Il tradimento dei propri figli: la storia di Dasha, la sorella dimenticata, tra invidia, emarginazio…

Tradimento dei Propri Figli

Oggi guardavo ancora una volta con ammirazione mio fratello e mia sorella. Quanto erano belli! Alti, con i capelli neri e gli occhi azzurri. Li premiavano di nuovo.

Avevano vinto lennesima competizione. Mi alzai, cercando di arrivare per prima. Zoppicando sulla gamba destra, mi avvicinai a loro. Avevo preparato per mio fratello e mia sorella due coniglietti di lana: uno con una gonnellina, laltro con pantaloncini a quadretti. Volevo fargliene dono. Io ero goffa, molto robusta, con pochi capelli raccolti alla meglio, sulle labbra un sorriso ingenuo e dolce.

Cristina e Marco finsero di non vedermi. Cercai comunque di farmi strada tra la folla.

Permesso, per favore! Sono mio fratello e mia sorella! Fatemi passare! dicevo tutta contenta.

Cri, cè una ragazza tutta cicciottella. Grida che è vostra sorella. È vero? chiese Lisa, lamica bionda di Cristina.

Cristina si voltò appena e mi vide.

Che grassa scema! È arrivata pure qui. La mamma glielavrà detto, scommetto. Che vergogna! pensò tra sé.

Ad alta voce disse:

No, certo che no. Ho solo un fratello, Marco.

Eh, me limmaginavo. Forse voleva solo attaccarsi a voi. Guarda che aspetto ha! Vi infila pure dei giocattolini rise Lisa.

Sicuro sarà la nostra fan locale. Prendili tu da lei, Lisa, e poi raggiungici! Io e Marco andiamo fece Cristina mandando un bacio nellaria, e prese Marco per mano per fuggire dalla folla.

Lisa prese i coniglietti da me, assicurandomi che li avrebbe dati.

Va bene! Li aspetto a casa allora! Vi preparo delle crostatine! dissi io, claudicando via tutta felice.

Tieni, te li ha dati. Dice che vi aspetta a casa. Farà le crostatine. Sembra proprio una crostatina anche lei! Cri, sei sicura che non sia vostra parente? Perché vi sta sempre appiccicata? insistette Lisa.

No! Non la conosco nemmeno! Qui in tanti si avvicinano solo per la fama, immagino. Andiamo! esclamò Cristina, buttando i coniglietti nel cestino. Poi, insieme a Lisa e Marco, andò a ricevere il premio.

Aveva mentito alla sua amica. Io ero davvero sua sorella. Sorellastra. La mamma di Cristina e Marco, Ines Giordani, mi aveva accolta in casa quando era venuta a mancare una lontana parente. Ero rimasta sola dopo un incidente tornando da una vacanza in famiglia… Solo io ero sopravvissuta. Piccola, segnata nel fisico.

Ines Giordani in realtà era una parente molto lontana la classica parente allacqua di rose. Avevamo anche cognomi diversi, e i parenti più stretti si rifiutarono di aiutare. Così mi prese lei. Prima però resistette alle urla di suo marito e dei figli che, appena seppero che avrebbero avuto una sorellina, protestarono a gran voce. Cristina e Marco erano cresciuti viziati, i genitori non dicevano mai di no a nulla.

Mamma, non la prendere! È grassa, zoppica, sembra pure tonta. Ci vergogniamo a uscire con lei!

Figli miei, è una bambina che ha bisogno. Da sola. Ci sono persone che prendono in casa i cani e i gatti, e qui si tratta di una persona! Abbiamo spazio, non ci darà fastidio li persuase Ines.

Con riluttanza, accettarono. Era lei a portare i soldi a casa, faceva la direttrice di un negozio. Il marito, Guido, era il suo vice e non si affaticava più di tanto, sempre preso da flirt nascosti. Se Ines lo sapeva, non lo lasciava intuire: a vedere Guido, con la sua bellezza statuaria, i figli sembravano davvero aver preso da lui.

Crescevo, piccola e buffa. Capelli biondo cenere, occhi… Sì, azzurri come i loro, ma quasi trasparenti.

Sembra abbia latte con un po dazzurro negli occhi. E quantè grassa! rideva Cristina.

Io sembravo una brioche: paffuta, con le fossette sulle guance. Ero di una dolcezza sconfinata. Ma giocavo sempre da sola. Il fratello e la sorella non mi volevano nei loro giochi. E subivo ogni torto. Marco, una volta, ruppe un prezioso vaso correndo. Cristina diede la colpa a me. Lei stessa, provando una maglia della mamma, la strappò; ricadde di nuovo tutto su di me.

Io non mi difendevo. Annuii soltanto, chiedendo scusa. Sapevo bene chi fosse il vero colpevole. Ma non volevo che la mamma sgridasse loro. Erano così belli!

Anche Ines, in fondo, non mi sgridava mai. Era piuttosto il padre a perdere la pazienza.

Perché hai portato a casa questo spaventapasseri? Che figura ci facciamo con gli ospiti! Non sa neppure camminare bene, pesa quanto un vitello. Marco e Cristina sono proprio dei modelli, e tu vai a prendere questa sventurata? Potevi lasciarla ad altri, che sono stati più furbi e si sono tenuti alla larga. Nessuno la vorrà mai quando sarà grande! urlava Guido.

Io ascoltavo dietro la porta chiusa. Poi mi guardavo allo specchio. Non mi piacevo. Avrei voluto essere bella come Marco e Cristina. Ma…

Mi mandarono in una scuola diversa dalla loro. I gemelli lo pretesero dalla mamma, minacciando di saltare le lezioni e peggiorare i voti. Ines dovette cedere. Si rendeva conto che quel fragile ponte che tentava disperatamente di costruire tra i suoi figli e la figlia adottiva stava ormai crollando… E lei non poteva fare più di così.

Passavano gli anni. Marco e Cristina partirono per studiare fuori città. Io invece chiesi alla mamma di restare a casa.

Ma tesoro, tu potresti andare dove vuoi, io pago tutto! Vuoi diventare designer? O magari traduttrice? Cosa ti piacerebbe, Giulietta? mi strinse a sé Ines.

Le feci le fusa come un gattino, la abbracciai. Con me, la mamma sentiva un calore che i figli naturali non le davano mai. Marco e Cristina, di rado, le davano un bacio e pure svogliato.

La accoglievo sempre al ritorno dal lavoro. Anche quando tornava tardi, io ero pronta in cortile o seduta nel corridoio. Il marito e i figli, invece, persi nei loro mondi; nemmeno un ciao. E se la mamma si lamentava, Cristina gridava:

Mamma, siamo impegnati! E quella stupida ti aspetta come un cagnolino perché non ha nulla da fare nella vita!

Io alzavo su di lei i miei occhi chiari e sussurravo:

Mamma, posso curare gli animali? Cani, gatti… criceti, maialini. Vorrei fare la veterinaria, e qui posso studiare.

Scelta naturale: da sempre portavo a casa gattini, cagnolini abbandonati, ci badavo e trovavo loro una famiglia. Solo un cane, un grosso peloso simile a un maremmano, restò con noi. Cristina protestava: lei voleva un cane di razza. Ma Ines prese le mie difese.

Così si viveva. Poi, quando Ines dovette fermarsi a casa per problemi di salute, il marito si trasferì in fretta dalla sua amante, una parrucchiera. I figli, quando tornavano a casa, volevano soprattutto i soldi della madre: per fortuna, aveva dei risparmi. Accanto a lei, rimasi solo io, Giulietta. Zoppicando, preparavo per la mamma ogni giorno qualcosa di buono, le facevo massaggi, le preparavo infusi di erbe. Spesso sedevamo insieme sotto il melo, bevendo tè, ed io ero la persona più felice del mondo.

Cristina e Marco si erano fatti una famiglia. La mamma li aiutò a comprare casa. Ma poi scoppiò il dramma. Una notte Marco si presentò alle quattro, quasi in lacrime, confessando alla mamma di essere sommerso dai debiti.

E ora? Dove prendiamo tutti quei soldi? Hai chiesto a tuo padre? Niente? Nemmeno lui ne ha. Amore mio, anche se ti do tutto ciò che ho, non arrivo neanche a coprire la decima parte. Che facciamo?

E allora niente mamma, non hai più un figlio rispose Marco con ironia.

Come sarebbe a dire? lei lo abbracciò tremando.

Marco propose la soluzione: vendere la villetta di famiglia. Così, tra tutto, avrebbero potuto saldare il suo debito.

Figlio mio… e noi? Io e Giulietta? Dove andiamo a vivere?

Dove va quella scema grassa non mi interessa. È grande, impari a mantenersi. Ha già preso abbastanza. E tu tu vieni da noi! A casa mia! Lory sarà contenta! sorrideva Marco.

Lory era sua moglie, ma Ines dubitava parecchio di quanto fosse davvero lieta di accoglierla. Ma non protestò. Doveva salvare suo figlio! Pretese soltanto una cosa: Giulietta doveva venire con lei. Marco fu costretto a cedere, ma poi io stessa andai dalla mamma e le dissi:

Mamma tu vai da sola. Io andrò a vivere da una persona che frequento da tempo. Mi ha già invitata tante volte. Mamma, non preoccuparti per me!

E chi sarebbe questo? Devo conoscerlo! E perché non ne hai mai parlato? sorrise Ines.

Avrai modo più avanti, mamma. Non temere! la abbracciai.

Marco si tranquillizzò: non avrebbe dovuto faticare anche con Cristina per decidere che fare con me. Alla fine, però, mentii. Non avevo nessuno. Solo la mia sensibilità mi aveva fatto capire che laggiù non ero la benvenuta. Temevo che la mia presenza potesse rovinare la serenità della mamma, già debole di salute. Per questo accettai di sacrificarmi, per il grande amore che provavo per lei.

Affittai una stanza in una casa di campagna. Ci viveva un anziano solo, il signor Procolo, che ormai faticava con gli animali: galline, capre, maialini. Cercava uninquilina e, saputo che ero veterinaria, fu così felice da propormi persino lalloggio gratis, ma io insistetti per pagare. Lui, comunque, mi rimetteva sempre i soldi nel portafoglio di nascosto.

Le cose cominciarono ad andare bene. Una casa tranquilla, un buon lavoro, rispetto dalla gente. Gli animali mi adoravano: non lottavano, non avevano paura. Avevo sempre una carezza e una sorpresa per ognuno di loro, comprando i premi con il mio stipendio.

Tieni, Fido, eccoti la sorpresa che ti ha portato Giulietta! Non avere paura, piccolo. Se serve chiamatemi quando volete! dicevo ai clienti.

Oh, cara, in ospedale nemmeno trattano così bene! Sei doro, Giulietta! scuoteva la testa la signora Anna, padrona di un sontuoso gatto persiano.

E io mi sentivo felice. Ma il cuore era sempre in ansia Come stava la mamma? La chiamavo spesso, ma pareva quasi evitarmi. Lultima volta rispondeva Marco, bruscamente: Sta riposando.

Non so, mi manca tanto. È da sei mesi che non la vedo sospirai una sera mentre prendevo il tè con Procolo.

E allora? Andiamo a trovarla, dai! Ho ancora la vecchia 127. Vecchia come me, ma cammina! Ti accompagno io propose il signor Procolo.

Felicissima, presi lindirizzo di Marco e partimmo. Bussammo a lungo e alla fine aprì una biondona in vestaglia, sbadigliando.

Chi siete? Vendete qualcosa? Qui non serve niente cercò di chiudere.

Lei è Lory, la moglie di Marco? chiesi.

Sì e voi chi siete?

Sono Giulietta, sua sorella! provai ad entrare, ma lei mi bloccò sulla porta.

Eh, certo. E che vuoi? Sto uscendo dalla parrucchiera, non ho tempo.

Solo un attimo. Questo è il signor Procolo. Sono venuta per salutare la mamma. Voglio vederla, non vi disturberò.

Non cè più. Marco lha portata via. Dove? In una casa di riposo. Si è ammalata, chi la curava? Lui lavora, io ho le mie faccende. Non so dove, non ci sono mai stata. Aspetta, ora chiamo. Marco? Qui cè Giulietta, con un vecchietto scalcagnato. Vogliono lindirizzo. Va bene, ora lo scrivo qui. E non venite più! mi rispose Lory, profumata di lusso.

Io non la ascoltavo neanche. Presi il foglio ed uscimmo in fretta.

Come? Ma perché nessuno mi ha avvisata? Io avrei trovato una soluzione balbettai.

Avrebbero dovuto dircelo! Io avrei accolto la mamma a casa mia! Cè posto si infuriò Procolo.

Arrivammo alla casa di riposo. Possibile che quella donnina magra, con gli occhi infossati, fosse mamma? Lei che era sempre stata robusta, allegra, capace di risolvere tutto? Ora giaceva immobile, lo sguardo perso.

Mamma! Sono io, Giulietta! Perdonami! Non sono venuta prima. Non ho scuse, mamma! Ma ora ti porto via, da noi! Il signor Procolo ha le galline, ti farò lomelette! E il latte di capra, vedrai che subito starai meglio! Ti prego, mamma, non restare in silenzio! Io ti voglio bene!

Stringevo la mano leggera di Ines e piangevo. Riuscimmo a convincere la direzione a lasciarci portare mamma via. Ero figlia legittima e il signor Procolo, veterano della guerra, minacciò di chiamare il suo amico generale se non ci avessero dato retta. Marco aveva insistito a lasciarla lì, ma io riportai mamma a casa.

Il decimo giorno, Ines si alzò e si avvicinò alla finestra. Nel cortile la maialina Fiammetta camminava tranquilla, il gallo cantava, laria profumava di erba, latte fresco, e crostatinequelli che io stavo cuocendo. Zoppicando, arrivai nella stanza e vidi mamma in piedi, in lacrime. Le corsi incontro, chiedendole scusa, abbracciandola stretta, dicendo che ora avremmo vissuto insieme, e non più con Marco e Cristina.

Ines mi strinse forte, come se avesse ritrovato la sua bambina buffa, non legata a lei dal sangue, ma dallanima: lunica rimasta davvero vicina, quando la vita si fa difficile e chi ritenevi più tuo ti abbandona.

Va tutto bene, Giulietta. Ora andrà tutto bene, tesoro mio sussurrava mamma.

Ragazze! Venite, è pronto il tè! entrò nella stanza il signor Procolo.

Ridendo, presi per mano mamma e Procolo. Insieme andammo verso la cucina. Verso una nuova vita.

*Oggi ho imparato che lamore e la bontà, alla fine, tornano sempre. Non bisogna mai smettere di essere presente per chi amiamo, anche quando il mondo intero sembra girarci le spalle.*Da quel giorno la nostra casa fu piena di risate nuove, piccole grandi felicità che nessuno ci poteva più togliere. Ines tornò piano piano a riprendersi, aiutando ogni tanto Procolo con la marmellata o raccontando antiche filastrocche che facevano scodinzolare perfino la maialina Fiammetta.

Ricevemmo qualche rarefatta telefonata da Marco e Cristina, soprattutto nelle festività. Anche allora, però, si capiva che erano richieste di passaggio, domande fredde, senza carezze nelle parole. La nostra risposta fu sempre gentile, ma ferma. Avevo capito che il vero amore non si chiede, non si elemosina: si costruisce ogni giorno, anche tra sconosciuti che, in un gesto di bontà, diventano famiglia.

Così la nostra piccola e improvvisata tribù resistette agli inverni e sbocciò nelle primavere. Un giorno, durante una merenda allombra del melo, Procolo si schiarì la voce e sorrise:

Sapete, non pensavo avrei mai avuto una figlia e una nipotina così. Voi mi avete ridato una casa.

Mamma gli strinse la mano. Io, beffardamente, aspettai che la crostatina fosse abbastanza fredda e la posai nel palmo di Ines: il suo dolce preferito, appena sfornato.

Ma tu mamma pensi mai che sarebbe stato meglio se domandai timidamente.

Lei mi guardò negli occhi, profondi come mari chiari.

No, Giulietta. Rifarei tutto. Perché a volte i veri figli sono quelli che il cuore ha scelto, non il sangue.

E in quellistante seppi che, nonostante la cattiveria e la freddezza ricevute, avevamo trovato la nostra ricompensa. Non ci sarebbe stata più solitudine, né abbandono. Eravamo stati traditi, sì, ma avevamo scelto di rispondere con amore. E fu questa la nostra vera vittoria.

Allombra del melo, tra il profumo di fiori e di crostatine, la vita ci sorrise. Ed io, che una volta ero la bimba goffa messa da parte, ora sapevo che il cuore, se grande abbastanza, può trasformare ogni ferita in una nuova, meravigliosa famiglia.

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Il tradimento dei propri figli: la storia di Dasha, la sorella dimenticata, tra invidia, emarginazio…