Laboratorio Creativo al Posto dell’Ufficio

Ricordo ancora la stanza dove, un pomeriggio di marzo, mi sono ritrovata a trasformare lufficio in un laboratorio. Avevo tolto le cuffie e le avevo tenute un attimo in mano, sentendo il leggero calore salire dal supporto alle dita. Laria nella sala riunioni diventava opprimente; sullo schermo scorreva una tabella di colori vivaci mentre qualcuno dellufficio di Milano spiegava monotono che nel terzo trimestre avremmo dovuto stringere i conti, e lindicatore di crescita scendeva lentamente.

Sapevo che avrebbero voluto la mia opinione. Sapevo che avrei dovuto parlare di ottimizzazione dei processi e di redistribuzione del carico di lavoro. Le parole erano già disposte nella testa come un discorso provato, ma dentro di me cera un vuoto. Quei processi, quelle iniziative, quellinterazione orizzontale sembravano appartenere a unaltra realtà, distante da me.

Signora Bianchi, è con noi? la voce dallimmagine sullo schermo suonò più dura del necessario.

Saltai su e rimisi le cuffie.

Sì, sì, sento. Da parte mia cliccai automaticamente il mouse e aprii gli appunti. Vedo un potenziale nella redistribuzione dei compiti tra i team regionali, ma è fondamentale considerare il fattore umano per non perdere la motivazione.

Alcune teste nei piccoli riquadri del monitor annuirono. Qualcuno trascrisse la mia frase nei verbali, qualcun altro si distrasse già sulla posta. Fattore umano mi sembrò quasi unironia. Quando ero stata davvero una persona, non solo la titolare del reparto assistenza clienti?

Dopo la riunione tutti si disperdevano nelle proprie cabine. Il corridoio era pervaso dal profumo di caffè e di cornetti freschi dei distributori. Rimasi al finestrino. Sotto il grigio cielo di marzo, un flusso di auto scorreva lungo la via; gente affrettata correva verso la metropolitana stringendo le sciarpe al viso. Vidi il mio riflesso nel vetro: giacca impeccabile, capelli ordinati, trucco lieve. Quarantatré anni, buona posizione, stipendio dignitoso, mutuo, figlio adolescente. Tutto a posto.

Solo dentro sentivo di indossare non solo la giacca, ma la pelle di unaltra.

Il cellulare vibrò. Un messaggio da una compagna di scuola: Ti trovi ancora al lavoro? Non vieni mai fuori. Facciamo qualcosa questo weekend. Risposi a scatti: Domani non posso, progetto urgente e cancellai. Poi scrissi: Ci sentiamo sabato.

Tornai al mio desk. Accanto al laptop cera una piccola scatola di plastica con aghi. Una settimana prima, durante una chiamata notturna con lufficio di Parigi, avevo strappato la fodera della giacca. Ricordai che nello scomparto del tavolo cera un kit da cucire, comprato per ogni evenienza.

Mi sistemai nella stanza semibuia, la luce del monitor tagliava gli occhi, e rimosso la giacca cominciai a ricucire la fodera con punti grandi ma regolari. Le mani ricordarono come si tiene lago e si tira il filo senza aggrovigliarlo. Da bambina cucivo vestiti per le bambole con le vecchie gonne di mia madre. Alluniversità ristrutturavo i miei jeans e i cappotti per distinguermi tra le giacche uniformi.

Poi la carriera: prima in una banca, poi in questo grande gruppo. Corsi serali, report, progetti. La macchina da cucire, comprata anni fa per una premiazione, riposava impolverata in un angolo della camera da letto. Un giorno la userò mi dicevo. Il tempo non accettava.

Signora Bianchi, possiamo? apparve alla porta lassistente. Dallufficio di Milano chiedono con urgenza il report delle lamentele del trimestre, entro fine giornata.

Inviami il modello, risposi e tornai a fissare lo schermo.

Verso sera gli occhi bruciavano, il capo pulsava. Chiusi il laptop, lo infilai nella borsa, spensi la luce. Nellascensore, davanti allo specchio, vidi la stanchezza che il correttore non riusciva a nascondere.

A casa, in cucina, il figlio Lorenzo masticava spaghetti guardando il tablet. Sul fuoco sobbolliva un sugo in scatola appena scaldato, mentre staccavo la giacca.

Come va la scuola? gli chiesi.

Bene, rispose senza distogliere lo sguardo.

Misi il bollitore a scaldare, presi un po di formaggio dal frigo. La borsa con il laptop cadde pesante sulla sedia. Nella testa ancora giraffavano numeri, piani, presentazioni. A un certo punto mi sembrò che tutta la vita fosse una lunga fila di compiti in un planner aziendale.

Quella notte non trovai sonno. Nella penombra sentivo il lieve russare di Lorenzo nella stanza accanto, il ronzio sporadico delle auto fuori. Ripensai alle dita che stringevano lago e alla linea perfetta sul tessuto. Ricordai il sogno di aprire un piccolo laboratorio di riparazioni di abiti. Poi il matrimonio, la nascita di Lorenzo, il bisogno di stabilità. Il sogno fu messo da parte come una valigia vecchia in soffitta.

Al mattino, nella posta, mi aspettava una nuova sorpresa: una mail dal reparto risorse umane intitolata Riorganizzazione strutturale. Il corpo del messaggio conteneva frasi secche sulla ristrutturazione, sullampliamento delle aree e sullottimizzazione del livello manageriale. In allegato, un nuovo organigramma: il mio reparto veniva accorpato a un altro blocco, e sopra di noi compariva una nuova figura, direttore dellesperienza cliente. Il cognome accanto era sconosciuto.

Unora dopo, fui chiamata dallAmministratore Delegato. Il suo ufficio odorava di profumo costoso e caffè fresco. Sorrideva, ma con tensione.

Signora Bianchi, sai bene che i tempi sono difficili, iniziò. Dobbiamo essere più agili, rispondere più in fretta al mercato. Perciò abbiamo deciso di unire le divisioni. La tua esperienza è preziosa, ma fece una pausa. Ti proponiamo il ruolo di consulente del nuovo direttore. Formalmente è un downgrade, ma il salario rimane per sei mesi, poi rivedremo.

Annuii, sentendo un peso scendere dentro di me. Consulente: una posizione che può essere spostata di lato in qualsiasi momento.

Posso pensarci un giorno? chiesi.

Lui acconsentì, un po stupito.

Uscita dal suo ufficio, attraversai il corridoio tappezzato di poster motivazionali su leadership e successo. In un bagno, chiusi gli occhi contro le piastrelle fredde e mi dissi: Se non ora, quando?.

Quella sera, invece di tornare subito a casa, mi fermai un po più presto alla fermata. Volevo camminare, schiarirmi le idee. Passai accanto a farmacie, saloni di bellezza, piccoli negozi. In un seminterrato, una luce gialla tremolava. Su una vetrina cera scritto: Riparazioni e cucito dabbigliamento. Accanto, un cartellino con orari e numero di telefono.

Rallentai. Dentro, una stanza stretta piena di tavoli. Vicino a una finestra, una donna di circa cinquanta, con occhiali, maneggiava il tessuto alla macchina da cucire. Sui ganci pendevano cappotti, vestiti, pantaloni maschili. Sullo sgabello vicino alla porta, una pila di jeans.

Mentre osservavo, un uomo con una borsa mi spinse leggermente.

Entrate o no? sbuffò.

Feci un passo indietro, lasciandolo entrare. La porta si aprì, e arrivò il suono sordo della macchina da cucire, lodore di tessuto, ferro caldo e sapone. Un ricordo dinfanzia: mia madre stirava i panni in cucina.

Capii subito che mi trovavo davanti a una vita diversa, spaventosa ma familiare.

Tornata a casa, gironzolai per le stanze. Lorenzo era ancora con le cuffie. Sul desktop della posta cera una bozza di lettera al reparto risorse umane con oggetto Dimissioni. La aprii, guardai il foglio vuoto e lo richiusi.

Quella notte il pensiero dei numeri mutuo, bollette, cibo, la squadra di basket di Lorenzo mi tenne sveglia. La mia retribuzione copriva tutto con un margine. Il laboratorio in seminterrato significava un guadagno minimo, instabilità, nessuna assicurazione.

Il giorno dopo, in viaggio verso lufficio, mi fermai comunque al seminterrato. Il campanello suonò, la porta si aprì su un caldo interno. Su un tavolo cerano rocchetti di filati colorati, spilli, metro. La donna con gli occhiali alzò lo sguardo.

Buongiorno, dissi, con la gola secca. Vorrei chiedere: state cercando un aiuto?

Mi scrutò, valutando la giacca, la borsa curata, le scarpe con tacco basso.

Sa cucire? chiese subito.

Un po. Da bambina confezionavo vestiti per le bambole, più tardi ristrutturavo i miei jeans. Non ho più cucito da tempo, ma le mani ricordano.

Tutti dicono così, rise. Io sono Giovanna. Ho una sola collaboratrice, ma a volte è pesante stare in piedi tutto il giorno. Il lavoro cè, ma non è un ufficio, capisce? Polvere, fili, clienti di vario genere. E i soldi fece un gesto ampio. Non è una corporazione.

Il termine corporazione mi suonò alieno.

Lo so, risposi piano. Posso provare? Anche solo qualche giorno. Lavoro ancora, ma forse presto potrò liberarmi.

Giovanna mi osservò più attentamente.

Venga sabato. Vediamo come va.

Uscita, sentii le ginocchia tremare. Tenendo in mano il biglietto con il numero del laboratorio, la mente oscillava tra due voci. Una urlava: Sei impazzita, hai un figlio, un mutuo, un seminterrato, dei fili. Laltra, più dolce, ricordava la soddisfazione di far scorrere lago attraverso il tessuto.

Allufficio mi attendevano nuove email, nuove riunioni. A pranzo stampai il modulo di dimissioni e lo infilai nella cassetta della scrivania. Di sera non riuscii a firmarlo.

Il sabato era grigio. Lorenzo era uscito con gli amici, promettendo di tornare per cena. Rimasi davanti allarmadio a scegliere cosa indossare. Alla fine scelsi jeans e una maglietta semplice; la giacca rimase appesa, come un vestito che non era più mio.

Nel laboratorio regnava unattività frenetica. Una giovane donna con una borsa gonfia chiedeva di accorpare i jeans e di cambiare la cerniera.

Giovanna, vedendomi, fece cenno.

Entra, è la nostra stagista, disse alla cliente. Si accomodi.

Mi sedetti davanti a una macchina da cucire vecchia ma ben tenuta. Accanto cerano dei pantaloni da rifare. Giovanna mostrò come segnare la lunghezza con gli spilli.

Non si affretti, consigliò. I clienti pagano per la precisione.

I primi punti furono difficili; il pedale era insolito, il filo si aggrovigliava. La schiena iniziò a lamentarsi, ma dopo mezzora trovai il ritmo. Il tessuto frusciava sotto le dita, lago penetrava e usciva con una linea pulita.

A pranzo mi girò la testa per lo sforzo. Giovanna mi offrì un tè in una vecchia teiera, posandolo sul bordo del tavolo.

Come va? chiese.

Stanca, ammettei. Ma è bello vedere il risultato.

Questo è lessenziale, rispose. Non ti illudere, è un lavoro duro: spalle, occhi, gambe. Poco denaro, ma se ti piace, tieni duro.

Quella sera ricevetti qualche euro per la prova. Per lo stage, disse Giovanna, invitandomi a riflettere se quella vita fosse per me.

Sedetti al tavolo di casa e posai i soldi. Era circa un decimo di quanto guadagnassi in ufficio. Guardai quelle banconote e pensai a quanto prima spendevo per un caffè al volo o un taxi.

Il lunedì successivo entrai in ufficio con la decisione presa. Prima colazione, firmai le dimissioni e le consegnai al reparto risorse umane. La receptionist, con gli occhiali, mi guardò.

È sicura? chiese. Ha una buona posizione, esperienza

Sono sicura, risposi, sorpresa di sentire una calma nuova nella mia voce.

La notizia si diffuse rapidamente. I colleghi si avvicinarono, curiosi.

Dove va? chiese una collega. A una piccola bottega di riparazioni

Sorrise, pensando fosse uno scherzo, poi capì e rimase perplessa.

Ma perché? Qui i soldi balbettonò.

Lo so, replicai.

La sera raccontai a Lorenzo.

Ti dimetti? tolse le cuffie. E il mutuo?

Non smetterò di lavorare, spiegai. Solo in un posto diverso. Guadagnerò meno, dovremo risparmiare, ma tornerò a casa prima. Potrò cucinare, uscire con te.

Io già esco con gli amici, mormorò. E se non funziona?

Rimasi un attimo in silenzio.

Allora cercherò altro, ma voglio provare, dissi. Il tempo mi dirà.

Lui scrollò le spalle, rimise le cuffie, ma aggiunse sottovoce:

Se urli meno la sera per il lavoro, è già un miglioramento.

Il periodo di preavviso fu lungo. Passai compiti, scrissi istruzioni, risposi a domande. I colleghi mi regalarono fiori, biglietti, auguri per il nuovo inizio. Alcuni osservavano con curiosità il cambio di rotta.

Lultimo giorno, uscendo dallufficio, guardai la facciata di vetro. Dentro rimanevano luci, condizionatori, riunioni infinite. Cera stabilità, assicurazione, bonus. E una stanchezza che era ormai parte di me.

Due giorni dopo, entrai davvero nella bottega. Giovanna mi diede un grembiule, indicò dove erano le forbici, i fili, i nastri.

Non temere i clienti, consigliò. Alcuni lamentano, altri ringraziano. Limportante è non prenderla a cuore.

Le prime settimane furono dure. Il mal di schiena e il collo pulsavano, le dita si graffiavano con gli spilli. Confusi i numeri dordine, sbagliavo a volte le misure; Giovanna doveva rifare.

È una donna intelligente, brontolava. Ha lavorato in azienda, ma qui le cose sono più semplici. Misura, non distrarti.

Un giorno una signora anziana in cappotto costoso entrò furiosa.

Che cosa avete fatto al mio completo? urlò, sbattendo una borsa sul tavolo. Volevo solo accorciare due centimetri le maniche, ma le avete tagliate di più. Ora le maniche sporgono.

Riconobbi lordine, la nota che avevo segnAlla fine, mentre la signora se ne allontanava ancora furiosa, compresi che la mia nuova esistenza fatta di fili, punti e piccole soddisfazioni era il vero tessuto della felicità.

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