Una volta al mese
Anna Rossi stringeva il sacchetto dellimmondizia al petto mentre si fermava davanti alla bacheca degli avvisi, accanto allascensore. Su un foglio a quadretti, attaccato con le puntine, cera scritto in grande: «Una volta al mese un vicino». Sotto, date e cognomi, e nellangolo in basso, la firma: «Marco, int. 34». Qualcuno aveva già aggiunto con la penna: «Sabato servono 2 persone per aiutare con le scatole». Anna lesse tutto due volte, quasi in automatico, e sentì un fastidio simile a quello di una voce estranea in corridoio.
Viveva in quel palazzo da dieci anni e ormai sapeva come funzionava: ci si saluta solo se ci si incontra proprio sulla porta, poi ognuno va per la sua strada. A volte un rapido «scusi, sa se è passato lidraulico?» altre volte «può per favore lasciare la bolletta». Ma una tabella delle turnazioni, cognomi, puntine Le ricordava quelle riunioni in ufficio, dove facevano finta di essere una squadra, e poi ognuno pensava per sé.
Accanto al bidone dellumido incontrò Valeria, quella del quinto piano, sempre con due borse come se temesse che una si rompesse.
Hai visto? disse Valeria, indicando la bacheca. Marco ha avuto lidea. Dice che così si fa prima. Invece di correre da soli, si fa in compagnia.
In compagnia, ripeté Anna, cercando di tenere la voce neutra. E se non hai voglia di fare in compagnia?
Valeria fece spallucce.
Beh nessuno obbliga. Solo, quando serve, cè qualcuno.
Anna uscì nel cortile, accorgendosi che stava già discutendo mentalmente con questo Marco dellappartamento trentaquattro. «Quando serve» Ma chi decide quando serve? E perché dovrebbe riguardare tutti?
Sabato mattina sentì colpi e voci nel vano scale. Attraverso la porta si sentiva «Piano lì, attenzione allangolo!» e «Tieni lascensore!». Anna era in cucina, con in mano uno straccio bagnato, e non riusciva a smettere di ascoltare. Immaginava quei vicini di cui conosceva solo i volti trasportare scatole e un divano, qualcuno che dirige, qualcuno che borbotta. Lidea che aprissero le scatole di qualcun altro la metteva a disagio, ma in fondo, ammetteva, invidiava che li avessero chiamati.
Dopo unora tornò il silenzio. Di sera, tornando dal supermercato, Anna vide una pila di scatole vuote accanto allingresso e un rotolo di nastro sulla panchina. Marco, alto, con un viso stanco, raccoglieva la spazzatura nel sacco.
Buonasera, le disse, come se si conoscessero da tempo. Non vi abbiamo dato troppo fastidio?
No, solo un po di rumore
Capisco. Abbiamo cercato di finire prima di pranzo. Tania del secondo piano si sta trasferendo, con il bambino. Beh, sola fece un gesto. Se serve, scriva pure in bacheca. Non cè bisogno di traslochi, basta qualsiasi sciocchezza.
La parola «sciocchezza» suonò così che Anna non seppe davvero che dire. Non era né insistenza né pretesa. Semplicemente, lo disse e tornò a chiudere il sacco.
Nei giorni seguenti la bacheca divenne viva. Anna passava e ogni volta coglieva nuovi messaggi. «Per il signor Gallo dellint. 19 farmaci, dopo lintervento, serve una farmacia». «Da fissare una mensola allint. 27, ho il trapano». «Raccolta 5 euro a testa per il citofono, chi non ha spicci, paga dopo». Le grafie erano diverse: chi scriveva ordinato, chi nervoso e di fretta.
Lei non lasciava il suo nome. Credeva di fare bene così: di non impicciarsi. Ma osservava.
Una sera, tornando dal lavoro, davanti allascensore cera una ragazzina del palazzo accanto che piangeva, il viso contro la manica. Vicino, Valeria le teneva la mano e parlava piano:
Dai, non abbatterti. Lo troviamo subito. Marco dice che ce lha lui.
Cosè successo? chiese Anna, anche se avrebbe potuto tirare dritto.
Valeria la guardò con aria del tipo: so che non giudicherà.
La nonna della ragazza, la pressione alta. Sono finite le pillole, farmacia chiusa. Marco porta le sue, così ci pensiamo domani.
Anna annuì ed entrata in casa, restò per un bel po col cappotto addosso. Pensava a quanto fosse semplice per Valeria dire «lo troviamo». Non «chiamate lambulanza», non «non è affar nostro», ma proprio «lo troviamo». E anche al fatto che Marco dava le sue medicine senza chiedere se le avrebbero restituite.
Dopo qualche giorno scoppiò una piccola polemica in condominio. Qualcuno aveva aggiunto allavviso per la raccolta citofono: «Ci chiedono sempre soldi! Chi vuole il citofono, se lo paghi». Firma illeggibile, senza cognome. Davanti allascensore due signore discutevano senza mezze misure.
È di sicuro quello del terzo piano, conosco la sua calligrafia! bisbigliava una.
E tu cosa credi di sapere? ribatteva laltra. Cè gente in pensione qui, e voi cinque euro, cinque euro
Anna passò tirando dritto, sentendo ristagnare dentro quel senso di «collettività»: ora iniziano i conti, chi deve, chi no, chi non paga, chi usufruisce. Avrebbe voluto che la bacheca tornasse solo ad avvisi del tipo «rivolgiti allidraulico».
La sera vide Marco alla bacheca. Staccò con cura il foglio polemico, lo piegò e lo mise in tasca. Appese un nuovo foglio pulito: «Citofono. Chi può, versa. Chi non può, no. Limportante è che funzioni. Marco». E basta.
Anna si accorse di rispettarlo per quel «e basta». Nessuna predica, nessuna minaccia. Solo un confine chiaro.
Nel frattempo, anche la sua vita cominciava a cigolare come il portone del palazzo che nessuno aveva mai oliato. Prima una piccolezza: nel bagno perdeva il raccordo del lavandino. Mise una bacinella, strinse il dado, asciugò il pavimento. Poi, al lavoro ritardarono il pagamento della tredicesima, e la capa neanche la guardò negli occhi: «Per ora così. Abbiate pazienza». Anna pazientava; era capace.
A inizio mese le venne mal di schiena. Nulla da chiamare lambulanza, ma abbastanza che alzarsi dal letto la mattina voleva dire restare in piedi sulla soglia per un minuto prima che smettesse di far male. Comprò una crema, scaldava la schiena con la sciarpa, senza dire niente a nessuno. Nella sua testa, avere bisogno portava alle chiacchiere e le chiacchiere alla compassione.
Una sera tornò con la borsa della spesa e sentì uno strano rumore alla porta, tipo un fruscio. Era la serratura: cominciava a incastrarsi, la chiave non girava. Spinse forte, girò, sbloccò con uno scatto, ma con un brutto rumore. Il cuore le saltò nel petto.
Si tolse le scarpe, posò la spesa sullo sgabellino, prese il cacciavite dal cassetto e provò a smontare la serratura. Le mani tremavano di stanchezza, la schiena tirava. Dentro, il silenzio era così denso da diventare opprimente.
Il giorno dopo il duetto chiave-porta si bloccò del tutto. Anna tornò tardi, con una cartella e la borsa, e non riuscì tracciare la porta. Rimase lì sul pianerottolo appoggiata con la fronte al metallo, a cercare di non farsi prendere dal panico. Pensava: «Fabbro. Chiavi. Soldi. Notte». Chiamò la ditta di emergenza, dissero che passava almeno un paio dore.
Due ore sul pianerottolo, unumiliazione non per i vicini, ma per il senso di impotenza. Si sedette sul gradino, posò la borsa e guardò le mani, secche e piene di taglietti dal detersivo. Mani sempre abituate a cavarsela.
Lascensore si aprì, uscì Marco. La vide subito.
Anna Rossi? domandò, come a sincerarsi di non aver sbagliato persona.
Lei alzò la testa, sentì le gote scaldarsi.
La serratura, spiegò semplicemente. Sto aspettando il fabbro.
Tanto ci vorrà?
Dicono due ore.
Marco guardò la porta, poi la borsa.
Ho la cassetta degli attrezzi. Possiamo provare, nel frattempo. Se non riusciamo, almeno si capisce cosa cè che non va. Le va?
Quel «le va?» era importante. Non aveva detto «ci penso io», né «cosa sta facendo qui?». Chiedeva.
Anna avrebbe voluto rispondere «no, grazie». Sarebbe stato il suo modo di fare, prudente e sicuro. Ma la schiena doleva, il cellulare era quasi scarico, e lidea di due ore sul gradino diventava insopportabile.
Provi pure, disse, quasi stupita che la voce non tremava.
Marco tornò al suo appartamento e si ripresentò con una valigetta. La posò, la aprì, mise gli strumenti su una vecchia Gazzetta che aveva con sé. Anna notò subito il dettaglio: per non sporcare le piastrelle. Tracce, ordine, rispetto per lo spazio di altri.
Non sono un fabbro, avvisò. Però le serrature ne ho viste.
Smontò la placca e mise le viti in un piccolo coperchio, per non perderle. Anna, seduta lì, reggeva la borsa e si sentiva stranamente come se la sua vita fosse diventata una zona comune e non necessariamente era una brutta sensazione.
Qui la cilindrata è consumata, disse Marco. Si può lubrificare per adesso, ma va cambiata. Ha una chiave di riserva?
No, disse. Non ci ho mai pensato.
Marco annuì, senza dire altro.
Dopo dieci minuti la porta cedette, non subito, ma si aprì. Anna entrò, accese la luce dellingresso e sentì la tensione che si scioglieva. Si voltò.
Grazie, disse. Poi aggiunse, per non chiudere bruscamente la conversazione: Solo preferirei che non si sapesse in giro.
Marco la guardò dritto.
Capisco. Non lo dico a nessuno. Ma la serratura va cambiata davvero. Se vuole, domani le mando il numero di un buon fabbro. Fa il lavoro senza troppe chiacchiere.
Anna annuì. Apprezzava che non avesse proposto una colletta condominiale per cambiare tutte le serrature. Proposta concreta, discreta.
Marco uscì e lei chiuse a doppia mandata, restando ferma nellingresso ad ascoltare il frigo in funzione. Avvertiva la voglia di ridere e piangere insieme, perché laiuto non era pietà. Somigliava a un attrezzo che ti prestano quando hai le mani occupate.
Il giorno dopo chiamò il fabbro. Luomo arrivò la sera, smontò il vecchio pezzo, le mostrò quello rovinato, installò il nuovo. Anna pagò, ricevette due chiavi e ne mise una in una scatolina, marcatore sopra: «Scorta». Era la sua piccola ammissione: a volte non ce la si fa da soli.
Settimana dopo, nuovo avviso in bacheca: «Sabato serve aiuto per portare la spesa e le medicine al signor Gallo dellint. 19, dopo lospedale fa fatica. Ci vogliono 2 persone tra le 11 e le 12». Anna lo lesse e colse che poteva.
Sabato uscì di casa in anticipo. Nella borsa aveva due pacchetti di biscotti e il tè. Non come offerta, ma come pretesto per non arrivare a mani vuote. Sul pianerottolo cera già Marco.
Anche lei? chiese, con semplicità.
Sì, disse Anna. Ma guardi che io porto le cose leggere. E niente discorsi sulla salute, ok?
Lei stessa sentì quanto era deciso il tono. Né scuse né timori: una condizione.
Ci sto, disse Marco.
Salirono allappartamento del signor Gallo. Aprì un uomo anziano, in maglione, pallido. Cercò di sorridere.
Oh, la commissione borbottò.
Non siamo una commissione, disse Anna, porgendogli la borsa. Le abbiamo portato la spesa. Qui cè tè e biscotti, se le va.
Gallo afferrò la borsa con tutte e due le mani, quasi temendo di farla cadere.
Grazie. Avrei fatto da solo solo le gambe
Non serve «avrei», lo interruppe Marco con gentilezza. Ci dica dove mettiamo tutto.
Passarono in cucina. Anna posò le borse sul tavolo, notò una lista di farmaci e un contenitore per pillole vuoto. Non fece domande. Semplicemente chiese:
Vuole che porti via la spazzatura?
Se può, disse il signor Gallo, un po imbarazzato.
Anna raccolse il sacchetto, lo chiuse e lo portò sul pianerottolo. Tornando, si accorse che la schiena quasi non le faceva male. Non perché il dolore fosse sparito, ma il dentro era più calmo.
Uscendo, il signor Gallo provò a dare i soldi a Marco.
Non serve, disse Marco.
Allora almeno Gallo guardò Anna. Passi quando vuole. Non mi mangio nessuno.
Anna annuì.
Se serve, siamo qui. Però anche lei, non faccia leroe. Scriva pure in bacheca, dica cosa serve.
Lo disse e sentì una nuova sicurezza: poteva parlare come Marco. Né dallalto, né dal basso, ma accanto.
Quella sera si fermò davanti alla bacheca. Accanto cera un pacchetto di puntine e un piccolo blocchetto. Anna prese una penna e scrisse con cura, poche parole: «Int. 46. Anna Rossi. Se serve: dopo le 19 posso passare in farmacia o ritirare un pacco. Niente pesi». Aggiunse il foglio, controllò che fosse ben fermo, rimise la penna in borsa.
A casa mise lacqua sul fuoco, prese dal ripiano la chiave di scorta e la infilò in una busta piccola. Sopra, il numero di Marco scritto a penna. Lasciò la busta vicino alla porta. Non come simbolo di dipendenza, ma come una piccola assicurazione che si è finalmente concessa.
Quando si sentì sbattere una porta e passi nel corridoio, Anna non ebbe più quella reazione. Spense il fornello, preparò il tè e pensò che «una volta al mese» non riguarda la folla. Riguarda il fatto che non sempre si deve reggere tutto da soli, se attorno cè qualcun altro.




