Agnese si era sposata così giovane, appena compiuti i diciottanni, che pareva ancora immersa in un sogno denso di veli bianchi e dolci promesse. Suo padre le aveva trovato il marito proprio nel giorno del suo compleanno, sistemando la faccenda durante una lenta cena con vino robusto e vecchie storie. La famiglia era benestante, che altro serve per sorridere alla sorte? Il matrimonio fu uno spettacolo di fuochi dartificio sulle vigne, i tavoli ricolmi di lasagne e brasati, ospiti di ogni borgo venuti a festeggiare il destino di Agnese. Eppure, tra le lanterne colorate, solo gli sposi sembravano spaesati, come pesci dacqua dolce in mare aperto.
Agnese, in verità, provava una timida simpatia per Pietro, il suo sposo, anche se lo conosceva appena. Stefania, sua sorella, non fu così fortunata: venne data a un uomo di quarantanni del paese accanto, uomo cupo che odorava di tabacco. Tutti pensavano che sarebbe rimasta zitella, invece suo padre la sistemò lo stesso e le promise una bella dote di lire.
Gli sposi trovarono casa nel vecchio appartamento di Pietro, piccolo e traboccante di fotografie sbiadite, ma almeno tutto era loro. Quando arriveranno i nipoti allargheremo, sentenziava il capofamiglia, con la voce che somigliava al tuono dopo la pioggia.
La suocera, Cesira, non era un falco; aiutava Agnese a entrare nei gesti di moglie, le insegnava i segreti del ragù e le faceva spazio tra i piatti della domenica. Ma la cognata, Severina, era pungente come rovi di more. Più grande, ancora nel nido dei genitori, aveva avuto anche lei un marito: dopo un anno lui l’aveva riportata indietro con la sua valigia di pizzi stropicciati. Serpe di casa, non si curava mai del bucato o di proseguire la stirpe così viveva, solitaria come un vecchio ulivo.
Secondo lantica usanza, la nuora diventava vera padrona solo dopo aver dato alla luce un figlio maschio. Prima di allora, doveva tacere e sedere al posto più scomodo della tavola. Allora ogni sposa, appena attraversata la nuova soglia, sognava con speranza il dono della maternità.
Anche Agnese scelse questo cammino. Ma finché non ebbe la pancia rotonda, Severina la costringeva ai lavori più duri e infiniti, anche se in casa cerano le donne di servizio. Le piaceva tormentare Agnese, inventare sempre nuovi compiti, mentre rideva tra sé e sé.
Quando Pietro seppe che sarebbe diventato padre, sembrava brillare come una statua dorata nella luce del tramonto. La famiglia si riempì di orgoglio, si abbracciavano intorno al tavolo fra bicchieri e pane appena sfornato. Lo stesso giorno andarono a comprare mattoni e sacchi di cemento per rendere la casa più grande. Invece Severina urlava dentro, quasi vomitando amarezza: avrebbe dovuto restare per sempre in quella stanza stretta, accudire i genitori senza che nessuno la volesse in sposa, senza muro nuovo col suo nome.
Trascorsero sei mesi, e Agnese si destò una mattina a causa di un bussare violento: era Severina.
Che ci fai a poltrire? Hai già finito tutto? In casa sì, il mio Pietro non vuole che lavori fuori. Macché! Sei solo svogliata. Ma cosa vuoi? Ehi, non ti montare la testa! Non hai mica partorito per comandare qui! Ma no, non ci avevo pensato Tu non sei nessuno, e nemmeno quel marmocchio che porti! Hai capito?
Severina sembrava impazzita. Iniziò a lanciare stoviglie e ad urlare, mentre il padre accorse e la trascinò via come si fa con una tempesta che entra allimprovviso dalla porta. Agnese accarezzò il ventre, ascoltando il battito doppio del suo cuore e di quello nuovo nascosto. Tutto andrà meglio, si disse. E nella luce sognante del mattino, sentì davvero che sì, tutto si sarebbe sistemato.




