Ora si può vivere

Ora si può vivere

Arianna era ferma al bordo della tomba, guardando il feretro che veniva calato nella terra.

Faceva freddo. Il vento di novembre agitava la fascia nera del mazzo di fiori, si insinuava sotto il cappotto e le faceva stringere le spalle, tremando.

Accanto a lei singhiozzava la zia Donatella parentela lontana, che Arianna aveva visto solo un paio di volte in vita sua.

La madre si teneva composta, solo le dita che stringevano la mano di Arianna erano fredde come ghiaccio.

Il padre…

Arianna fissava la bara, cercando invano di capire cosa stesse provando.

Nulla.

Un vuoto assoluto, impalpabile, come una casa ghiacciata dove il riscaldamento è spento da anni.

Era una brava persona, disse qualcuno alle sue spalle. Pace allanima sua.

Arianna rischiò di scoppiare a ridere.

Brava?

Ma come lo sanno?!

Lhanno visto nelle feste, sobrio, scherzoso, suonava la fisarmonica. «Mani doro», «anima della compagnia», «un tipo allegro».

Solo quello.

Nessuno conosceva luomo che era in casa.

Arianna chiuse gli occhi, e la memoria le offrì unimmagine: aveva sette anni, si sveglia di notte al rumore assordante. Il padre entra traballando nellingresso, non trova la porta, odorava di vino e qualcosa di acido. La madre lo trascina nella stanza ma lui si divincola, agita le mani, urla: «Non mi rispetti!» Arianna si stringe nel piumone, fino agli occhi, sperando di non vedere né sentire nulla.

La mattina dopo, il padre è in cucina, faccia colpevole, beve lacqua cetriolo e dice: «Scusami, piccola, ho sbagliato. Non succederà più.»

Succedeva sempre.

Sempre.

Arianna riaprì gli occhi. La bara era già coperta, le corone adagiate sul monticello. La gente si avviava alluscita del cimitero. La madre la sfiorò al gomito:

Andiamo, tesoro. Bisogna fare il pranzo di commemorazione

Seduta al tavolo, Arianna si sentiva estranea. Mangiava, annuiva, rispondeva alle condoglianze. Dentro, una sola idea le martellava la testa, quasi volesse urlare:

«Perché non sento nulla? Perché non mi fa male?»

Quando tutti se ne furono andati, rimase in cucina con la madre. Bevvero tè, tacendo. Poi la madre disse:

Lo sai, ho appena pensato… Una cosa strana.

Arianna sollevò lo sguardo.

Ho pensato che ora possiamo non avere paura. Che non cadrà più per strada, non congelerà, non sparirà. Che possiamo solo… vivere.

Arianna vide negli occhi della madre lo stesso spavento che sentiva lei. Lo spavento che, dentro, non cè dolore, ma sollievo.

Sono cattiva? sussurrò la madre.

Arianna si spostò vicino, la abbracciò.

No, mamma. Non siamo cattive. Siamo solo stanche.

Restarono così fino allalba. Ricordarono. Non luomo ubriaco, ma altro: lui che costruiva una casa di bambole per Arianna, lui che le insegnava ad andare in bicicletta, lui che un giorno portò dal mercato un cocomero gigantesco e lo mangiarono insieme seduti sul pavimento, perché non ci stavano a tavola.

Era diverso. Ed era anche reale.

La madre andò a dormire, Arianna rimase sola. Prese il cellulare, scrisse un messaggio al marito: «Sto bene. Torno domani.»

E si accorse che per la prima volta dopo tanti giorni respirava senza affanno. Nessuna paura. Nessuna attesa di una telefonata terribile. Nessun sottofondo eterno di inquietudine.

Il padre era morto. E la vita era finalmente tranquilla.

Sapeva che quel pensiero sarebbe tornato. Che avrebbe spesso sentito il senso di colpa, svegliandosi di notte. Che zia Donatella e gli altri parenti avrebbero sussurrato a lungo: «Che persona fredda, nemmeno ha pianto».

Ma ora, nellappartamento silenzioso, dove non cerano più odori di alcol né toni urlati di notte, Arianna si permise un minuto di sincerità.

Scusami, papà, disse nel vuoto. Ti volevo bene. Davvero. Ma ero così stanca di odiarti.

La mattina seguente partì.

Sul treno, fissò a lungo dal finestrino il paesaggio grigio di novembre, poi prese il quaderno e annotò la risposta che le era venuta in testa:

«I figli degli alcolisti non piangono ai funerali. Hanno già pianto troppo, vivendo anni accanto alla malattia. Non sono freddi. Sono sopravvissuti.»

Arianna chiuse il quaderno e sorrise per la prima volta dopo tanto.

Il treno la portava verso unaltra vita. Una vita dove non serve più voltarsi indietroFuori dal finestrino, il paesaggio si apriva lentamente: file di alberi spogli, campi che aspettavano la primavera. Arianna li guardava passare, sentendo dentro la luce timida di una stagione nuova.

Quando arrivò nella sua città, scese dal treno e respirò laria umida, assaporando il fatto che nessuno lattendeva per rimproverarla o ferirla. Si lasciò guidare dai passi, senza fretta, con il cuore che per la prima volta si sentiva leggero e curioso.

Entrando a casa, il marito la accolse con un sorriso; Arianna lo abbracciò, stringendolo come fosse una promessa. Sapeva che la fatica del passato non sarebbe sparita del tutto: ci sarebbero giorni di nostalgia, notti di ricordi, momenti in cui il silenzio avrebbe pesato sulle spalle. Ma ora aveva imparato la differenza tra sopravvivere e vivere.

In quella differenza, scoprì che il dolore non era un dovere. Che poteva costruire un domani senza vergognarsi della serenità. Che, proprio perché aveva sofferto, meritava la pace. E mentre il marito le preparava un caffè, Arianna si affacciò alla finestra, lasciando che la luce di novembre le accarezzasse il viso.

Là fuori il mondo era ancora grigio, ma dentro di lei si era acceso uno spazio nuovo, dove la paura non aveva più radici. Arianna sorrise, e finalmente, senza rimorso, si permise di dire a sé stessa: «Ora si può vivere davvero.»

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