Il tradimento dei figli: la storia di Dasha, la sorella dimenticata, tra gelosia, ingratitudine e la…

15 ottobre

Oggi, ancora una volta, sono rimasta incantata a guardare mio fratello e mia sorella. Che belli che sono! Alti, con capelli scuri e occhi azzurri che sembrano cieli di primavera. Unaltra premiazione per loro. Ancora una volta hanno vinto una gara. Ho cercato di avvicinarmi per essere la prima a congratularmi, zoppicando un po sulla gamba destra. Avevo fatto con le mie mani due coniglietti di lana, uno con una gonnellina, laltro con pantaloni a quadretti. Era il mio regalo per loro.

Con la mia goffaggine, il corpo abbondante, i capelli radi raccolti maldestramente, ho sorriso, semplice, senza ombra di malizia. Cristina e Marco hanno deciso di far finta di non vedermi. Ma io mi sono fatta coraggio.

Per favore, lasciatemi passare, sono i miei fratello e sorella! Fatemi passare! ho detto tutta contenta.

Ale, ma quella lì non è vostra sorella? Dice che lo è… Quella ragazza grassottella, ha chiesto Lisa, lamica bionda di Cristina.

Cristina si è girata appena e mi ha visto. È stato come se dentro si fosse vergognata di me. Ma guarda un po, la solita cicciona si è fatta vedere. Sicuro sarà stata mamma a costringerla, ha pensato, lo so.

Ha risposto ad alta voce: No, certo che no. Io ho solo un fratello, Marco!

Ecco, mi pareva Questa vuole solo appiccicarsi alla vostra fama. Poi vi porta pure dei pupazzetti ma guarda te! ha riso Lisa.

Sarà una fan locale. Dai Lisa, prendi i giocattoli, noi andiamo, Cristina ha mandato un bacio a tutti, ha preso la mano di Marco e se ne sono andati.

Lisa ha preso i coniglietti e mi ha assicurato che glieli avrebbe dati. Bene! Allora vi aspetto a casa! Preparerò le ciambelle! E io, trascinando la gamba, sono tornata verso casa.

Lisa si è girata verso Cristina: Ecco, te li ho dati. Ha detto che vi aspetta, farà le ciambelle. Sembra una ciambella pure lei ma questa è proprio vostra parente? Perché vi segue?

Cristina è stata secca: No! Non la conosco. Tanti ci vogliono stare con chi è famoso. Dai, basta! Ha gettato i pupazzetti nel cestino, e insieme agli altri sono andati a prendere il premio.

Lei aveva mentito a Lisa. Io, Daria, ero davvero sua sorella. Non di sangue, una figliastra. Quando è mancata una lontana parente di mamma Ines, sono rimasta solo io. Ero piccola, con un handicap.

In realtà, mamma Ines, la madre di Cristina e Marco, era parente davvero lontana neanche il cognome era lo stesso. Nessuno degli altri parenti voleva prendersi cura di me. Ma lei ha insistito, anche sopportando le scene del marito e dei figli, che quando hanno saputo che arrivava una sorellina nuova, avevano fatto una tragedia.

Mamma, non vogliamo averla in casa! È grassa, zoppica, è pure tonta ci fa solo vergognare!

Ma figli miei, è una bambina sola. Anche i cani e i gatti vengono accolti. Perché non una bambina viva? Abbiamo una casa grande! li supplicava mamma Ines.

Alla fine, a malincuore, si sono rassegnati. Era lei a portare i soldi a casa, era direttrice del supermercato in città; mio padre, Salvatore, lavorava con lei ma non si impegnava mai troppo, preferendo infatuarsi delle clienti. Se mamma Ines lo sapeva, taceva: era troppo bello, e i figli presero tutto da lui.

Io, Daria, sono cresciuta così, sempre da sola, un po goffa, i capelli chiari, occhi come latte con riflessi azzurri. Sembra acqua e latte, cicciona! rideva Cristina.

Ero dolce, sempre con le guance paffute e le fossette. Ma dovevo giocare da sola. Marco e Cristina avevano sempre giochi tutti per sé. E spesso mi caricavano le colpe: Marco ha rotto il vaso della mamma, e la colpa è caduta su di me; Cristina ha strappato il golf di mamma e di nuovo sono stata io la colpevole.

Io non ribattevo. Annunciavo solo scuse. E capivo benissimo chi fosse stato. Non volevo che loro fossero sgridati. Erano così belli!

Mamma Ines neanche lei mi sgridava. Ma mio padre, a volte, sì.

Ma perché hai portato in casa questa spaventapasseri! Ci fa fare brutta figura, zoppica pure, pesa come un maialino. Siamo tutti belli di famiglia e ci porti sta sventura? Nessuno ti aveva costretta! urlava Salvatore.

Io ascoltavo dietro la porta chiusa. Poi andavo allo specchio. Non amavo quello che vedevo. Volevo essere bella come Marco e Cristina ma niente.

Persino a scuola mi hanno mandato da unaltra parte: i gemelli avevano insisto, promettendo che avrebbero smesso di studiare se fossi andata nella stessa scuola. E mamma Ines, combattuta, ha accettato. Vedeva quel fragile ponte che cercava di mantenere tra noi crollare e non poteva farci nulla.

Col tempo, Marco e Cristina sono andati via alluniversità. Io ho chiesto a mamma di restare a casa.

Daria, ma potresti andare ovunque! Pago per te qualsiasi scuola! Vuoi fare la designer? Linterprete? Dimmi tu! Mamma mi stringeva a sé.

Io, come un gattino, mi strofino sulla sua guancia. Solo con me era dolce così. I figli veri, spesso, si limitavano a darle un bacio distratto. Non cera mai quella calda tenerezza come tra noi due.

La aspettavo sempre al ritorno dal lavoro: anche se era tardi, magari freddo, io ero lì, sul portone o seduta nel corridoio ad attenderla. Papà e gli altri figli, mai. Le dissi una volta: Mamma, posso curare gli animali? Voglio diventare veterinaria. Mi piace prendermi cura di cani, gatti, criceti e maialini. Posso studiare qui?.

La mia scelta era ovvia. Portavo sempre a casa cuccioli abbandonati gattini, cagnolini. Ne curavo tanti, affidandoli ad altri. Un cane invece restò da noi: un grosso meticcio che Cristina non voleva. Ma mamma Ines prese la mia parte.

Poi, quando la salute di mamma peggiorò, fu costretta a stare a casa. Papà, visto che presto sarebbero finiti i soldi di famiglia, corse subito tra le braccia della sua amica, la parrucchiera del paese.

I figli venivano giusto per chiedere soldi. Per fortuna cerano risparmi. Solo io sono rimasta con mamma. Preparavo ogni giorno piatti deliziosi, la massaggiavo, preparavo tisane. Di sera, stavamo sotto il pero a bere tè. In quei momenti ero felice come mai nella vita.

Con il tempo, Cristina e Marco si sposarono. Mamma li aiutò a comprare casa, ma presto arrivò la disgrazia. Marco, una notte, arrivò in lacrime: Mamma, sono nei guai, devo restituire una cifra enorme!

Ma come? Dove trovo tutti questi soldi? Ma tuo padre? Niente? Nemmeno con tutti i risparmi ci arrivo. E ora?

Marco suggerì : Vendi la villa, così basterà per coprire tutto.

E noi? E io e Daria dove andiamo?

A quella cretina non mi importa. È grande, si arrangia. Tu vieni da me, Loredana sarà felice! Loredana era la moglie di Marco, e mamma aveva forti dubbi che fosse vero, ma non contestò. Bisognava salvare il figlio. Mise solo la condizione: io dovevo venire con lei. Marco accettò a fatica. Ma poi gli ho detto io stessa: Mamma, vai da sola. Io andrò da qualcuno che mi vuole bene, non preoccuparti!

Come sarebbe a dire? Chi è questa persona? Non ce lo hai mai detto? sorrise mamma.

Dopo, conoscerai tutto. Stai tranquilla! lho abbracciata.

Così Marco era contento: non doveva inventarsi niente con Cristina pur di non farmi entrare in casa.

Ma ho mentito. Non avevo nessuno. Avevo solo capito che non ero la benvenuta. Temevo che mamma, già debole, soffrisse per causa mia. Non volevo darle altri pensieri. Perché io la amavo davvero con tutto il cuore.

Ho trovato una stanza in affitto, nella vecchia casa del signor Procopio, un anziano rimasto solo con tanti animali: galline, capre e maialini. Quando ha saputo che ero veterinaria, ha insistito per non farmi pagare, ma io glieli rimettevo sempre nella tasca.

Le cose andavano bene. Un tetto sopra la testa, il lavoro e tutta la stima dei miei clienti. Tutti gli animali mi adoravano. Per ciascuno trovavo una parola dolce. E dopo le cure, sempre un piccolo premio, sforzandomi di comprarlo con il mio stipendio.

Ecco qua, Pallino, bravo il mio tesoro. Ti ho lasciato le goccine, chiamami di notte se serve! dicevo ai proprietari.

Ma al mio Michelino in ospedale non hanno dato tante attenzioni! Sei oro, ragazza mia! mi diceva la signora Anna, con il suo gatto persiano.

In quei momenti mi sentivo felice, ma il cuore era in pena come stava la mia mamma? La chiamavo spesso, ma sembrava non volesse parlare. Le ultime volte rispondeva Marco, sempre più scortese: Sta riposando!

Non lo so, la mia mamma mi manca. Sei mesi che non la vedo, Procopio ho sospirato davanti a un tè con il vecchio.

E allora? Andiamo lì insieme! Ho ancora la mia Panda, vecchia come me ma cammina! E ho la patente! ha proposto lui.

Così, armata dellindirizzo di Marco, siamo partiti. Abbiamo bussato a lungo. Alla fine, ha aperto una ragazza bionda, in vestaglia, sbuffando.

Chi siete? Vendete qualcosa? Non compriamo! ha cercato di chiudere la porta.

Scusi, lei è Loredana? La moglie di Marco? ho chiesto.

Sì, e allora? E tu chi sei?

Io sono Daria, la sorella! Mi sono fatta avanti ma lei mi ha bloccata.

Ho capito. E che vuoi? Sto andando dallestetista, non ho tempo! altezzosa.

Voglio solo vedere mamma, lui è il signor Procopio. Dove sta mamma? Solo un saluto, poi ce ne andiamo!

Non cè più. Marco lha portata in una casa di riposo. Qui non cè chi la può curare, lui lavora, io pure. Dove? Non saprei. Aspetta, ora chiamo. Sì, cè qua sta Daria con uno vecchio. Vogliono lindirizzo. Va bene, glielo scrivo. E non vi voglio più vedere qui!

Io non ho ascoltato altro, ho afferrato il foglietto e assieme a Procopio sono corsa via.

Comè possibile Nessuno mi ha avvertita Se solo avessi avuto una casa, lavrei portata con me ho mormorato.

Ma scherzi? La prendevamo noi! Ho una stanza in più. DOVEVANO dircelo! sbottava Procopio.

Arrivati là, mi sono quasi sciolta. Quella donna magrolina, così fragile era la mia mamma? Era sempre stata energica, curava tutto. Ora giaceva nel letto, guardando il soffitto.

Mamma! Sono io, Daria! Perdonami se non sono venuta. Credevo mamma, non cè perdono per me! Ma adesso ti porto a casa! Da noi! Ci sono galline, ti preparerò la frittata, ti darò il latte fresco delle capre e starai subito meglio. Ti prego, mamma, non stare in silenzio! Ti voglio bene!

Riportarla a casa non è stato facile. Ma per legge sono ancora sua figlia, e Procopio si è imposto lui ex partigiano, pronto a chiamare qualche generale se la mamma non fosse tornata da noi. Marco aveva chiesto che restasse lì per sempre…

Dopo dieci giorni, mamma si è alzata dal letto, si è avvicinata alla finestra. Il cortile era pieno di vita, la scrofa Filippa camminava tranquilla, il gallo cantava. Profumava di erba e di latte. E di ciambelle, che io preparavo.

Sono entrata, zoppicante, e lho trovata che piangeva. Mi sono lanciata tra le sue braccia, chiedendo scusa per il tempo perso, per il fatto che ora dovevamo vivere insieme, non più con Marco o Cristina.

Mamma mi ha stretto a sé, in silenzio. Sembrava rivedere in me la bambina buffa che aveva accolto una volta. Non figlia del suo sangue, ma lunica, la più dolce e premurosa, capace di restarle accanto quando tutti, i belli e i vincenti, lavevano abbandonata.

Tranquilla, Daria, andrà tutto bene adesso. Tranquilla, figlia mia mormorava mamma.

Ragazze, che si fa? È ora del tè! ha chiamato il signor Procopio.

Abbiamo riso, ci siamo presi per mano, e così siamo entrati tutti insieme in un nuovo capitolo della nostra vita.

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