma il divano è sparito.

Al di là del filo regnava il silenzio, poi Eleonora parlò:

Sei salva? Loredana, sei viva?

Sì, sì, sto bene. Il mozzicone è arrivato dal balcone, non lavevo notato subito, ma ho spento tutto con lacqua. Non ho chiamato i pompieri, ho risolto da sola.

Stiamo venendo interruppe Marco da un lato, la voce rotta dalla corsa. Stai a casa, non andare da nessuna parte. Siamo già in strada.

La linea si interruppe.

Loredana rimase seduta sul pavimento, a guardare ciò che, unora prima, era il loro divano. Vecchio, consumato, con la tappezzeria logora ma loro. Lo aveva comprato la madre quando Loredana aveva dodici anni. Su di esso avevano guardato film sotto una coperta, Loredana aveva pianto per il suo primo amore infranto, il padre aveva sonnecchiato dopo il lavoro.

Ora non era che un mucchio fumante.

Un’ora dopo le chiavi scattarono nella serratura. La porta si spalancò e Eleonora irruppe nellatrio, scompigliata, gli occhi rossi.

Loredana!

Corse per il corridoio, entrò nella sala e si fermò come ipnotizzata. Il suo sguardo cadde sul divano bruciato, sulle pozzanghere dacqua sul pavimento, sulle macchie nere di fuliggine sul muro. Poi si lanciò verso la figlia, seduta sul bracciolo della poltrona.

Dio mio

Eleonora si avvicinò a Loredana e la strinse. Forte, quasi a farle male, infilando il corpo nella sua. Da lei si sentiva profumo di profumo e sudore, e qualcosa di più paura.

Perdona, sussurrò Eleonora tra i capelli di Loredana. Perdona tutto quello che ho urlato stamattina. Egoista, irresponsabile Dio, che stupida sono stata.

Loredana la abbracciò in silenzio. Le parole rimanevano intrappolate dentro, incapaci di uscire.

Marco entrò dietro. Girò lentamente per la stanza, valutando i danni. Sfiorò il muro annerito, si sedette accanto al divano, pizzicò la schiuma fusa con il dito.

Hai spento bene, disse infine. Con lacqua, subito tanto.

Non lho pensata, ho agito distinto.

Hai fatto bene. Limportante è che non ti sei persa.

Si alzò e posò una mano pesante sulla spalla di Loredana.

Brava, Loredana. Davvero. Hai salvato la nostra casa.

Eleonora si pulì le lacrime con il dorso della mano. Il trucco scivolava sulle guance, ma lei non se ne accorgeva.

Capisci cosa sarebbe successo se te ne fossi andata? chiese con voce tremante. Lappartamento sarebbe stato vuoto, le finestre aperte. Il fuoco avrebbe distrutto tutto

Mamma, lo capisco.

Ascolta. Saremmo tornati e avremmo trovato solo cenere. O peggio, lintero palazzo sarebbe stato avvolto dalle fiamme. I Bianchi al piano di sotto hanno due bambini, immagina

Marco strinse la spalla di Eleonora.

Len, basta. Non è successo, non è successo. Non serve rimuginare.

Eleonora non riusciva a fermarsi. Le lacrime scivolavano, non voleva più trattenerle.

Stamattina ti ho urlato contro, ti ho chiamata egoista. E tu ci hai salvate tutti.

Mamma, che cosa Loredana accarezzò goffamente la mano della madre. Non sapevo che sarebbe finita così. Sono solo stanca e volevo restare.

Proprio per questo! Eleonora afferrò le spalle della figlia, guardandola negli occhi. Non lo sapevi, ma qualcosa dentro di te lo sentiva. Intuizione, premonizione, come vuoi chiamarla. Ma ti ha trattenuta qui e ci ha salvati.

Marco sbuffò, ma senza il suo solito scetticismo.

La madre si perde in misteri, però ha ragione. Hai insistito e, per fortuna, sei rimasta.

Passarono il resto della giornata in uno strano torpore. Marco portò i resti del divano al cassonetto, Loredana lavò il pavimento, Eleonora spolverò le pareti di fuliggine. Lavoravano in silenzio, scambiandosi solo brevi frasi.

Di sera lappartamento sembrava quasi normale. Solo un rettangolo vuoto sul pavimento ricordava il divano scomparso.

Cenarono in cucina, avvicinando gli sgabelli al piccolo tavolo. Eleonora preparò spaghetti al sugo di pomodoro e salsicce, veloce, senza pensieri.

Sai, Loredana, disse mescolando il tè, ti devo una cosa importante.

Loredana alzò lo sguardo dal piatto.

Ascolta la tua intuizione. Sempre. Anche se sembra stupido, anche se tutti dicono che ti sbagli. Se qualcosa dentro ti parla, non contraddirlo.

Marco annuì, finendo la salsiccia.

È vero. Ho vissuto tutta la vita con la logica, il calcolo. A volte qualcosa scatta nella testa e sai esattamente cosa fare.

Oggi quel qualcosa ha salvato la casa, aggiunse Eleonora.

Loredana abbassò lo sguardo nella sua forchetta, nascondendo un sorriso imbarazzato. Non era abituata a sentire quelle parole dalla madre. Di solito tra loro scintillavano parole affilate, tensioni taglienti. Ora

Qualcosa era cambiato. Qualcosa di importante. Forse la paura sopravvissuta, forse la consapevolezza di quanto fossero vicini alla catastrofe. Ma tra loro, i tre, era nato un legame nuovo, fragile ma reale.

Il prossimo fine settimana andremo dal nonno, affermò Loredana. Tutti insieme. Gli racconteremo beh, non tutto. Il suo cuore non potrebbe reggere.

Giusto, Eleonora sorrise debolmente. Diremo che il divano è andato, che ne compreremo uno nuovo.

Io porterò un secchio dacqua sul balcone, aggiunse Marco.

Risero, nervosamente, scaricando la tensione della giornata.

Fu fuori buio. La città si accendeva di luci e, in lontananza, una sirena ululava forse unambulanza, forse un vigile del fuoco. Loredana ascoltò quel suono e sentì un brivido.

Oggi aveva imparato qualcosa di importante. Non solo sullintuizione, ma su sé stessa. Sulla capacità di agire quando serve, senza cedere al panico, facendo ciò che è necessario.

E anche sui genitori. Dietro le loro urla e rimproveri nascondeva la paura. Paura di perderla. Paura che le accadesse qualcosa. Espressa in modo goffo, attraverso pretese e note, ma era comunque la paura di chi ama.

Eleonora finì di lavare i piatti, Marco si rifugiò nella stanza a cercare su internet nuovi divani. Loredana rimase al tavolo, riscaldando le mani sulla tazza di tè.

Una serata domenicale normale. Solo che non era affatto normale.

Mamma, chiamò.

Sì?

Grazie. Per aver corso, per non aver urlato, per così.

Eleonora si voltò dal lavandino, guardò la figlia con uno sguardo lungo e strano, poi sorrise, stanca ma calorosa.

Grazie a te, Loredana. Per tutto

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