Amore senza condizioni

LAmore senza condizioni

Luisa passeggiava tra i riflessi dorati del salotto, quando un dettaglio catturò il suo sguardo: una calza nera che sbucava malignamente da sotto il divano. Non riuscì a trattenere una risata soffocata, lasciandosi andare a una battuta scherzosa:

Ah, ma tuo marito, alla fine, non è poi così perfetto come sembra!

Si piegò dun balzo, afferrò la calza con finta aria trionfante e, agitando il trofeo nellaria, aggiunse ridendo:

Se uno lo guarda per strada non direbbe mai! Sempre in ordine, elegante come i modelli sulle riviste di moda!

In quel momento Angelica sbucò dalla cucina, mentre si asciugava le mani sul canovaccio dal profumo intenso di bucato. Alludire le parole dellamica, inarcò le sopracciglia, sorpresa:

Che ti viene in mente?

Luisa rispose solo additando la calza, col taunt innocente di chi ha appena vinto una piccola disputa.

Angelica arrossì appena, correndo subito in difesa:

Eh, quello lì non è certo lavoro di Mauro È Mimmo che combina guai. Ha la fissa per rubare piccoli capi dalla cesta dei panni in bagno. Un vero bandito in miniatura!

Gli occhi di Luisa si accesero: tutti sapevano della sua passione per i gatti.

Mimmo? Il vostro cucciolo, vero? esclamò entusiasta. Non lho mai visto dal vivo, solo nelle foto! È un amore, giuro, mi sciolgo solo a guardarlo!

Nel suo pensiero passarono dieci minuti da quando era entrata in casa e non aveva ancora accarezzato il batuffolo bianco e grigio.

Angelica sorrise, intuendo la fame di coccole felina dellamica:

Dai unocchiata sulla poltrona, vicino al termosifone. Lì è il suo regno. Attenta però, che ha delle unghiette niente male e digerisce male le attenzioni dei nuovi arrivati. Qualsiasi cosa, il pronto soccorso è in bagno; nel mentre metto su il caffè.

Luisa si avvicinò quasi in punta di piedi: sulla poltrona, avvolto in un plaid lavorato a mano dalla nonna, Mimmo dormiva placido, acciambellato come una nuvola bianca striata di cenere. Un orecchio si muoveva appena, la coda ondeggiava lieve.

Che tesoro che sei! sussurrò Luisa, allungando la mano con unattenzione degna di un gioielliere.

Mimmo aprì un occhio, la osservò rapido e si lasciò di nuovo andare al sonno. Ma un attimo dopo scattò, lasciandole una sottile graffio sul polso.

Ahi! Consideriamolo un battesimo sorrise Luisa, senza perdere il buon umore.

Nonostante tutto tentò ancora, delicatezza da professionista, di carezzargli lorecchio: Mimmo si irrigidì un istante, poi partì con le fusa, tornando a sognare paesi di tonno e palline colorate.

Quando Angelica rientrò, con due tazze fumanti e una ciotola ricolma di gianduiotti, trovò lamica completamente rapita: Luisa sorrideva, accarezzando la pancia di Mimmo, che si contorceva felice, le fusa simili al motore di una Cinquecento. Sulla pelle della ragazza affiorava il simbolo del nuovo incontro un sottile segno rosso, senza ombra di risentimento.

Guarda che caratterino, è una meraviglia! trillò Luisa, solleticando Mimmo che prontamente si rigirò, invitandola a continuare. Un giorno ne voglio uno anchio! Magari la mia Neve non si annoierebbe più tanto.

Posso darti lindirizzo del gattile, scherzò Angelica, porgendole una tazza. Lì trovi quanti ne vuoi di questi temprati alla strada.

Il viso di Luisa, però, si rabbuiò un istante; fermò la mano sulla schiena morbida del gattino. Mimmo, un po inviperito dallinterruzione, miagolò sdegnato. Luisa rise e tornò subito alla missione carezza.

Sto per sposarmi…, confidò, un velo di malinconia nella voce, Ho paura che Mauro non gradirebbe nuovi arrivi. Già sopporta a fatica Neve.

Non ama gli animali? Angelica si strinse la tazza tra le mani, assaporando laroma intenso dellespresso.

Troppi peli, lettiera che sporca, giochi dappertutto… Non che sia cattivo, ci mancherebbe! Solo che è fissato con lordine. Veramente, non tollera neppure una briciola fuori posto.

Angelica impallidì lievemente, le dita sul polso destro come a scacciare una memoria dolorosa. Unombra le velò lo sguardo, proiettandola indietro nel tempo.

Angelica? domandò Luisa, sincera preoccupazione nella voce. Lasciò delicatamente Mimmo sulla poltrona e si voltò, tutta tesa verso lamica. Dimmi, che cè?

Mai laveva vista così. Angelica era la luce, la persona che sapeva far sorridere chiunque. Ora invece il suo volto era spento, la tristezza le attraversava gli occhi come una nuvola in una sera di marzo.

Tutto bene… davvero, rispose lei, forzando un mezzo sorriso. Il suo tono tremava. In quellattimo il passato le riaffiorò come un odore acre di ricordi: aveva vissuto quellossessione per la perfezione sulla propria pelle.

Fece un respiro profondo. Poi, più decisa, proseguì:

Anche a me è capitato. Ti do solo un consiglio: prima di sposarti, vivici insieme. Un anno almeno, sotto lo stesso tetto. Scopri cosa vuol dire camminare in punta di piedi, adattarsi alle regole di un altro, temere di sbagliare anche solo un dettaglio.

Me ne vuoi parlare? chiese Luisa, ma subito si morse la lingua. Solo se vuoi. Non voglio scavare nel passato…

Voglio raccontartelo. È meglio imparare dagli sbagli degli altri, no?

*************************

Angelica aveva solo diciannove anni quando incontrò Riccardo. Era di nove anni più grande, sicuro di sé, affascinante, curato. La conquistò con gesti gentili: mazzi di fiori senza motivo, biscotti al limone il sabato mattina, lattenzione ai dettagli ricordava che preferiva il tè verde con la menta, ascoltava i suoi racconti sulluniversità fino a notte fonda. La faceva sentire speciale, al centro del mondo. Non ci volle molto a farsi travolgere: dopo soli tre mesi, accettò la sua proposta di matrimonio.

Nessuno la trattenne. Il papà aveva rifatto la sua vita a Milano, telefonava solo nelle grandi occasioni. La madre viveva quasi per conto suo, convinta di aver già dato tutto: Angelica aveva avuto casa, istruzione, ora la ragazza poteva cavarsela.

Allinizio Riccardo sembrava davvero luomo perfetto. Ma la realtà si infilò nella trama lucida: più il tempo passava, più lossessione per lordine emergeva come una macchia dolio sullacqua. Ogni discussione aveva la stessa radice: lei, stremata dagli esami, lasciava una tazza nella lavastoviglie, non toglieva la polvere. Un disastro.

Una notte, mentre Angelica stava per andare a letto, Riccardo la bloccò.

Qui ci devessere ordine disse, indicando il pavimento allingresso. Vedi la polvere? Pulisci subito.

Lei sospirò, esausta:

È quasi luna e mezza… Devo alzarmi allalba per lesame di analisi. Lo faccio domani?

Se non perdevi tempo al cellulare, finivi prima. Fallo ora.

Obbedì, strofinando il pavimento con le mani stanche, le palpebre pesanti.

La situazione peggiorò col passare dei giorni. Bastava una maglia fuori posto, una coperta non stirata perfettamente, una camicia lasciata nellordine sbagliato: Riccardo esplodeva. Un pomeriggio controllò il bucato stirato e improvvisamente urlò.

Ma cosa hai combinato? scagliò il lenzuolo a terra. Pieno di pieghe! Non vedi? Rifai tutto da capo, tutta la biancheria!

Aprì larmadio, buttò tutto sul pavimento. Angelica, in piedi tra la montagna di tessuti, si sentiva sparire. Raccolse il primo lenzuolo, chiedendosi per la prima volta chi davvero stava amando.

Un giorno, sommersa da esercitazioni e progetti, dimenticò di stirare una camicia. Nel guardaroba cerano almeno altre cinque, ben piegate, ma Riccardo perse la testa.

Ma sei diventata pigra? gridò, battendo la tazza sul tavolo. Dovrei andare in ufficio vestito così?

Lei cercò di spiegare, ma non ne ebbe il tempo: lui la afferrò per il polso, stringendo tanto da farle male. La scrollò, forte. Un livido emerse sulle pelle delicata, costringendola nei giorni successivi a nascondersi sotto maglioni a collo alto, inventando scuse.

Mai uno schiaffo in faccia no, quello non lo fece mai, forse per paura che si notasse. Ma il polso diventava ogni settimana un campo di battaglia, i capelli strappati a piene mani nei rari momenti di rabbia. Lei piangeva in silenzio, credendo di essere la sola colpevole.

Qui è uno sporco! urlò una sera, indicando un alone invisibile vicino alla porta. Sei una donna o no? Non vedi che schifo?

Angelica non capiva più. Tutti la lodavano per la pulizia. Perché niente gli andava bene? Guardava la macchiolina e sentiva montare lingiustizia come uno schiaffo.

Diventò ossessiva: ogni mattina ispezionava la casa, la cucina, i pavimenti, la dispensa, tutto doveva essere perfetto. Dormiva a scatti, si svegliava continuamente, ogni volta con la paura di aver dimenticato qualcosa, passava le notti tra lavandino e credenza, tornando a letto senza prendere sonno.

Lo stress la divorò. Smise di uscire, evitava gli amici, a lezione si sedeva in fondo, spaesata, terrorizzata da uno sguardo troppo attento. Un giorno, svenne, consumata dalla stanchezza proprio sotto gli occhi della professoressa.

Si risvegliò nella stanza luminosa di un ospedale di Torino. Linfermiera le misurava la pressione, il medico chiedeva spiegazioni. Se ne stette lì, col lenzuolo bianco addosso, e per la prima volta rifletté: a cosa serviva tutto questo? Per salvare un amore? Ma i sentimenti se nerano andati, restava solo la voglia di scappare lontano, di cominciare da zero, in un posto senza paura, senza urla e lividi.

La risposta arrivò con una visita. Riccardo si presentò in corsia, nemmeno un fiore in mano. Appena la vide cominciò subito a criticare:

Guarda in che condizioni sei! I capelli sporchi, il pigiama stropicciato, anche qui hai una macchia. Sempre lo stesso disordine!

Angelica rimase pietrificata. Aveva ancora debolezza nelle gambe, eppure…

Davvero, Riccardo? Mi rimproveri persino qui? Sono in ospedale…

Ma lui spalancò la bocca, pronto a rimproverare ancora. Fu allora che intervenne linserviente: unanziana donna col grembiule azzurro, capelli raccolti e occhi fieri.

Fuori! ordinò, brandendo lo spazzolone come uno scettro. Fuori di qui, altrimenti ti ci stendo con questa, che magari la testa ti si sistema!

Angelica si lasciò andare a un sorriso nervoso ma vero. Riccardo, offeso, andò via sbattendo la porta:

A casa parliamo!

La donna si sedette accanto a lei e, sistemando la coperta, sussurrò:

Tesoro, ma cosa tolleri a fare tutto questo? Gli uomini in Italia non mancano certo! Sei bella, intelligente, dolce. Troverai chi ti merita davvero.

Le parole le accarezzarono i pensieri: una nuova apertura nella mente, una porta che dava su una via duscita. Aveva una casa ereditata dalla nonna a Torino. Pochi risparmi, ma poteva dare ripetizioni di matematica o dare una mano con le tesine. In cambio, avrebbe avuto pace: niente più urla, niente più lividi, solo serenità.

Fece un respiro profondo, osservando il tramonto dietro i vetri i tigli mossi dal vento, il sole che illuminava la città. Per la prima volta, sentiva davvero di poter scegliere.

Grazie, bisbigliò ad alta voce. Proverò. Davvero.

Linserviente le fece una carezza sulla spalla, stringendole la mano. Un gesto di chi ha visto molte vite e sa misurare la forza nascosta negli altri.

Brava ragazza, disse. Ricordati: devi volerti bene, davvero. Nessuno ha il diritto di farti sentire meno di ciò che sei.

Angelica rise sommessamente e annuì, con un leggero sorriso sulle labbra. Per la prima volta dopo mesi la paura si attenuava, lasciando posto a un filo di speranza.

Quella sera, avvolta nelle lenzuola e guardando le luci arancioni della sera, prese la sua decisione. Il cielo si colorava di rosa e lilla; era come se le dicesse: Andrà tutto bene.

*************************

Il divorzio fu rapido. Riccardo neanche si presentò, mandò il suo avvocato un tipo freddo, tutto giacca e cravatta, che la evitava col suo tono impersonale. Quando il giudice lesse la sentenza, Angelica non provò nulla solo un sollievo profondo, che sembrava sciogliere tutto il dolore accumulato.

Fuori dal tribunale, respirò a pieni polmoni laria di primavera, con lodore della linfa nuova, sentì i primi veri raggi di felicità. Il sole le illuminava il volto, bambini giocavano nel parco. Angelica si ripeté, tra sé: Ora sono libera.

I mesi successivi non furono facili, ma portavano con sé una nuova luce. Si trasferì nellappartamento della nonna, piccolo ma pieno di pace, affacciato su una via alberata poco distante dal centro di Torino. Le venne in dono il silenzio: la calma di un mattino con il caffè sul balcone, laroma dei gelsomini attraverso la finestra, la sicurezza di poter finalmente pensare.

Trovò lavoro in una libreria del quartiere. Non era tanto per i soldi anche se aiutavano quanto per sentirsi viva, utile, parte del mondo. Tra scaffali e pagine dinchiostro, Angelica imparò di nuovo a sorridere: ordinava i volumi, consigliava i lettori, ogni tanto si fermava a sfogliare un libro della sua infanzia.

Un giorno, impegnata a sistemare delle novità, scontrò quasi la fronte con uno sconosciuto. Stava prendendo un grosso volume darte. I due si guardarono e risero.

Oh, scusi! esclamò lei, tenendo in equilibrio una torre di tomi.

Colpa mia sorrise lui, gentile. Cercavo qualcosa sulla storia dellarte… Mi dà una mano?

Angelica si rasserenò, guidandolo verso lo scaffale delle monografie. Abbiamo appena ricevuto una bellissima edizione illustrata…

Si chiamava Simone. Capelli castani, carnagione chiara, occhi limpidi, una di quelle fossette che si aprono solo con i sorrisi veri. Chiedeva, ascoltava, le lasciava spazio. Tornò la settimana successiva, e quella dopo ancora: sempre per i libri, finché non le propose un caffè dopo il turno.

Angelica esitava a fidarsi. La ferita era fresca: ogni gesto improvviso bastava a farle trattenere il respiro, ogni porta sbattuta le faceva tremare i polsi. Ma Simone aveva pazienza. Non pretendeva nulla, le dava il tempo che serviva. Se lei si chiudeva in sé, lui prendeva tutto con una battuta. La faceva ridere davvero, senza più vergogna.

Una sera, seduti in una piccola caffetteria che odorava di cornetti caldi, una porta sbatté forte nella stanza accanto. Angelica trasalì, la tazzina per poco non le sfuggì di mano.

Simone se ne accorse subito; posò un attimo il bicchiere, le prese la mano.

Tutto bene? domandò, avvicinandosi.

Angelica lo guardò. Stavolta non volle più mentire. Gli raccontò tutto: la casa-vetrina, le ansie, il terrore di sbagliare a respirare. Lui ascoltò senza interrompere, senza giudicare, solo stringendo più forte la sua mano.

Non ti farò mai del male, le giurò. Se preferisci, prendo un aiuto in casa. Devi sapere che vali per quello che sei, non cè nulla da dimostrare, per nessuno.

Quelle parole le penetrarono nel cuore come il primo sole dopo una lunga pioggia. Era la prima volta in cui sentiva che il rispetto, quello vero, esisteva davvero. Iniziò a lasciarsi andare, senza più vergognarsi di essere fragile, finalmente libera di essere solo Angelica.

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È così che è andata, concluse Angelica, la voce vibrante. Ma sulle labbra era tornato un sorriso sereno. Ho imparato che non bisogna mai sacrificarsi per inseguire la perfezione apparente della famiglia. La vera felicità arriva quando qualcuno ti accoglie così come sei, con tutte le tue imperfezioni.

Mimmo, come intuito, le saltò in grembo, accoccolandosi a fare le fusa. Tese una zampina, come per asciugarle una lacrima che non era nemmeno uscita. Angelica ridacchiò, carezzandolo tra le orecchie, lasciando che il suono delle fusa riempisse la stanza.

Luisa, in silenzio, le porse un fazzolettino, delicata come solo una vera amica sa essere. Nei suoi occhi si leggevano emozione, ammirazione e, sopra ogni altra cosa, stima.

Sei più forte di quanto credi, Geli… io non saprei come avrei fatto, con tutto quello che hai passato. Ma sono davvero felice sia andato tutto per il meglio. Davvero.

Sì, adesso va tutto bene, rispose Angelica, abbandonando lo sguardo alla notte dietro la finestra, trapuntata dalle prime stelle. Vorrei che anche tu trovassi quella serenità. Non avere fretta. Vivi con Mauro, scoprilo in ogni piega, in ogni sua reazione. Lamore non si misura solo con le parole dolci, ma col rispetto e lascolto. Quando puoi dire sto male e invece di una critica ricevi un abbraccio.

Luisa rimase a lungo in silenzio, le dita perse nel morbido mantello di Mimmo. Il gattino si abbandonava sempre più, le fusa diventavano la colonna sonora della loro amicizia. Nella stanza regnavano la pace del camino, i riflessi di luce calda, il battito costante dellorologio sulla mensola.

Grazie, mormorò Luisa, fissandola negli occhi. Seguirò il tuo consiglio, te lo prometto. Quello che hai vissuto mi ha aperto gli occhi.

Angelica sorseggiò lultimo caffè, sorrideva di gusto: il sapore, finalmente, era di casa. Aveva saputo scegliere se stessa, i propri limiti, la gioia delle piccole cose. Mimmo faceva le fusa vicino, Luisa era lì, sincera e presente, e fuori un universo di luci brillava silenzioso la vita che finalmente aveva imparato a chiamare propria.

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