Verso il quartiere

Al Quartiere

Mi chiamo Giacomo De Santis, e il mio diario oggi giusto per tener memoria inizia dallo slargo di fronte allalimentari di via Garibaldi. Ho lasciato la mia vecchia Fiat Panda col motore acceso davanti al negozietto allincrocio, come faccio sempre. Così i passeggeri salgono in fretta, la poca tepore che rimane non svanisce subito, e io non perdo il ritmo. Sul cruscotto tengo una taccuino a quadretti con lorario delle corse, vicino una penna e qualche euro sciolto in un bicchierino di plastica. Non la chiamo proprio una professione, anche se di fatto lo è: porto fino al paese chi sta oltre il quartiere, quelli per cui lautobus è scomodo o troppo caro.

La strada la conosco ormai a memoria. Subito dopo il ponte, a destra cè una buca infame, meglio evitarla andando un attimo nella corsia opposta, sempre che non arrivi nessuno. Alla fine della fila di pioppi, un cartello storto che di notte sembra quasi una persona in piedi. Proprio allingresso del quartiere, la deviazione verso la vecchia cascina, dove dal prato sale quel tipico odore umido che arriva dai fossi. Ache le facce le so. Qualcuno sale con me una volta a settimana, qualcuno ogni giorno. Cè chi non dice una parola, chi sembra voler raccontare tutto in una corsa, come se in auto fosse più facile.

Io non sono uno psicologo. Ascolto e annuisco, rispondo breve se mi chiedono. Alla mia età, parlare per nulla ti toglie solo forze. Mi piace la chiarezza semplice: portare, lasciare, tornare indietro. Però ho capito già da un pezzo che la strada cambia la gente, li rende più sinceri, e lautista rimane testimone. Testimone senza possibilità di firma.

Una donna si avvicina alla macchina giubbotto chiaro, avrà quarantanni, la borsa attraversata sulla spalla. Lho già vista, ma non ricordo il nome.

Fino al quartiere? dico, senza girarmi tutto, solo locchio nello specchietto.

Fino al quartiere, risponde lei e si siede dietro, lato finestrino. Mi lasci al paese, dalle Betulle.

Controllo come richiude la porta: lenta, attenta, come se temesse di dar fastidio. La borsa la tiene sulle ginocchia, la cintura la chiude senza che glielo dica nessuno. Questi non discutono sul prezzo, non chiedono mi lasci due passi più avanti?.

Aspettando il secondo passeggero sistemo gli specchietti, alzo appena la dashcam che ormai si regge per miracolo sulla ventosa. Sulla mia agenda oggi ci sono due corse, questa è la prima. Vorrei essere a casa prima di pranzo: devo portare lacqua dal pozzo e il ginocchio inizia a farmi male se sto troppo seduto.

Dallaltro lato della via esce un uomo alto, giubbotto scuro e uno zainetto. Cammina spedito come se avesse fretta, ma davanti alla macchina rallenta, guarda dentro il vetro posteriore e si ferma un attimo.

Mi accorgo che non è paura, non è gioia; è un rallentamento, quella frazione di secondo in cui listinto decide cosa fare.

Per il quartiere? gli ripeto.

Sì, apre la porta davanti, fino al paese.

Non si allaccia la cintura subito; lo fa solo dopo aver poggiato lo zaino. Poi come per ricordo, tira la cintura e fa scattare il blocco. Metto in marcia.

I primi chilometri viaggiamo in silenzio. La donna dietro guarda fuori, mi accorgo riflesso nello specchietto che a intervalli osserva luomo davanti. Lui fissa avanti, le mani strette sullo zaino, come se potesse scappargli.

Accendo la radio a volume basso, spengo quasi subito. La musica qui dà fastidio: tanto già laria è densa dei pensieri degli altri. Preferisco ascoltare motore, gomme, il mio fiato.

È bella oggi la strada, dico, solo per dare normalità.

Già, dice luomo.

Sì, normale, risponde la donna, ma la voce è appena un po più acuta di come dovrebbe essere.

Mi scopro a seguire più le pause che le parole. Quella di lui è più lunga di quella di chi non importa. Quella di lei, come di chi misura cosa sia meglio dire o no.

Schivo la buca dopo il ponte come sempre. La macchina traballa, la donna stringe di più la borsa.

Lei viene spesso? chiede allimprovviso, ma alluomo.

Lui si volta poco, non del tutto.

Per lavoro, dice. Qualche volta.

E lei cerca il nome, si corregge, Da quanto non viene al paese?

Sento il calore aumentare nellabitacolo, anche se il riscaldamento è sempre lo stesso. Non amo quando si mettono a scavare luno nellaltra in mia presenza. Soprattutto così, per domande storte.

Da tanto, risponde lui. Ci sono cresciuto.

La donna espira leggera. La vedo calare gli occhi sulla borsa e accarezzare la cerniera, senza aprirla.

Il mio solito: non immischiarmi. Sono adulti, faranno loro. Ma la regola tiene finché non appare la sensazione che qualcuno può scoppiare. Allora chi guida non è più solo volante: è un muro.

Uscendo dal filare, luomo estrae il telefono, lo guarda e lo rimette a posto. Ho visto che le dita tremano, ma non per il freddo.

Dove la lascio esattamente? chiedo, per tagliare diritto. Al paese ci sono tante fermate.

In piazza dal municipio, risponde. Per dei documenti.

La donna solleva subito la testa.

Dal municipio? ripete di corsa.

Sì, stavolta si gira di più, si vede il naso segnato, la barba, lo sguardo stanco. Per il terreno.

Il terreno? ripete ancora lei, e questa volta nel tono cè qualcosa di trattenuto, forse rabbia.

Lui la guarda per davvero adesso, e cè un riconoscimento che non è affatto gioioso. Come se scoprissi incorniciata al muro una foto che pensavi bruciata.

Ci conosciamo? domanda.

Lei chiude per un secondo gli occhi.

Non si ricorda di me, dice. Va bene così.

Stringo il volante. Non vorrei mai essere in mezzo a una storia che può diventare tragedia. Ma mica posso fermarmi sulla statale. Proseguo, occhio ai fari che arrivano, ma ogni parola sembra una scheggia.

Mi scusi, lui parla sommessamente, ma più freddo. Dove

In ospedale, lo interrompe. Quello di zona. Dieci anni fa.

Lui si volta di colpo al finestrino. Gli trema un muscolo sulla faccia.

Non cero, dice.

Cera invece, non alza la voce, È venuto, una sola volta. Poi sparito.

Viene voglia di dirle basta, ma non ho diritto. Io sono autista, niente parentela e niente legge. Ma la responsabilità di avere qualcuno in auto resta la mia.

Senta, finalmente lui riprende, Mi sta scambiando per qualcun altro.

No, scuote il capo, Il cognome suo è Bianchi?

Colgo il sussulto delluomo. Piccolo, ma chiaro.

Come fa a saperlo? chiede.

Lho letto nei documenti, risponde. Allora e adesso.

Non è un caso, lo capisco. Non è solo il mondo è piccolo. Lei sa chi è lui. Lui non ci arrivava, ma adesso si sta avvicinando.

Ricordo che qualche settimana fa tutti al paese parlavano di un cambiamento di intestazione, che qualcuno si fosse fatto avanti per reclamare il suo. Io non seguo, tengo i miei pensieri. Ma mi tornano addosso ora.

Lasfalto qui è tutto rappezzato, la Panda traballa e il dialogo sembra diventare più spigoloso, ogni parola come un sobbalzo.

Io non capisco, luomo rallenta. Lei chi è?

Lei cerca il mio sguardo nello specchietto. Chiede tacitamente di resistere, non intervenire.

Sono Maria, esala. Ero infermiera, in pediatria.

Lui deglutisce.

E allora?

E allora lei è venuto dal bambino sospira, da Luca. Ha firmato la rinuncia. Dopodiché

Io non ho firmato niente, esplode lui.

Vedo la mano stringersi sulla cintura come per strappare via tutto.

Ha firmato, Maria non molla. Tra le mie mani. Cera la sua firma, lindirizzo: paese, via dei Pioppi, civico

Basta, tronca lui, così secco che sembra persino il motore ruggire.

Capisco che sono sul punto di oltrepassare il confine. Non conterà più chi ha ragione, ma solo che qui sta per frantumarsi qualcosa, e io sono lunico che trattiene tutto da dietro un volante.

Scelgo il punto per fermarmi già da metri: una piazzola allargata vicino a una fermata con la tettoia storta. Ci si può stare senza dare intralcio.

Facciamo una sosta, dico calmo. Qui va bene.

Perché? chiede lui.

Perché parlate come se vi dimenticaste che vi sto trasportando vivi, rispondo, fermo nella voce. Me compreso.

Mollo la frizione, tiro il freno a mano. Il motore resta acceso, fa pure caldo, e posso partire subito se servisse. Ora si sente solo il ticchettio della ventola.

Nessuno vi obbliga a scendere, preciso senza girarmi. Ma se dovete parlare, meglio qui. Non sono un giudice. Solo chi vi porta. Devessere finita che vi lascio incolumi.

Maria tace. Luomo guarda la strumentazione, come se potesse trovarci una risposta.

Mi sposto verso di lui.

Una domanda, dico. Non si ricorda davvero lospedale e la firma? O preferisce non ricordare?

Aspetta un attimo, poi piano, quasi con sollievo, toglie le mani dallo zaino.

Mi ricordo lospedale, sussurra. Ma non quella storia. Allepoca mia moglie era incinta, parto difficile. Dissero che il piccolo non ce laveva fatta.

Maria tira il fiato, di colpo.

Non era vero, dice. Non so chi labbia detto o perché. Io ero solo una giovane in corsia, non spiegavano nulla. Ho solo visto le carte.

Lui la guarda:

Vuole dire che mio figlio si interrompe.

Voglio dire che il bambino è sopravvissuto, adesso la voce è quasi un sussurro. Poi lo portarono via. Tutta la procedura è stata strana. Anni dopo ho provato a capire, ma mi mandarono via. Dopo un anno ho lasciato lospedale.

Resto fermo immobile. Sento solo la vecchia rabbia verso la facilità con cui non era vero può cancellare una vita. Ma qui la rabbia non serve.

Perché me lo dice ora? Qui, in macchina?

Maria si guarda le mani.

Perché ha fatto richiesta per quel terreno, spiega. In via dei Pioppi abita Luca. Ormai ha ventanni. Lui crede che lei sia nessuno. Quando va in municipio, salterà tutto fuori. Ho visto il suo nome, ho capito che era uno che può

Distruggere? lui ride amaro. Io nemmeno sapevo.

Non vorrei che vi incontraste sbagliando tutto ribatte lei. In pubblico, fra urla. Volevo solo mettere in guardia. Così ci pensa.

Sento che questa è una di quelle svolte che non dovrebbero accadere, ma accadono come un dosso che conosci ci passi comunque accanto.

Luomo guarda lungamente il parabrezza. Chiede, a mezza voce:

Lui sta bene?

Maria annuisce.

Lavora alla segheria. Non beve. Studiava al tecnico, ma ha lasciato. Ha la zia Francesca come madre adottiva. Si vogliono bene.

Lui chiude gli occhi e si passa una mano sul viso. Sul polso noto una striscia chiara, come se avesse tolto lorologio da poco.

Non posso entrare e dire: Ciao, sono tuo padre, se davvero lo sono.

Non glielo chiedo, risponde Maria. Solo, non faccia finta che quelle siano solo carte del terreno.

Mi sento di restituirgli almeno la possibilità di scegliere. Non forzare, non trattenere mettere confine.

Guardate, dico serio. Tra quaranta minuti siamo al quartiere. Là potete separarvi, parlare, scambiarvi magari i numeri. Ma se cominciate a sbranarvi, non vi porto oltre. Chiaro?

Luomo annuisce, senza incontrare il mio sguardo.

Anche Maria.

Tolgo il freno, torno piano sulla statale. Le gomme fanno rumore sulla ghiaia, poi asfalto. Dentro, silenzio. Ma non è vuoto: è quella calma dove si sente solo il battito proprio.

Dopo vari chilometri, lui torna a prendere il telefono.

Ha il suo numero? chiede, senza voltarsi.

Maria esita.

Ce lho, ma non so se dovrei.

Io non so nemmeno se ho diritto a quel terreno, replica lui. Faccia così: me lo scriva, io gli mando un messaggio, senza nome. Domando se vuole incontrare. Se dice di no, basta.

Maria guarda il finestrino, poi estrae un blocchetto, una Bic. Segno subito che apre su un foglio bianco, scrive piano i numeri, stacca il foglio con cura. Lo tiene in mano, ancora incerta.

Mi promette che non va a casa sua?

Prometto, dice.

Maria passa il bigliettino, lui lo prende tra due dita, come fosse fragile, e lo mette nella tasca interna. Chiude la zip fino in fondo.

Continuo sulla strada e sento qualcosa muoversi dentro. Ho sempre pensato che il mio lavoro fosse portare persone da A a B. Mi rendo conto che a volte portare significa anche dare alle storie la possibilità di fermarsi prima del precipizio, non dopo.

Allentrata del quartiere ci imbattiamo nel traffico del mattino. Klacson, qualcuno si innervosisce. Mantengo le distanze. Davanti lui sta dritto sul sedile, ma le spalle sono dure. Maria scruta fuori, come se cercasse un punto dove uscire e tornare solo persona, non il portatore di una verità non sua.

Qui per favore, dice quando vede la farmacia al semaforo.

Metto la freccia, rallento davanti alla piazzola. Maria apre la portiera, ma prima di scendere si piega in avanti.

Non so dove finirà, dice a lui. Non voglio sentirmi colpevole, però sono stanca di tacere.

Lui la guarda.

Se sbaglia, mi rovina la vita.

Se non sbaglio, lei già vive in una rovina, solo non lo sapeva risponde lei. Più piano: Mi perdoni.

Scende, chiude piano e si dirige decisa verso la farmacia, senza voltarsi. Solo quando è lontana riparto.

Mi lasci al municipio, dice lui, come a ricordarselo da solo.

Lo so, confermo.

Attraversiamo altri due isolati. Davanti al palazzo comunale mi fermo accostando. Non scende subito, guarda le mani, estrae il foglio del numero, lo fissa.

Secondo lei dovrei? chiede, senza alzare gli occhi.

Non mi piace dare consigli su questi argomenti, ma tacere sarebbe vigliaccheria.

Se va lì solo per il terreno, avrà una carta e perderà il sonno. Se va come uomo, magari non ottiene niente subito, ma resterà uomo. Decida lei.

Annuisce, rimette via il foglio, chiude la tasca. Alla fine apre la porta.

Grazie, dice solo, e scende.

Lo guardo allontanarsi. Cammina verso lentrata né veloce né lento, come imparando a camminare di nuovo. Solo sulla soglia si ferma, respira, poi varca la porta.

Mi riporto allo slargo di via Garibaldi, sistemo il taccuino sul cruscotto. Pesa dentro, ma non è disperazione. Domani ancora questa tratta, ancora facce, domande, silenzi. E io: Al quartiere?

Solo che ora so: a volte, in auto, oltre ai passeggeri salgono anche anni non detti di qualcuno. Tocca a me portarli a destinazione, lasciando a tutti la possibilità di dire ciò che conta, non con uno scossone ma col tempo giusto.

E la lezione di oggi, nel mio diario, rimane questa: portare le persone non vuol dire solo guidare, ma saper ascoltare i pesi che portano e fermarsi prima di una curva che non è solo sulla strada.

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