Gattino di cristallo

Il Gattino di Cristallo

– Tre sorelline, sedute sotto la finestra…

– Mamma, sembra proprio una storia che parla di voi, vero?

Sospirai. Polina aveva una fantasia incredibile, e certi paragoni mi facevano sempre sorridere.

– Quasi, amore. Ma ora basta, è tardi. Hai intenzione di dormire almeno oggi? Domani cè la festa, se no sbadiglierai tutto il tempo.

– Oh no! Dormo, dormo! – Polina si tuffò sotto le coperte, poi riemerse col suo naso buffo. Ci saranno i palloncini? Arriva anche Milena? E

La abbracciai stretta, avvolgendola ancora di più nel piumone, baciandole il viso a più non posso senza curarmi dei suoi deboli protesti.

– Adesso basta domande, a dormire! Domani vedrai tutto con i tuoi occhi!

Le diedi il suo orsetto di peluche e mi avviai fuori dalla stanza, accendendo la lucina sul comodino. Polina non riusciva ancora a dormire col buio completo, e io facevo in modo che, almeno per lei, la casa restasse un porto sicuro.

Scendendo in cucina, chiusi la porta e accesi il portatile. Il lavoro mi attendeva: avrei voluto solo qualche minuto di silenzio. Domani sarebbe stata una giornata impegnativa, non solo per il compleanno di Polina organizzare tutto mi dava sempre una gioia sottile, soprattutto quando si trattava di mia figlia ma anche per la presenza dei parenti. E lì già la felicità lasciava il posto alla tensione.

Mi preparai una tazza di tè e, prendendo la cartellina dei conti, mi ricordai di quanto avessi seguito il consiglio di nonna quando decisi di studiare economia e non biologia marina. Allora cercavo il fascino dellignoto, oggi invece apprezzavo la sicurezza e la concretezza. Chissà come sarebbe stata diversa la mia vita tra le onde del Tirreno, mi dissi lasciandomi andare per un attimo al sogno. Tra poco saremmo finalmente partiti in vacanza, io e Polina, se tutto andava bene e nessun imprevisto si metteva di mezzo. Sorrisi tra me e me, ripresi a lavorare sugli ultimi bilanci.

Mi tornano spesso in mente i miei inizi. Sono nata a Firenze, figlia di Lidia e Vittorio Carli. Ero la bimba tanto attesa, accolta da genitori emozionati e da nonne chiassose e felici.

– Bisogna farne subito una seconda, così hanno compagnia! insistevano le nonne. E mia mamma, alla fine, seguì il loro consiglio.

Con la mia sorella di mezzo, Nadia, ci sono solo un paio danni di differenza. Migliori amiche, rivali affettuose, ci siamo inseguite a vicenda, cercando sempre di superare i nostri traguardi. Ovviamente, mia madre vegliava su di noi, ripetendoci che non ci sono persone più vicine delle sorelle. Riuscì anche a convincere il preside a metterci in classe insieme. Il primo giorno di scuola, ai banchi nuovi, ci toccavamo le scarpe di nascosto, a darci coraggio.

Io ero la più diligente, quella che per finire i compiti faceva notte. Nadia, invece, si distraeva con niente, pronta a mollare i temi per contare i piccioni fuori dalla finestra.

– Vera, mi dai la tua pagina di matematica? Così copio! Dai, poi usciamo!

– Fai da sola, che se la prof ci separa come laltra volta, vedi che casino combini! Vuoi una mano a capirlo?

Nadia sbuffava, si offendeva per finta, ma dopo poco tornava a tirarmi per la manica: Andiamo al parco, ti prego!.

È stata proprio negli anni delle medie che è arrivata la terza sorella, Lucia. Mia madre non la cercava, ma la vita è imprevedibile. Ricordo la sua faccia tra lallarmato e lo sconfortato quando spiegò a papà che non sapeva se ce lavrebbe fatta ancora.

– Lidietta, abbiamo due aiutanti ormai, e io ti sto sempre vicino. E se fosse maschio? Un vero colpo di scena!

Ma la sorpresa fu ancora unaltra femmina. Lucia. Urlava, si imponeva, completamente diversa da noi. Simpose subito, diventando la reginetta della casa.

Col passare del tempo, mia madre si buttò anima e corpo su Lucia, lasciando che io e Nadia vagassimo nel nostro mondo. Non saccorse del momento in cui la distanza crebbe, e tutto ebbe inizio per causa di un ragazzo.

Sergio era un tipo del quartiere: fino ai miei sedici anni, ci era invisibile. Ma quel pomeriggio senza ombra sulla strada, dopo la ginnastica, mintercettò.

– Vera, fermati un secondo. Devo parlarti lo vidi titubante, incapace di incrociare il mio sguardo.

Lo osservai per un attimo, senza parlare. Poi sorrisi: Mia mamma mi aspetta, alle sei sotto casa. Se vuoi, ci vediamo lì.

Gli brillavano gli occhi. Mi piaci!. Risi di cuore, e senza dire altro corsi via.

Il giorno in cui gli raccontai questo primo batticuore, la prima uscita, il primo bacio dolce come una caramella, fu inevitabile parlarne con Nadia. E lei non so cosa successe. Non è che Sergio le piacesse lo so che non era così ma dimprovviso tutto si ridusse a una sfida.

Quando vidi Nadia baciarsi con Sergio sotto gli alberi, tirai dritto. Salendo in casa, mi chiusi in camera senza piangere, solo vuota.

– Vera, cosa sono queste storie? Apri! urlava mia madre.

Obbedii con durezza, non guardai in faccia nessuno. Lidia, per la prima volta, capì che il dolore può aprire strappi profondi.

– Cosè successo, tesoro? Mi abbracciò senza ricevere risposta.

– Ho bisogno di andare un po da nonna, qui non resisto.

Quando mia sorella sbarrò lentrata col suo cappotto e mi chiese: Dove vai con la valigia?, non risposi. Uscii, senza voltarmi. Mia madre pianse, diede uno schiaffo a Nadia, e si chiuse la porta dietro.

Noi Carli, però, non siamo capaci di portare rancore troppo a lungo. Con Nadia non ci parlammo per quasi due anni, finché mia madre sammalò: allora ci siamo ritrovate, unite dalla paura e dal bisogno di darle coraggio.

– Perdonami mi sussurrò Nadia mentre aspettavamo notizie in ospedale.

– Quello che è passato, è passato, le risposi. Ma chi dimentica il dolore?

Mi prese la mano, quasi stupita che le dita le obbedissero. Restammo così, in silenzio, fino allarrivo di nostro padre: Tutto bene, ora serve solo pazienza.

Per mesi mi divisi tra casa mia e la loro, aiutando con Lucia. Allora mi accorsi di quanto la piccola fosse testarda, signora di se stessa. Non cerano regole per lei, né da parte nostra né dei genitori.

Quando mia madre tornò in salute, le nostre strade si separarono. Mi trasferii a Bologna per badare a mia nonna paterna, e rimasi lì anche dopo la sua morte. Mi lasciò il suo grande appartamento, col suo consueto sorriso: Vivi la tua vita, Vera. Ricorda, conta solo sulle tue decisioni: anche chi ti ama, può cambiare se cè di mezzo un interesse.

Avrei voluto risponderle che lo sapevo bene. Ma certi dolori non si raccontano.

Passarono gli anni. Mi sposai con Andrea, una cerimonia in Comune, niente festeggiamenti: i suoi genitori non cerano più, i miei non li chiamai. Non mi pentii mai di quella scelta: Andrea era il compagno che mi dava pace e forza. Tre anni più tardi ero responsabile amministrativa in una importante ditta, lui guidava i pullman turistici. Nessuna battaglia sul chi comanda. Eravamo semplicemente felici.

Solo una cosa non arrivava: un bambino. Dopo vari tentativi, ormai decisi a prendere in considerazione ladozione, la vita ci riportò mia nipote, Polina.

La nostra comunicazione coi parenti era ridotta a biglietti dauguri. Lidia non accettava Andrea, e io divenni sempre più distante. Lho scelto io, mamma, e così sarà, le dissi.

– Ma con la tua preparazione, la tua bellezza chissà, potevi avere tutto!

Non capiva che nulla poteva darmi più sicurezza di Andrea: quando stavo male, mi accudiva come una madre; a casa era il primo ad aiutare, a cucinare senza fare storie; con lui tutto era semplice, come doveva essere.

Le sorelle, invece Nadia era sempre nella confusione di figli da gestire, la più grande, Milena, e il piccolo Matteo, che cresceva irrequieto come pochi. Lucia era ormai fuori controllo: la madre la chiamava la nostra regina. Lucia però sfuggiva alle feste, resisteva giusto dieci minuti e poi spariva, lasciando genitori e parenti a mangiare senza di lei.

Dopo il liceo, Lucia dichiarò che non aveva bisogno di laurearsi: Voglio diventare modella!. Saltò subito fuori che lavorare nel settore significava sacrificio e fatica, ma lei, appena trovò un imprenditore benestante che le affittò un appartamento, si trasferì senza pensarci. Sapeva benissimo dellesistenza della moglie e dei figli di lui, ma non era un problema per lei.

Quando restò incinta, pensò che la sua vita si sarebbe sistemata. Ma fu lasciata senza tanti complimenti: Ti passo gli alimenti, ma ognuno per sé, e non ti azzardare a venire a casa mia. Disperata, Lucia cercò di manipolare la moglie, che invece si rivelò di ghiaccio: Di voi ce ne sono state e ce ne saranno ancora tante, ma io sono la moglie, cara.

Lucia perse i punti di riferimento. Prese a sparire per giorni, tra una notte e laltra di baldoria. Quando Polina nacque, fu Lidia ad occuparsene. Poi accadde limpensabile: una notte di corsa con gli amici finì contro un platano sulla via per Siena: Lucia non tornò più. Da quel momento, mia madre si spense: non si occupava quasi più nemmeno della bambina, che passava da un braccio allaltro, finché mio padre chiamò me.

Non ebbi dubbi: chiesi ferie, tornai a Firenze, e in un mese sbrigai tutte le pratiche. Portai Polina, ancora in fasce, a Bologna. Solo i miei genitori e Nadia sapevano che non era mia figlia biologica. Andrea vendette il nostro appartamento per completare la casa in costruzione, e finalmente potemmo avere la nostra famiglia.

Mai avrei creduto che Polina ci avrebbe dato così tanto: gioia, allegria, motivazione. Quei nove anni passarono in un soffio.

Dei miei, mi tenevo alla larga. La mamma era diventata ancora più scontrosa, incapace di assorbire il lutto.

– Adesso vediamo come te la cavi, Vero! Dovevi pensare a tua madre e restare a Firenze!

Ignoravo le sue lamentele, perché sapevo di aver preso la scelta migliore. Vedendo crescere Polina, pian piano Lidia si sciolse: Che bella bambina! Dagliela questa felicità, non la chiudere! mi diceva con lo sguardo duro ancora rigato di lacrime. Andrea mi afferrava la mano ogni volta che sentiva che stavo per risponderle per le rime, e io lo fermavo con un solo sguardo.

– Sai, moglie mia, che non possiamo mettere le cose in chiaro una volta per tutte?

– Non lo so, Andrea. Mia madre non è cattiva, è solo ferita.

– Ma perché devi sopportare tutto questo tu?

– Forse perché ormai sono rimasta solo io. E perché non potrebbe farlo con Polina, almeno questo ne sono sicura.

Ed effettivamente la nonna, sebbene avesse il cuore rotto, con Polina era dolce e silenziosa. Sapeva che la bimba era felice, che aveva trovato con me una casa vera, ed evitava di dire verità che avrebbero fatto solo malissimo.

Spensi il portatile, mi stiracchiai. Era già notte fonda. Sorseggiai il resto del tè, freddo ormai, e mi avvicinai alla finestra. Mi mancava Andrea, la sua trasferta era proprio capitata male. Non avrebbe visto la festa, ma almeno per la sera sarebbe tornato. Chissà cosaveva preparato per il compleanno di Polina: Sorpresa! aveva detto solo, ridendo, e non aveva rivelato nulla neppure a me.

Sorrisi, ripensando di nuovo a quanto fossi stata fortunata, e infine andai a dormire.

***

– Mamma! Buon compleanno a me! Polina saltò sul letto e coprì i miei occhi di baci. E anche a te! Auguri perché hai me!

– Grazie tesoro! la strinsi forte, cercando i suoi occhi. Buon compleanno, mia meraviglia! Che tu sia sempre felice.

Si stringeva a me, sospirando piano. Ma ora sono grande?

– Altroché! Dieci anni tondi! Ma sai una cosa?

– Cosa?

– Per me resti ancora un po piccola! strizzai locchio e lei ridacchiò.

– Meglio! I piccoli li amano tutti!

– Ma chi è che non ti ama qui dentro?

Iniziai a farle il solletico, e lo risate rimbalzarono tra le pareti.

– Ora basta, è tempo di regali! allungai la mano al comodino Ho qualcosa per te.

Tirai fuori una scatolina. Lei la aprì con cura.

– Mamma – Il suo sguardo silluminò. È proprio lui?

– Proprio lui, annuii.

Polina prese la piccola statuina del gattino di cristallo. Sapeva che era stata di nonno Vittorio, regalata anni prima a me.

– Per la mia primogenita questo ti disse allora il tuo nonno?

– Esatto.

– Grazie mamma! Lho sempre desiderato! accarezzava piano le orecchie fragili del gattino. Ma io sono figlia unica

Sorrisi, e vidi il suo sguardo interrogativo.

– È vero? Il suo sussurro era quasi impercettibile. Annuii, mentre lei esplodeva di gioia, saltando stringendo la statuina. Allora sarò sorella maggiore! Mamma, chi sarà?

– Non lo so ancora, amore mio.

Mentre la guardavo ballare per la stanza, mi veniva da piangere di gioia. Quanti anni avevamo aspettato questo momento

Polina si fermò, si avvicinò e disse: È il regalo più bello che potessi farmi!

Mi buttai dal letto, e tirai fuori dallarmadio unaltra scatola.

– E questo è per te.

Il vestito nuovo la lasciò a bocca aperta. Girandosi davanti allo specchio, domandò:

– Mamma, a che ora arrivano tutti?

Guardai lorologio e mi prese un colpo.

– Abbiamo dormito troppo! Dobbiamo sbrigarci, piccola.

Ce la facemmo. Allora di pranzo Polina era già in sala a ricevere i parenti, sorridente e felice.

– Come te la cavi? Lidia si accomodò in poltrona, mi scrutò seria.

– Tutto bene mamma, Polina ha finito lanno con tutti 10, anche a pianoforte. È una gioia costante.

– Allora goditela, è un dono che ti è capitato per grazia.

Sospirai. Ogni dialogo con lei era sempre più difficile, ma fortunosamente entrò Nadia ed il discorso cambiò. Raccontava dei figli, del marito, con la sua solita vena lamentosa, ma era chiaro che la famiglia le andava bene. Milena aveva preso bei voti come Polina, Matteo era campione di pugilato del quartiere.

Il grido di Polina ci interruppe di colpo. Corsi in camera sua, trovandola in lacrime in mezzo alla stanza. Il vestito, macchiato vistosamente. Mi avvicinai, preoccupata.

– Nadia! Larmadietto delle medicine è sopra il frigo! Porta la garza!

Fu un parapiglia di corse e voci, mentre Milena sedeva in un angolo, sguardo cupo.

– Polina, cosè successo? le presi le mani, vedendo qualche piccolo taglio.

Rassettata e medicata, la portai in camera da letto. Lì finalmente, sulle mie ginocchia, si decise a parlare. Alzò quegli occhi grigi, uguali ai miei Ho rotto il gattino di cristallo mi sussurrò, gli occhi pieni di lacrime. Volevo farlo vedere a Milena, ma mi è scivolato e mi sono fatta male.

Sentii il cuore stringersi. Le asciugai le lacrime, poggiando la fronte contro la sua.

Tesoro, sai perché era importante quel gattino per me? Perché mi ricordava mio padre, e le nostre storie insieme Ma sai che cè? Le cose davvero magiche non si rompono mai.

Ma ora non ho più il mio regalo

No, il regalo sei tu, che illumini la mia vita ogni giorno, e tutto quello che è stato mio ora è tuo, anche se si rompe, anche se cambia forma. Lo ricomporremo insieme. Vuoi aiutarmi?

Annì, annuendo energicamente tra i singhiozzi che piano svanivano, stringendomi ancora più forte.

Ora andiamo a salutare tutti? Voglio mostrare a nonna che so essere coraggiosa.

Sorrisi, sentendo finalmente dentro di me qualcosa fiorire. Era la forza delle donne Carli: sbagliate, fragili, un po testarde, ma sempre capaci di voltare pagina, ricostruire, ricominciare. Presi la mano di Polina e insieme tornammo tra le voci e le risate, dove passato e futuro si confondevano in quel giorno speciale, in quella famiglia tutta nostra.

E mentre Polina, con la garzina bianca e il sorriso nuovo, soffiava sulle candeline, mi accorsi che anche i frammenti sparsi del nostro gattino brillavano ancora di una luce bellissima.

Tutti attorno applaudirono e, in quellistante, seppi che anche noi nonostante le crepe, le ferite, le partenze e le svolte restavamo una cosa sola. Solo chi sa ricomporre i propri sogni può davvero illuminarli. E noi, insieme, lo stavamo facendo.

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