Senza Morali A Sasha arrivò un messaggio su WhatsApp: una foto di un foglio a quadretti. Penna blu,…

Senza istruzioni

A Sofia era arrivata una lettera in chat, come foto di un foglio a quadretti. Penna blu, scrittura inclinata con cura, in fondo la firma: Tuo nonno Carlo. Accanto, un messaggio breve della mamma: Ora fa così. Se non vuoi, non devi rispondere.

Sofia guardò la foto, la ingrandì per leggere bene le righe.

Sofi, ciao.

Ti scrivo dalla cucina. Qui ho un nuovo amico: il glucometro. Di mattina si arrabbia se mangio troppo pane. Il dottore ha detto di camminare di più, ma dove dovrei andare, se tutti i miei sono già al cimitero e tu stai nella tua Milano. Così ho deciso di passeggiare fra i ricordi.

Ad esempio oggi mi è tornato in mente quando, nel 79, scaricavamo i treni alla stazione con i ragazzi. Ci davano due lire, ma almeno potevi fregarti qualche cassetta di mele. Erano di legno pesante, con le graffe ai lati. Le mele erano aspre e verdi, ma per noi era una festa. Le mangiavamo seduti sulla ghiaia, sopra i sacchi di cemento. Le mani grigie, le unghie nella polvere, e i denti che scricchiolavano per la sabbia. Eppure erano buone lo stesso.

Te lo racconto così, senza motivo. Non ti preoccupare, non ti voglio insegnare come si vive. Tu hai la tua vita, io le mie analisi.

Se vuoi, raccontami comè il tempo da voi e come va luniversità.

Il tuo nonno Carlo.

Sofia sorrise. Glucometro, analisi. In basso la nota del messenger: Inviato unora fa. Aveva già provato a chiamare la mamma, non aveva risposto. Quindi era davvero così, ora fa così.

Sfogliò la chat. Gli ultimi messaggi del nonno risalivano a un anno prima: brevi vocali di auguri e un come va con gli studi. Allora Sofia aveva risposto con una faccina e poi era sparita.

Ora fissò a lungo quella foto del foglio a quadretti, poi aprì la finestra della risposta.

Ciao nonno. Qui piove e fa tre gradi. Lesame si avvicina. Le mele ormai stanno a tre euro al chilo. Qui con le mele andiamo male.

Sofia.

Pensò, cancellò il nome, scrisse solo La tua nipote, Sofia. e inviò.

Dopo qualche giorno la mamma inoltrò una nuova foto.

Sofi, buongiorno.

Ho letto la tua lettera tre volte. Ti rispondo con calma. Qui il tempo è come da te, solo senza le vostre pozzanghere alla moda. Al mattino neve, a pranzo acqua, di sera ghiaccio. Sono già scivolato due volte, ma evidentemente ancora non è il mio momento.

Già che si parla di mele ti racconto il mio primo vero lavoro. Avevo ventanni, mi presero in fabbrica. Costruivamo pezzi per ascensori. Sempre casino, rumore e polvere nellaria. Avevo i pantaloni di lavoro quasi mai veramente puliti, nonostante li strofinassi spesso. Le dita sempre tagliuzzate, le unghie unte. Però ero fiero di avere il tesserino per entrare dalla portineria come un adulto.

La cosa più bella non era lo stipendio, ma la pausa pranzo. Nella mensa servivano il minestrone nelle ciotole pesanti e, se arrivavi presto, potevi prendere un altro pezzo di pane. Ci sedevamo tutti insieme, però restavamo zitti. Non che non ci fosse nulla da dire: era solo stanchezza. Il cucchiaio in mano sembrava più pesante di una chiave inglese.

Tu ora sicuramente ti siedi al portatile e pensi che sono cose da museo. Io invece ripenso e mi chiedo: ero felice o semplicemente troppo preso per pensarci?

Cosa fai lì, oltre agli esami? Lavori da qualche parte? O adesso fate solo queste cose, come si chiamano start-up?

Il tuo nonno Carlo.

Sofia lesse mentre era in fila per un panino. Intorno chi protestava, chi discuteva, dalla cassa la pubblicità gridava. Si accorse che stava rileggendo del minestrone e delle ciotole pesanti.

Rispose subito, appoggiata alla mensola.

Ciao nonno.

Faccio la rider. Porto cibo, a volte documenti. Niente tesserino, solo unapp che va sempre in tilt. Anche a me capita di mangiare fuori casa. Non perché rubo, ma perché non faccio in tempo a tornare. Prendo la cosa meno cara, mangio sulle scale o in macchina da un collega. Anchio in silenzio.

Felice? Non so. Nemmeno io ci penso, sempre di corsa.

Comunque, il minestrone in mensa non sembra male.

La tua nipote Sofia.

Voleva aggiungere sulle start-up, ma poi pensò che era troppo da spiegare. Meglio lasciar disegnare a lui le conclusioni.

Il messaggio dopo fu stranamente breve.

Sofi, ciao.

Fare la rider è impegnativo. Ora ti vedo diversa: non più una ragazzina al computer, ma una che corre in sneakers tutto il giorno.

Già che mi hai parlato di lavoro, ti racconto anche io quando davo una mano nei cantieri. Lo facevo tra un turno e laltro in fabbrica, quando i soldi non bastavano mai. Portavamo su i mattoni fino al quinto piano su scale di legno. La polvere ovunque, nel naso, negli occhi, nelle orecchie. Tornavo a casa la sera, toglievo le scarpe e ne usciva sabbia. Tua nonna si arrabbiava perché le rovinavo il pavimento di linoleum.

La cosa strana è che non ricordo neanche la fatica quanto un dettaglio. Lì lavorava un certo Gennaro, lo chiamavano tutti così. Arrivava sempre prima, si sedeva su un secchio capovolto e pelava patate col coltello. Le metteva in una vecchia pentola che si portava da casa. A pranzo la scaldava sul fornello, e in tutto il piano sentivi lodore di patate lesse. Le mangiavamo con le mani, col sale del sacchetto di carta. Mi sembrava il cibo più buono al mondo.

Adesso, seduto in cucina con il sacchetto di patate dal supermercato, penso che non sono più le stesse. O forse non è questione di patate, ma di età.

Tu cosè che mangi quando sei stanca? Non quello che porti in consegna, ma davvero.

Il nonno Carlo.

Sofia non rispose subito. Pensò a lungo su cosa intendesse per davvero. Le venne in mente una sera dinverno, dodici ore di lavoro, poi aveva comprato dei tortellini al market h24, cucinati in pentola in cucina in comune, dove qualcuno prima aveva fatto i wurstel. I tortellini diventati molli, lacqua torbida. Eppure aveva mangiato tutto, in piedi davanti alla finestra per mancanza di un tavolo.

Dopo due giorni gli scrisse.

Ciao nonno.

Quando sono proprio a terra, di solito faccio le uova strapazzate. Due, tre, a volte con la mortadella. La padella è rovinata, ma funziona. In studentato nessun Gennaro, ma il mio vicino brucia tutto e urla parolacce.

Scrivi spesso del mangiare. Avevi fame allora o adesso di più?

Tua nipote Sofia.

Dopo aver inviato, si pentì dellultima frase. Le parve un po dura. Ma ormai laveva mandata.

La risposta arrivò più in fretta del solito.

Sofi.

I fame bella domanda. Da giovane avevo sempre fame. E non solo di pasta e patate, ma di tutto. Volevo una Vespa, scarpe nuove, una stanza tutta per me per non sentire mio padre tossire la notte. Volevo rispetto. Entrare al bar e non contare gli spiccioli. Volevo che le ragazze mi guardassero invece di tirare dritto.

Ora mangio normale. Anzi, il medico dice anche troppo. Forse scrivo di cibo perché è qualcosa che puoi toccare e ricordare. È più facile descrivere un sapore che la vergogna.

Già che me lo chiedi, ti racconto una storia. Ma senza farci la morale, come piace a te.

Avevo ventitré anni. Stavo con la futura nonna, ma era un rapporto traballante. In fabbrica cercavano qualcuno da mandare al Nord, lì pagavano bene, così in due anni potevi comprarti una macchina. Io ci andavo dietro con la testa Già mi vedevo con la 127, tornando a casa da eroe.

Ma cera un dettaglio. La nonna disse che non sarebbe venuta. Aveva la madre malata, il lavoro, le amiche. Disse che non avrebbe resistito al buio e il freddo di lassù. E io risposi che mi tirava giù. Che se mi amava doveva farmi andare. Lho detto pure peggio, ma non te lo riporto.

Alla fine sono partito da solo. Dopo sei mesi ci siamo persi di vista. Son tornato dopo due anni con i soldi e la macchina, e lei si era già sposata. Per tanto ho raccontato in giro che mi aveva tradito. Che io per lei ma lei

Se devo essere onesto, ho scelto i soldi e la macchina invece della persona. E poi ho finto che fosse stata la scelta giusta.

Questo era il mio appetito.

Mi chiedi come mi sentivo. Credo, in quel momento mi sentivo importante, nel giusto. E poi per anni ho fatto finta di non sentire niente.

Se non vuoi rispondere, non rispondere. Capisco che hai altro da fare che stare dietro alle storie di un vecchio.

Il tuo nonno Carlo.

Sofia rilesse più volte. La parola vergogna si era attaccata addosso come una spilletta. Si sorprese a cercare tra le righe una scusa che il nonno però non offriva.

Scrisse Ti sei pentito?, cancellò. E se fossi rimasto? cancellò di nuovo. Alla fine inviò tuttaltro.

Ciao nonno.

Grazie per averlo scritto. Non so che dire. Da noi, su nonna si parla come se fosse sempre stata soltanto nonna, senza alternative.

Io non ti giudico. Anchio ho scelto il lavoro anziché qualcuno. Avevo un ragazzo. Proprio quando ho iniziato a fare la rider, mi davano turni migliori. Lavoravo sempre. Mi diceva che non ci vedevamo mai, che ero sempre al telefono, sempre stanca e nervosa. Io rispondevo che doveva avere pazienza, che poi sarebbe stato meglio.

Poi lui mi ha detto che era stufo di aspettare. E io ho risposto che era un suo problema. Anche peggio, ma non te lo ripeto.

Adesso, quando torno in camera alle undici di sera e mi scaldo due uova, penso che forse ho scelto i soldi e le consegne invece della persona. E anche io faccio finta che vada bene così.

Forse è di famiglia.

Sofia.

La lettera del nonno, stavolta, era scritta su un foglio a righe. La mamma spiegò a voce che aveva finito il quaderno.

Sofi.

Bella questa del di famiglia. Da noi tutto viene sempre attribuito a qualcuno prima: beveera il nonno, urlaera la nonna severa. In realtà ogni volta si sceglie da soli. Solo che a volte è più facile inventarsi la genetica perché fa meno paura.

Quando sono tornato dal Nord, pensavo di avere una nuova vita. La macchina, la stanza, qualche soldo in tasca. Ma la sera mi sedevo sul letto a fissare il vuoto. Gli amici andati via, in fabbrica cambiato il capo, a casa solo polvere e la vecchia radio.

Un giorno sono passato davanti alla casa della nonna che non è mai diventata tua nonna. Mi sono fermato dallaltra parte della strada a guardare le finestre. In una cera la luce, nellaltra buio. Sono rimasto finché non ho avuto freddo. A un certo punto lho vista uscire con una carrozzina. Cera lì un tipo, la prendeva per il braccio. Ridevano, parlavano. Io mi sono nascosto dietro un albero come un bambino. Ho guardato finché non sono spariti dietro langolo.

È stato allora che ho capito che nessuno mi aveva tradito. Io avevo scelto la mia strada, lei la sua. Solo che ad ammetterlo a me stesso ci ho messo dieci anni.

Dici che hai scelto il lavoro invece del ragazzo. Forse non era il lavoro, ma te stessa. Forse ora hai più bisogno di uscire dai guai che di andare al cinema. Non è bene o male. È solo così.

Sai cosa fa più male? Che raramente diciamo a qualcuno la verità: adesso ho bisogno di questo più che di te. Invece ci arrampichiamo sulle frasi belle e poi ci rimangono tutti male.

Non ti sto dicendo che devi tornare da lui. Non so nemmeno se sarebbe giusto. Ma magari un giorno, sotto una finestra che non è più la tua, ti verrà in mente che si poteva essere più sinceri.

Il tuo vecchio nonno Carlo.

Sofia era seduta sul davanzale del corridoio dello studentato, il telefono caldo nel palmo. Fuori le macchine sulle pozzanghere, qualcuno fumava sul portone. Dal vicino la musica vibrava nei muri.

Pensava a cosa rispondere. Le tornò alla mente quando era stata sotto le finestre del suo ex, che ormai non le rispondeva più. Guardava le tende, la luce accesa, sperava che lui si affacciasse. Non lo fece.

Scrisse.

Ciao nonno.

Anche io sono stata sotto la finestra. Mi sono nascosta quando lho visto uscire con uno. Lui collo zaino, lei la busta della spesa. Ridevano. In quel momento ho pensato che mi avevano cancellato dalla vita. Ora leggendo te, magari sono stata io a uscire.

Dici che ce lhai messa dieci anni per capirlo. Spero di farcela prima.

Non lo vado a cercare indietro. Forse smetterò solo di fare finta che non mi importi niente.

La tua nipote Sofia.

La lettera seguente era su tuttaltro argomento.

Sofi.

Un tempo mi hai chiesto dei soldi. Non ti ho risposto, non sapevo come cominciare. Ci provo ora.

In famiglia qui i soldi erano come il meteo: se ne parlava solo quando andava davvero male o sorprendentemente bene. Tuo padre, da piccolo, una volta mi chiese quanto guadagnavo. Avevo appena iniziato un secondo lavoro, prendevo più del solito. Gli dissi la cifra con orgoglio. Lui mi guardò con gli occhi sgranati: Allora sei ricco!. Io risi, gli dissi che era roba da poco.

Passarono due anni, persi il lavoro. Arrivò a chiedermi di nuovo quanto guadagnavo. Gli dissi la cifra, lui: Ma perché così poco? Lavori peggio?. Mi arrabbiai, urlai che non capiva, che era ingrato. Ma lui cercava solo di capire i numeri.

Per anni ho pensato che proprio allora lho educato a non chiedermi nulla sui soldi. È cresciuto senza chiedere più, solo lavorando in silenzio, portando scatole, aggiustando cose per altri. E io sempre a pensare che dovesse capirlo da solo quanto mi fosse difficile.

Questa volta non voglio ripetere lerrore. Te lo dico senza giri: la pensione non è granché, ma per le medicine e il cibo basta. Niente più soldi per la macchina, ed è meglio così. Ora risparmio solo per i denti, che i vecchi si arrendono.

Tu, invece, te la cavi? Non nel senso che ora ti mando due soldi o le calze. Solo per sapere se mangi e se hai dove dormire.

Se ti vergogni, scrivimi solo tutto bene, e capirò.

Il nonno Carlo.

Sofia sentì una fitta dentro. Si ricordò di quando da bambina chiedeva al padre quanto guadagnava e lui rispondeva sempre con battute o bruschi lo scoprirai. Crescere con lidea che i soldi sono una roba di cui vergognarsi.

Guardò a lungo il testo, poi rispose.

Ciao nonno.

Non passo fame e non dormo sul pavimento. Ho un letto, anche il materasso non è male. Pago da sola lo studentato, è un accordo col papà. A volte rimango indietro, ma nessuno mi ha ancora cacciata.

Per il cibo basta stare attenta, senza esagerare. Quando va male, faccio più turni, ma poi vado in giro come uno zombie. Comunque, è una mia scelta.

Un po mi dispiace che tu mi chieda e io non riesca a chiederti lo stesso, tipo: nonno, ma tu ce la fai?. Ma te lo sei già detto da solo.

A essere onesta, mi sarebbe stato più semplice se avessi scritto va tutto bene e basta, ma capisco che è abitudine. Gli adulti non raccontano mai.

Grazie per aver parlato di soldi.

Sofia.

Tenendo il telefono, aggiunse un secondo messaggio:

Se un giorno ti manca qualcosa e la pensione non basta dillo. Non prometto di poterti aiutare sempre, ma almeno lo saprò.

Inviò prima di potersi pentire.

La risposta del nonno fu la più tremolante di tutte. Le lettere ballavano, le righe sbagliate.

Sofi.

Ho letto il tuo messaggio su se non basta. Allinizio stavo per scrivere che non mi serve niente. Poi volevo scherzare: se mai volessi, ti chiederò una Vespa nuova.

Poi ho pensato che ho passato la vita a fare il duro, quello che non chiede mai nulla. E invece ora sono solo un vecchio che ha paura di chiedere anche una sciocchezza alla nipote.

Perciò ti dico così. Se mai avrò davvero bisogno di qualcosa che non posso avere, cercherò di non fare finta che non sia importante. Ma adesso ho il tè, il pane, le medicinee le tue lettere. Non è una frase fatta, è la lista vera.

Sai, ho sempre pensato di essere diverso da te. Tu con sti come si chiamano app, io con la radiolina. Ma leggendoti, vedo che abbiamo molto in comune. Nemmeno tu chiedi; anche tu fai finta che non ti importa, quando invece importa eccome.

Visto che ormai parliamo chiaro, te ne scrivo unaltra, una cosa di cui non si parla mai in famiglia. Non so come la prenderai.

Quando è nato tuo papà non ero pronto. Avevo appena iniziato il lavoro, ci avevano dato una stanza, pensavo: adesso sì che va. Poi il bambino, il pianto, le notti bianche. Tornavo dopo il turno e lui urlava. Mi è capitato una volta, esasperato, di scagliare il biberon contro il muro. Si è spaccato, il latte ovunque. Tua nonna piangeva, il bimbo urlava, io volevo solo scappare e non tornare più.

Non sono scappato. Ma per anni lho chiamato un semplice scatto di nervi. In realtà era il momento in cui sono stato a un soffio dallandarmene. Se lo avessi fatto, oggi non staremmo qui a scriverci.

Non so se ti serve saperlo. Forse per capire che tuo nonno non è un eroe né un esempio. Sono solo una persona che a volte ha voluto mandare tutto al diavolo.

Se dopo questo non vuoi più scrivermi, ti capisco.

Il nonno Carlo.

Sofia lesse e si alternava dentro di lei il freddo e il caldo. Limmagine del nonno, sempre coperta di unaura di coperta calda e profumo di arance a Natale, ora si colorava di altro. Un uomo stanco in una stanza, il bimbo, il pianto, il latte per terra.

Le venne in mente la scorsa estate, quando aveva fatto leducatrice al campo estivo e aveva urlato troppo a un bambino che piangeva sempre. Laveva stretto per una spalla più del necessario, lui si era spaventato e messo a piangere ancora più forte. Sofia era rimasta sveglia tutta la notte a chiedersi se mai sarebbe stata una madre decente.

Restò a lungo sul messaggio vuoto. Le dita digitarono: Non sei un mostro. Cancellò. Ti voglio bene comunque. Cancellò, troppo sdolcinato.

Alla fine inviò:

Ciao nonno.

Non smetterò di scriverti. Non so cosa si debba rispondere a queste cose. In famiglia di queste cose non si parla mai. Sul pianto, sulla voglia di scappare. O si tace o si scherza.

Lestate scorsa anchio ho perso la pazienza con un bambino al campo. Mi sono spaventata di me stessa. Poi ho pensato che non dovrei mai avere figli.

Ma quello che scrivi non ti rende peggiore. Ti rende vero.

Non so se potrò mai raccontare con la stessa sincerità a un mio figlio, se mai lavrò. Ma magari cercherò almeno di non fingere di avere sempre ragione.

Grazie perché non sei scappato allora.

Sofia.

Premette invia e per la prima volta si rese conto di aspettare la risposta, non per educazione, ma perché sentiva ne avesse bisogno.

La risposta arrivò due giorni dopo. Stavolta la mamma non mandò una foto, solo un messaggio: Ha imparato a fare gli audio, ma ha paura di spaventarti. Ho trascritto io.

Sul telefono arrivò la foto di un foglio a righe.

Sofi.

Ho letto la tua lettera e ho pensato che sei già più coraggiosa di me alla tua età. Almeno tu ammetti di avere paura. Io invece fingevo di essere sempre di ferro, poi spaccavo i mobili.

Non so se sarai una buona mamma. E nemmeno tu lo sai. Queste cose si capiscono solo vivendo. Solo che già il fatto di chiedertelo, dice tanto.

Hai scritto che io per te sono vivo. È il complimento più grande che abbia mai avuto. Di solito mi dicono caparbio, cocciuto, burbero. Vivo non me lo dice nessuno da una vita.

Già che ci siamo: voglio chiederti una cosa, ma mi vergognavo. Ora te la chiedo. Se ti stufo con queste storie, dimmelo. Posso scriverti meno, o solo a Natale. Per me è importante non soffocarti col mio passato.

E poi, se un giorno vuoi venire a trovarmi senza motivo, io sono qui. Ho uno sgabello libero e una tazza pulita. Pulita davvero, ho controllato.

Tuo nonno Carlo.

Sofia sorrise sulle righe della tazza. Si immaginò quella cucina, lo sgabello, il glucometro sul tavolo, il sacchetto di patate vicino al termosifone.

Aprì la fotocamera, immortalò la sua cucina nello studentato: lavabo con piatti, la padella rovinata, il pacco di uova, il bollitore, due tazze (una col bordo scheggiato). Sul davanzale un barattolo pieno di forchette.

Mandò la foto al nonno e aggiunse:

Ciao nonno.

Questa è la mia cucina. Di sgabelli ne ho due, tazze ce ne sono. Se un giorno vuoi venire davvero, io ci sono. O quasi.

Non mi hai stancata affatto. A volte non so cosa rispondere, ma non significa che non leggo.

Se vuoi, scrivimi di qualcosa che non riguardi né il lavoro né il cibo. Qualcosa che non hai mai raccontato, non per vergogna, ma solo perché non avevi nessuno.

S.

Inviò e improvvisamente realizzò che aveva appena posto una domanda che non aveva mai rivolto ad alcun adulto della sua famiglia.

Lasciò il telefono sul tavolo, lo schermo si spense. Sul fornello friggevano le uova. Nella stanza accanto ridevano. Sofia girò le uova, spense il gas e si sedette sul suo sgabello, immaginando che un giorno, lì di fronte, sullo stesso sgabello, ci sarebbe stato il nonno, con la tazza in mano, a raccontare le sue storie, stavolta non più sulla carta, ma a voce.

Non sapeva se davvero il nonno un giorno sarebbe venuto e come sarebbe stato il futuro. Ma il sapere di avere qualcuno a cui puoi mandare la foto della tua cucina in disordine e chiedere e tu? le diede un senso di pace e dolce malinconia.

Prese il telefono, riaprì la chat e guardò lelenco dei messaggi. I quadretti, le righe, i suoi S.. Poi lo girò a faccia in giù, per non perdersi nessuna notifica, se fosse arrivata.

Le uova si erano raffreddate, ma questa volta le mangiò tutte, lentamente, come se stesse condividendo il pasto con qualcun altro.

La parola ti voglio bene non comparve mai nella chat, ma tra le righe ormai cera qualcosa che bastava a entrambi.

[Mora: Per capire chi siamo, a volte basta trovare il coraggio di essere sinceri con chi amiamo; così, si insegna a parlare con il cuore anche senza grandi parole.]Appena finì di mangiare, Sofia sentì il telefono vibrare. Un nuovo messaggio. Era una foto sfocata: la mano del nonno, la vecchia moka sul fornello, una tazza bianca con il bordo dorato e il piatto di patate sbucciate, pronte per la cena. Sotto, una riga appena leggibile:

Sofi, questa è la mia cucina stasera. Oggi non parlo di lavoro né di mangiare. Ti racconto che a volte mi sorprendo ad ascoltare la radio e immaginare chi sono le persone che chiamano, cosa sognano davvero. Una volta anchio sognavo di andare a vedere il mare, solo, senza dover rendere conto a nessuno. Non lho mai fatto. Avevo paura che, una volta laggiù, il silenzio fosse troppo forte per uno che ha sempre vissuto nel rumore. Adesso penso che il vero coraggio non è partire, ma restare e scrivere queste cose a te.

Ecco la cosa che non ho mai detto: a volte immagino di essere ancora in tempo. Di svegliarmi un giorno e prendere il treno, arrivare là dove il mare comincia, e sentire il sale nelle narici. Se non sarò capace, mi basta sapere che almeno a te ho potuto raccontare il mio piccolo segreto.

Grazie per lo sgabello, la tazza e la cucina in disordine. Un giorno ci prenderemo il caffè insieme. Magari con le patate, magari solo con un po di silenzio.

Buonanotte, la tua famiglia,
Carlo.

Per la prima volta, Sofia non rispose subito. Guardò fuori dalla finestra: la città buia, i fari delle auto che tremavano sulle pozzanghere, le voci in lontananza. Nel silenzio della sua stanza, sentì addosso la presenza di qualcuno che avrebbe potuto comprendere ogni sua stanchezza, ogni sua scelta. Qualcuno che, come lei, portava in sé desideri semplici e segreti, e la speranza ostinata di non avere realmente smesso di sognare.

Fuori ricominciava a piovere. Sofia appoggiò la fronte al vetro. Si fece la promessa che, quando avrebbe potuto, avrebbe preso un treno verso il mare. E magari, in uno zaino, avrebbe portato anche una vecchia tazza bianca, per il caffè da condividere con chi sa ascoltare senza bisogno di istruzioni.

E, col sorriso più vero, sussurrò al buio: A domani, nonno.

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