Diario di Giuseppina Basile, 1943-1960, Borgo Collevento
1943
La mia vita a Collevento, sperduto tra valli e colline, scorre lenta e silenziosa, avvolta nelle nebbie del mattino e del vespro. Cè una specie di pace in questa lentezza, anche se spesso sa di solitudine. Mi chiamano tutti con rispetto, Giuseppina Basile: dicono che sono donna forte, che mantengo la parola, che lavoro senza lamentarmi. Ho sposato Giovanni Basile appena compiuti i diciotto anni, come si usa da noi. Nel 37 è venuta al mondo la nostra Margherita, e, lanno dopo, Simonetta.
Non è mai stata una vita dolce, la nostra. In casa spesso dominava il vino, e mio marito, davanti a una bottiglia, si smorzava nellanimo. Lidea di lasciarlo non lho mai avuta, non mi sarebbe mai stato perdonato né dai miei genitori né dai vicini: qui le cose si tengono insieme, anche quando scricchiolano. Un marito, anche imperfetto, è sempre un punto fermo in paese; ci sono donne che portano avanti casa e campi senza uomini, e nessuno le invidia. Io non mi sono mai lamentata, ho portato il peso in silenzio, come avevano fatto mia madre e la nonna prima di lei. Non una parola cattiva sul conto di Giovanni: ho tenuto in ordine orto, stalla e pavimenti come se dovessi lustrarli per le feste.
Lui, nonostante tutto, sembrava apprezzarmi. Non mi ha mai alzato una mano, con gli altri parlava sempre di me con rispetto.
Sei fortunata, Pina mi diceva la nostra vicina Orsola il tuo Giovanni ti tratta come una reliquia. Mai una parola fuori posto. Non come certi nostri mariti, che ruggiscono come orsi.
Io non ribattevo, ma neppure acconsentivo. Le scelte si fanno per sempre; questo mi hanno insegnato. Ho imparato a gioire delle carezze rare, a stringere i denti nelle notti odorose di vino, con le bambine che dormivano oltre la parete. La tristezza mi saliva gelida, ma non lho mai lasciata trasbordare.
Nel 41 è arrivata la guerra. Tutti i mariti partirono per il fronte fra pianti e urla. Ma io, anche se a dirlo mi vergogno, non sentii un dolore devastante. Avevo sempre vissuto da sola, madre, padre e contadina insieme. Di mio marito, ormai smorzato dal vino, non restava che un vuoto bruciato.
Quando nel 43 arrivò la notifica dal municipio, una carta secca come il ghiaccio, piansi tutta la notte nel cuscino per non svegliare le bambine. Il cuore non si spezzò solo si coprì di una lastra sottile dinverno. Quando spuntò il sole, la vita chiamava: accendere la stufa, dare il becchime alle galline, portare Margherita a scuola. Il dolore dovette aspettare.
Ma non sembravi nemmeno innamorata di lui, mi disse Orsola, con un cenno di rimprovero il tuo dolore è silenzioso. Riesci già a sorridere tra la gente.
A che servono le mie lacrime agli altri? risposi piano, guardando i solchi lasciati dallaratro nellorto vuoto. Devo far crescere le ragazze, tenere la casa. I tempi sono duri ovunque, tra poco verranno anche da noi a scambiare il poco che abbiamo. Il dolore si porta dentro, non si porta in piazza.
Ma il lavoro che ostacolo è al lutto?
Ostacolo perché se penso solo a seminare doppia patate, salvare il cavolo, comprare un secondo maialino, sistemare il tetto, non posso darmi il tempo per piangere. E adesso serve restare dritti.
Orsola non capì, ma almeno non mi giudicò. Sapeva che avevo il cuore saldo, non facevo del male a nessuno, aiutavo i miei e le bambine crescevano laboriose e rette, educate al rispetto e alla dignità.
Il lavoro alla posta mi permise di vivere dentro tutti i dolori e le gioie del paese. Durante la guerra solo lettere-triangolo, brutte notizie e poveri pacchi passavano sotto le mie mani. Quando tornarono gli uomini, nel 45, si sparse voce che molti, persino ai matrimoni, mi corteggiassero più di quanto sapessero le ragazze da marito.
Si dice che Giorgio Mauri, il falegname, abbia perso la testa per te, mi disse una volta Orsola, seduta sulla panchetta viene continuamente in posta con scuse nuove per vederti.
Chissà quanti chili di noci e miele da spedire si inventa pur di trovare una scusa, risposi ridendo, sistemando le fascette sui giornali. Macché, son solo chiacchiere, Orsola.
Non credere! ribatté lei. Sua zia Teresa dice che Giorgio ti custodisce come una candela al vento, ha paura ad avvicinarsi.
Uno che ha pure paura a parlare che uomo è? protestai. Non ho tempo da perdere dietro agli incerti.
Mi proposero altri vedovi, uno persino con la figlia che provava a far incontrare il padre con me sotto falsi pretesti. Capivo quelle manovre ingenue. Ma io sorridevo appena.
Cosa aspetti, Giuseppina? bisbigliava Orsola Le vedove sognano un uomo, qui ce ne sono meno che caprioli! Tu sembri una principessa.
Non aspetto nulla, Orsola. Sono stanca di dover solo raccogliere ciò che resta, solo per dire che cè un uomo in casa. Bastava e avanzava il mio primo matrimonio.
Anche per le mie figlie pensavo: non voglio che lavino mutande altrui o servano a tavola uomini ingrati. Non voglio che la loro vita passi dentro una pentola e un panno.
Liberà, anche amara, per me valeva più della compagnia storta di qualcuno.
1948
Margherita aveva quasi dodici anni, Simonetta undici. Studiavano, mi aiutavano, abituate alla mia dolcezza riservata: la trovavano in un maglione confezionato con cura, nella coperta ben stesa, nel mio sguardo severo ma giusto.
Poi arrivò zio Stefano. Come un raggio di sole dopo giorni di cielo chiuso. Allinizio le ragazze sentirono solo una lieve gioia nuova nellaria: canticchiavo mentre cucinavo, sorridevo di più, persino le monellerie le trattavo con leggerezza. Si sentiva una dolce allegria impalpabile.
Stefano veniva da Siena, era venuto a sistemare la casa della nonna. Serviva aiutare qualcuno con il portone, e offrì il suo aiuto.
Ero abituata ai maschi che devi guidare passo passo, che brontolano agli ordini di una donna.
Va bene, padrona disse Stefano, con gli occhi pieni di luce. Qui si fa tutto a regola darte, tu pensa ai fatti tuoi.
Fossi matta, lasciarti solo a fare disastri, ribattei a mezza voce, ma senza vero astio.
Come vuoi, rispose con un sorriso più largo ancora. Piace anche a me lavorare guardando una bella donna.
Mi sorprese il complimento inatteso, e le guance mi si scaldarono. Guardai come posava le assi con sicurezza: nulla da consigliare, faceva tutto bene.
Vieni a controllare, mi disse. Il portoncino era solido come non mai.
Mi fermai, la bustina dei soldi pronta. Ma lui:
Che ne dici di un tè? Più che di questi soldi, mi servirebbe un po di calore.
Dai, prendili e il tè sì, certo, beviamoci qualcosa assieme.
Parlammo davanti a una tazza fumante: della gronda bucata, di dove recuperare buone tegole, dellautunno troppo precoce. Non vendeva la sua manodopera come gli altri, capiva le mie fatiche, apprezzava la mia forza.
Margherita lo salutò con serietà tornando da scuola, Simonetta invece, curiosissima, iniziò a chiacchierare.
Io sono Simonetta!
Stefano, piacere.
Presero a parlare leggero: lei delle erbe essiccate, lui delle foglie dacero che si trovano nei giardini pubblici a Siena, lei della gatta Mimì, lui di quando era piccolo con il cane Leo e di una lepre inseguita in campagna.
Stefano iniziò a tornare spesso. Prima per aiutare, poi solo per stare con noi. Scherzava, non creava obblighi, sapeva essere delicato senza invadenze. Le ragazze gli si affezionarono, Simonetta lo adorava, poi anche Margherita si aprì.
Un giorno arrivò solo per salutare, con in mano un mazzetto di margherite e fiordalisi.
Domani finisce il permesso, sospirò. Parto. È stato bello conoscerti, Giuseppina.
Tornerai?
Forse tra sei mesi, forse un anno. Addio.
Rimasi a fissare la porta. Quando si chiuse, la casa mi parve vuota, e una lacrima amara mi solcò il viso. Labitudine alla solitudine si mostrava ora come un vuoto spaventoso.
Mamma è strana, bisbigliò Margherita a Simonetta. Più buona ma anche più triste.
Anchio lo noto, sussurrò la sorellina. Ieri ho fatto cadere la minestra e non si è arrabbiata.
Non capivo neanchio cosa mi succedesse. Ma una malinconia dolce e bruciante mi divideva in due.
Poi morì nonna Teresa. Lo sapevamo tutti: lui sarebbe tornato per il funerale. Lo aspettai col cuore che batteva e timore annodato alle dita. E lui arrivò.
Non posso vivere così, mi disse guardandomi negli occhi mentre le nostre mani quasi si toccavano sul tavolo. Decidi: vieni tu da me o mi trasferisco io?
Per due anni Stefano venne a Collevento nei giorni di ferie. Io, tre volte, raggiunsi lui a Siena. Seppi che aveva avuto una moglie anche lui, ma tornando dal fronte trovò la casa vuota e lei già accasata con un dirigente di fabbrica.
Non la biasimo, disse ero ormai dato per morto, e lui era là a regalarle cioccolato e promesse.
Nessun figlio. Dopo la guerra i medici non diedero speranze; per questo il legame con le mie figlie fu così naturale.
Da qui non si esce facilmente, senza il permesso scritto dissi, stanca di aspettare. Meglio che venga tu. Sei autista, qui in cooperativa serve portare latte e formaggi in città.
Così Stefano si trasferì a Collevento. E io, per la prima volta, mi sentii rifiorire, come una rosa tardiva. Era appoggio, rifugio, compagno attento e caro. Margherita finì la scuola e decise di trasferirsi a Firenze per studiare infermiera.
Tienila qui, dissi ansiosa.
Falla andare. Se vorrà tornerà, e la sua testa è buona mi rassicurò Stefano.
Margherita si inserì bene a Firenze; veniva poco. Tornò lestate dopo il primo anno e pianse, fermandosi appena oltre la porta.
Sono incinta, sussurrò.
Lavrei sgridata, ma Stefano mi fermò con una mano.
Va bene. Alla fine, non sarò stato un padre, ma forse divento nonno scherzò Dai, chi è il padre?
Non ci sarà un padre. Lui ha detto che non è affare suo.
La storia era dolorosa: un militare, qualche gelato, un cinema. Alla notizia, sparito. Montava la rabbia, ma Stefano sdrammatizzò.
Succede, Margherita. Avrai il bambino qui, noi saremo felici. Vedrai che andrà tutto bene, e magari quel soldatino ripensa e torna. Sarà Federico il nostro nipotino.
E se fosse una bimba?
Il cuore mi dice maschio, ma scegli tu il nome disse serio. Lei rise, finalmente, tra le lacrime.
Era la serenità calma che aveva sciolto la paura. Margherita restò a casa, poi tornò a studiare lasciando la piccola nata Anna, ma per tutti Federico, come diceva Stefano. Si decise: con Anna in braccio, Margherita riprese luniversità.
E chi bada alla piccola mentre lei è via? chiesi a Stefano.
Noi, fu la risposta.
Anna crebbe con noi, coccolata e accudita. Stefano diventò nonno e tata: la fasciava meglio delle donne, la faceva ridere di gusto. Simonetta osservava, curiosa:
Mamma, eri così con noi?
No, risposi sincera. Ero indurita, appesantita. Ora, con lui accanto, mi sento rinata, e con Anna mi sembra di essere ancora mamma.
Simonetta non era gelosa: capiva. Amava Anna, ma non avrebbe mai saputo lasciare una meraviglia simile come aveva fatto la sorella.
Gli anni scorrevano. Anna cresceva con amore e allegria. Sapeva che la mamma era a Firenze, che lavorava, ma il suo cuore sapeva che la vera casa era quella di nonna e nonno.
Quando Margherita tentò di riprendersi Anna, la trovò ostinata. E per la prima volta nella vita, io le dissi in faccia cosa pensavo. Stefano mi sostenne: Per mia nipote sono pronto a tutto. Margherita cedette. E Anna neppure pianse.
Qui, tra i miei radici
Anna finì il liceo a Collevento e andò a studiare in città. La vita mi aveva allontanato da Margherita, ma non serbavo rancore. Sapevo ciò che davvero contava.
Avevo ancora la casa antica, col profumo di pane e mele appena raccolte. Avevo la mano forte di nonna Giuseppina, sempre calda e pronta. Avevo Stefano, che anche da vecchio mi chiamava la mia Fede.
Ogni estate Anna tornava. Il tempo nel borgo pareva sospeso. Mi aiutava in orto, ci sedevamo sulle scale sistemate da Stefano, ascoltavamo storie dei tempi passati. Vedeva come ci guardavamo, io e lui: occhi pieni di una pace lunga una vita.
Una sera destate, guardando il tramonto, Anna mi chiese:
Nonno, ma non ti sei mai pentito di aver lasciato la città per venire qui?
Stefano mise il braccio attorno alle mie spalle.
Pentito? No, Fede. In città ero solo, qui sono tornato a casa. Le radici, non sono dove si nasce, ma dove ti aspettano, anche senza sapere che ti stanno aspettando.
Appoggiai la mia mano sulla sua, e sorrisi quel sorriso raro che cambia tutto.
E il girasole dissi, indicando quello enorme appoggiato al cancello trova il suo sole quando vuole, anche se gli altri pensano che la stagione sia finita.
Anna ci osservava, compresi fino in fondo. E sapeva che lunica eredità importante che le avevamo lasciato era la forza silenziosa dellamore che sa aspettare, la pazienza di chi sa riconoscere la propria fortuna.
E io so che, ovunque la porterà la vita, le sue radici resteranno qui, dove i vecchi girasoli io e Stefano abbiamo trovato il sole, finalmente. Questo è lunico fondamento che valga qualcosa in questa terra.


