Nel 1951, a Genova, un ragazzino italiano di quattordici anni di nome Lorenzo Bianchi si risvegliò in un letto dospedale, il petto attraversato da oltre cento punti di sutura. I medici erano stati costretti a rimuovergli un polmone. Per sopravvivere, aveva avuto bisogno di ben tredici trasfusioni di sangue, donate da sconosciuti persone i cui nomi non avrebbe mai conosciuto.
Suo padre, Guido, sedeva silenzioso accanto a lui e con voce tremante gli sussurrò parole destinate a segnare il cammino di Lorenzo:
«Se sei ancora vivo, è grazie a chi ha versato il proprio sangue per te.»
In quel preciso istante, simile a una scena di un film drammatico, Lorenzo fece una promessa: appena avrebbe compiuto diciotto anni, sarebbe diventato lui stesso donatore. Avrebbe restituito quello che gli aveva salvato la vita.
Ma cera un ostacolo.
Lorenzo aveva una paura folle degli aghi.
Eppure, il giorno in cui compì diciotto anni e poté finalmente donare sangue, entrò con mani tremanti nel centro trasfusionale di Piazza Dante. Si accomodò sulla poltrona, fissò ostinato il soffitto e permise allinfermiera di infilargli lago nel braccio. Non guardò mai. Nemmeno una volta. E questo per i successivi sessantaquattro anni.
Non sapeva che il suo sangue era speciale.
Dopo qualche donazione, i medici notarono qualcosa di incredibile: il plasma di Lorenzo conteneva un anticorpo rarissimo, probabilmente generato proprio grazie alle trasfusioni ricevute da bambino. Quellanticorpo poteva prevenire una condizione letale conosciuta come incompatibilità Rh tra madre e figlio.
Prima, migliaia di neonati italiani morivano ogni anno. Se una donna Rh- portava in grembo un bambino Rh+, il suo corpo poteva attaccare i globuli rossi del piccolo.
Aborti. Parti senza vita. Danni cerebrali.
La soluzione, però, scorreva nelle vene di Lorenzo.
I medici gli chiesero se fosse disposto a donare non solo sangue, ma anche plasma. Questo significava procedure più lunghe, novanta minuti invece di venti. Significava presentarsi ogni poche settimane. Per tutta la vita.
Lorenzo pensò alle sue paure.
Poi pensò ai bambini.
E disse: sì.
Per sessantaquattro anni, Lorenzo Bianchi non mancò nemmeno una donazione.
Donò plasma nei giorni felici e in quelli disperati. Lo fece mentre lavorava come macchinista delle Ferrovie dello Stato. Continuò dopo la pensione. Non arrestò le sue donazioni nemmeno quando perse sua moglie, Clara, nel 2005 periodo che definì il più buio della sua esistenza.
Per ogni singola delle sue 1173 donazioni, Lorenzo guardò il soffitto, chiacchierò con le infermiere, contò le piastrelle sulle pareti… fece qualsiasi cosa pur di non vedere lago.
La paura non è mai scomparsa.
Ma lui continuava a presentarsi.
Poi accadde qualcosa di straordinario: sua figlia, Marcella, ebbe bisogno della terapia ricavata dal suo plasma, quando rimase incinta. Suo nipote, Riccardo, oggi vive grazie al coraggio che Lorenzo ebbe decenni prima.
Nel maggio 2018, alletà di 81 anni, in conformità alle leggi italiane, Lorenzo donò plasma per lultima volta.
Nella sala, madri con neonati in braccio la prova vivente della sua silenziosa generosità gli sorridevano tra le lacrime, ringraziandolo.
Lorenzo si sedette unultima volta sulla poltrona. Distolse lo sguardo e fece la sua donazione numero 1173.
Dal 1967 sono state prodotte oltre tre milioni di dosi del farmaco Anti-D, grazie ai componenti del suo plasma. Gli scienziati stimano che il dono di Lorenzo abbia salvato circa 2,4 milioni di bambini soltanto in Italia.
Quando lo chiamavano eroe, abbassava le spalle e sorrideva:
«Io mi siedo in una stanza sicura e do il mio sangue. Poi offrono un caffè e qualche biscotto. Dopo torno a casa. Nessun problema.»
Lorenzo Bianchi si è spento serenamente nel sonno il 17 febbraio 2025. Aveva 88 anni.
Spesso cerchiamo i nostri eroi al cinema o sui libri di storia uomini dotati di superpoteri, denaro o fama.
A volte, invece, un eroe è semplicemente qualcuno che per 64 anni mantiene una promessa.
Qualcuno che prova una paura autentica, paralizzante eppure fa ciò che è giusto.
Milioni di persone oggi devono la vita a un uomo che decise che la propria paura era meno importante della vita degli altri.
E tu? Quale piccolo, coraggioso passo potresti compiere, anche se tutto ti spaventa?




