Signora Giulia Bianchi, vorrei presentarLe la nostra nuova collega. Si chiama Fiorella, sarà nel Suo reparto.
Alzai lo sguardo dal monitor e vidi una ragazza di poco più di ventanni. Capelli castani raccolti in una coda ordinata, il sorriso aperto e un po’ timido. Fiorella si spostava nervosamente da un piede allaltro, stringendo a sé una cartellina sottile.
Piacere di conoscerLa, disse chinando leggermente la testa. Sono davvero felice che mi abbiate scelta. Prometto che ce la metterò tutta.
Il direttore, Marco Ricci, si stava già dirigendo verso luscita ma si fermò sulla soglia.
Giulia, tu sei il pilastro della logistica, ventanni di esperienza alle spalle. Introduci tu Fiorella: falle vedere la procedura, le tratte, la gestione dei corrieri. Tra un mese dovrà essere autonoma sul suo segmento.
Annuii, osservando la nuova arrivata. Ventitré anni, come potrebbe essere una figlia se mai ne avessi avute. Ma a cinquantacinque anni mi sono da tempo rassegnato: niente famiglia, solo il lavoro, un appartamento con i gerani alla finestra e il mio gatto, Nerone.
Siediti pure, indicai la scrivania accanto. Cominciamo subito.
La prima settimana Fiorella confondeva i codici dei corrieri, dimenticava di inserire i dati nel registro. Correggevo con pazienza, spiegavo tutto da capo, disegnavo schemi sui fogli.
Guarda qui: hai indicato Napoli, ma il carico va a Torino. Sono quasi mille chilometri di differenza, vedi?
Fiorella arrossiva fino alle orecchie, si scusava e correggeva subito. Poi sbagliava altrove, ma almeno imparava.
Dalla metà della seconda settimana, la situazione migliorò. Fiorella imparava al volo, annotando ogni parola nel suo quaderno con i gatti stampati in copertina.
Signora Giulia, perché non lavoriamo con quel corriere? Fanno dei prezzi ottimi.
Eh, hanno già consegnato in ritardo due volte. Meglio la reputazione dello sconto, ricordatelo.
Annuisce, prende nota. Poi, allimprovviso:
Ma lei li fa in casa i panzerotti? Il suo barattolo profuma sempre di qualcosa di buono.
Sorrisi storto. Il giorno dopo portai un barattolo più capiente, pieno di panzerotti di scarola. Fiorella ne mangiò uno a pranzo con unespressione stupita, quasi fosse la cosa più buona mai assaggiata.
Mia nonna li preparava così, raccoglieva le briciole con cura. Mi manca, è morta due anni fa, le volevo tanto bene.
Distinto, poggiai la mano sulle sue dita sottili. Lei non si sottrasse, anzi, mi sorrise grata.
Poi fu la volta della crostata di mele, dei biscotti di ricotta, della torta caprese che Fiorella definì la migliore della sua vita. Mi sorprendevo a cucinare porzioni più abbondanti, solo per avere qualcosa da offrirle. Un calore dimenticato mi si accendeva dentro, piano piano.
Signora Giulia, posso chiederLe un consiglio? Non riguarda il lavoro.
Dimmi pure.
Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo. Ma ci conosciamo da sei mesi appena. Non è troppo presto?
Poggiai le carte sul tavolo. La guardai a lungo, negli occhi ancora pieni di dubbi.
Se hai dei dubbi, è troppo presto. Quando sarà quello giusto, non chiederai nemmeno consiglio.
Fiorella sospirò, come se le avessi tolto un peso dal cuore.
Verso la fine della terza settimana, Fiorella era già in grado di trattare con i trasportatori, controllare le tratte e correggere gli errori altrui. La osservavo con orgoglio silenzioso. Aveva fatto strada. Era cresciuta.
Lei per me è come una mamma, mi disse un giorno Fiorella. Anzi, meglio. La mia è sempre a criticarmi, invece Lei mi incoraggia.
Mi voltai verso la finestra.
Su, basta complimenti. Torna al lavoro.
Ma quel sorriso non mi abbandonò fino a sera.
Fiorella prese coraggio in quel mese. Notavo come dialogava sicura al telefono, come gestiva le richieste con velocità, come dominava ormai il database aziendale. Più che allieva, ora era quasi una collega desperienza.
…Alla riunione del venerdì, Marco Ricci aveva laria più cupa del solito. Capotavola, giocherellava con la penna aspettando che calasse il silenzio.
La situazione è difficile, disse. Il mercato ristagna, tre grandi clienti sono passati alla concorrenza. Ai vertici hanno deciso di snellire il personale.
Uno sguardo veloce ai colleghi. Tutti avevamo capito: ci sarebbero stati dei tagli.
Entro un mese saranno prese decisioni in ogni reparto, proseguì il direttore. Per ora tutto normale. Vediamo di andare avanti.
Tornai al mio posto, lanciando uno sguardo furtivo a Fiorella. Fissava lo schermo, le dita sospese sulla tastiera.
Cinquanta cinque anni. Conoscevo la matematica di queste situazioni. Ero tra le più pagate, con più anzianità buon TFR garantito. Il candidato ideale per il licenziamento. Era triste, certo, ma ce lavrei fatta. La pensione era vicina, i risparmi cerano, il mutuo era storia vecchia.
Eppure Fiorella era cambiata. Non parlava più a pranzo, non chiedeva più la mia crostata, a malapena mi rispondeva.
Fiorella, che succede? mi sedetti sul bordo della sua scrivania. Sei preoccupata per i tagli?
Sussultò, un sorriso tirato.
No, tutto bene. Solo un po stanca.
Ma capivo che non era vero. Povera ragazza. Appena arrivata, appena trovata un po di sicurezza, e adesso La vita non è giusta.
Due settimane dansia passarono lente. Tanta tensione, sguardi sfuggenti, ipotesi bisbigliate nei corridoi. Fiorella lavorava zitta, assorbita dai fogli. A volte incrociavo i suoi occhi in modo strano, ma attribuivo tutto al clima nervoso.
Il giovedì, dopo pranzo, comparve una mail interna: “Signora Giulia Bianchi, si rechi dal direttore.”
Mi alzai, sistemai la giacca. Tremai appena. Dopo ventanni qui, era il momento duscire di scena. Ero pronta.
Spinsi la porta dellufficio e mi bloccai.
Sulla poltrona davanti alla scrivania sedeva Fiorella. Schiena dritta, cartellina sulle ginocchia, espressione imperscrutabile.
Accomodati, mi disse Marco Ricci. Dobbiamo parlare seriamente.
Mi sedetti, scrutando il direttore e Fiorella, che neanche mi voltava lo sguardo.
Fiorella ha lavorato sodo, cominciò Ricci, e ha rilevato diversi errori gravi. Nei Suoi documenti, Giulia.
Rimasi senza fiato. Non riuscivo a mettere insieme le cose: Fiorella, la cartellina coi gatti, la parola errori. La stessa Fiorella dei miei panzerotti e dei suoi problemi damore.
Ho analizzato i dati degli ultimi otto mesi, Fiorella prese la parola, ma guardava solo il direttore. Ho trovato undici discrepanze importanti nella documentazione. Codici errati, incongruenze nelle bolle, date di spedizione confuse.
Aperse la cartellina, tirò fuori fogli con tabelle evidenziate. Riconobbi la mia calligrafia in margine.
Secondo me posso gestire questo reparto meglio, disse con voce ferma e distaccata. La signora Giulia è senza dubbio esperta, ma letà si fa sentire. Sarebbe più vantaggioso per lazienda tenere me: stipendio più basso, maggiore efficienza. Una semplice questione di numeri.
Marco Ricci si appoggiò allo schienale, tamburellando le dita sul tavolo.
Giulia, cosa dice?
Mi alzai, presi i documenti, scorsi le righe evidenziate. Erano errori che non lo erano affatto.
Non ho intenzione di giustificarmi, ridiedi i fogli. In ventanni ho imparato una cosa: limportante non è la perfezione su ogni carta, ma il risultato. Le consegne arrivano, i clienti sono soddisfatti, i bonifici ci sono.
Ma certi errori rischiano di far crollare tutto! scattò Fiorella, per la prima volta mostrando unemozione vera. Io voglio solo aiutare lazienda!
Ricci abbozzò un sorriso stanco.
Vuole sapere, Fiorella, che dipendenti non ci servono? Quelli che mettono il bastone fra le ruote ai colleghi pur di salvarsi.
Fiorella diventò pallida.
Quegli errori li conosco, continuò il direttore. Non sono errori, ma esperienza. Anni di lavoro ci insegnano come aggirare le pastoie burocratiche, come accelerare dove serve. Sulla carta sembrano irregolarità. In pratica, è abilità. Lei non è ancora in grado di cogliere la differenza.
Fiorella strinse i braccioli con forza.
Due settimane di preavviso, poi può andare, chiuse Ricci la cartellina. Mi lasci la lettera di dimissioni sul tavolo entro oggi.
La prego la voce di Fiorella era quasi un sussurro. Io non volevo ho un mutuo, avevo appena cominciato…
Doveva pensarci prima. Può andare.
Fiorella si alzò, la cartellina le cadde, i fogli si sparsero a terra. Li raccolse in fretta, la testa bassa, il viso rigato dalle lacrime.
La porta si richiuse silenziosa.
Ecco, Giulia, Marco Ricci sospirò. Quasi ci cascavi. Vedi che serpe ti eri allevato in grembo.
Non risposi. sentivo dentro solo un grande vuoto.
Tu resti finché lazienda avrà fiato, aggiunse. Persone come te non si trovano facilmente. Chiaro?
Annuii e uscii.
Fiorella era alla sua scrivania, gli occhi rossi, inchiodati allo schermo. Passando, mi lanciò unocchiata amara da sotto le ciglia bagnate.
Non mi voltai. Mi rimisi al lavoro.
I panzerotti nella scatola rimasero intatti fino a sera.
Quella sera, tornando a casa, ho capito una cosa: la fiducia è un ponte fragile. Aiutare gli altri è bellissimo, ma bisogna ricordarsi di proteggere anche sé stessi. In ogni caso, meglio essere buoni che diventare amari. E anche se il mondo non è giusto, io lo sarò comunque.





