Da tre mesi mettevo via soldi, risparmiando euro su euro, per poter regalare a mio figlio tutto il mondo. Poi ho trovato il suo barattolo di vetro e mi sono spezzata in un modo che nemmeno le mie settimane da ottanta ore di lavoro avevano mai fatto.
Mi chiamo Alessandra. Ho trentotto anni e la mia vita ruota intorno a mio figlio di dieci anni, Matteo.
La mia esistenza si regge su due cose: il caffè freddo destate e la parola fatica.
Dalle 9:00 alle 17:00 lavoro come segretaria amministrativa in uno studio a Bologna.
Dalle 18:00 a mezzanotte servo ai tavoli in una trattoria vicino Piazza Maggiore.
E lavoro anche i weekend.
In quei quindici minuti tra un turno e laltro mando sempre un messaggio a Matteo.
Comè andata a scuola?
Bene.
Compiti?
Fatti.
Ti voglio bene, amore. Fai il bravo. I soldi per la pizza sono sul tavolo.
Questa è la nostra routine. Sempre di corsa.
Da mamma sola sono dirigente, donna delle pulizie e banca tutto in una.
E la banca ormai è quasi vuota.
Fra un mese Matteo compirà undici anni. Quest’anno volevo fosse speciale.
Suo padre non si fa sentire da sei mesi ormai, così ho stretto la cinghia su tutto per mettere da parte abbastanza euro per la console Odyssey X e quattro giorni a Gardaland.
Volevo regalargli un ricordo così luminoso da coprire tutte le delusioni.
Volevo che almeno una volta avesse quello che hanno gli altri bambini.
Dovevo solo resistere ancora un po, lavorare ancora un po.
Ultimamente Matteo era silenzioso. Troppo silenzioso. Passava la maggior parte del tempo su quel vecchio tablet che gli regalai tre Natali fa. Mi sono detta che era normale, ha pur sempre dieci anni.
Mi ripetevo che il silenzio significava tranquillità, che era al sicuro.
E io potevo lavorare.
A volte mi mancavano i tempi quando aveva cinque o sei anni. Eravamo ancora più poveri, ma avevamo il nostro rito Il Sabato della Fortezza di Coperte.
Portavamo tutti i cuscini e le lenzuola in salotto. Costruivamo un castello di coperte enorme e tutto storto. Spegnevamo la luce, ci infilavamo sotto con una torcia e mangiavamo cereali direttamente dalla scatola. Leggevamo sempre le stesse avventure, fino a perdere la voce.
Non costava niente.
Ed era pura magia.
Ma i Sabatini della Fortezza sono diventati I Sabati dei Doppi Turni di Mamma.
Ha vinto il lavoro.
La fortezza è sparita.
Anche la magia.
Poi è arrivato martedì scorso.
Sono tornata a casa verso le 23:30. I piedi mi facevano male, i vestiti odoravano di caffè. La casa era buia, tranne una lucina sul tavolo in cucina.
Matteo dormiva con la testa appoggiata sulle braccia. Accanto a lui un foglio strappato dal quaderno e una matita.
Il cuore mi si è stretto come sempre fra amore e colpa.
Mi sono chinata per dargli un bacio.
È stato allora che ho visto il foglio.
Era un compito.
Scrivi un paragrafo sul tuo eroe.
Ho sorriso, pensando a un supereroe o a qualche personaggio di videogioco.
Invece ho letto le sue lettere un po storte:
Il mio eroe è la mia mamma. Lavora tantissimo. Risparmia per una grande sorpresa per il mio compleanno. Anchio sto risparmiando. Spero che basti.
Il sorriso mi è sparito.
Risparmiando? Per cosa?
Vicino al suo zaino cera un vecchio barattolo delle olive.
Lho preso in mano.
Dentro cerano una banconota da cinque euro, qualche moneta da cinquanta centesimi, spiccioli vari e una vecchia moneta da un centesimo.
Ho riletto il tema.
E in fondo, in piccolo, cera scritto:
Vorrei soltanto ricomprare un sabato.
Mi sono dovuta sedere.
Il barattolo mi è scivolato tra le dita ed è rimbalzato sul tavolo.
Ho riletto ancora:
Vorrei soltanto ricomprare un sabato.
Non risparmiava per la console.
Non metteva da parte per un giocattolo.
Risparmiava per me.
Ha visto che io cambio il mio tempo con denaro, e nella sua semplice logica di dieci anni ha pensato che poteva cambiare i suoi risparmi con il mio tempo.
Ho guardato i 14,50 euro nel barattolo.
Poi ho pensato ai 900 euro che avevo messo via per la console e il viaggio.
Stavo per comprare un mondo meraviglioso
e lui voleva solo un sabato con la mamma.
Sono rimasta lì nel buio a piangere. Ma non pianto piano un pianto profondo che scuote tutto il corpo.
Non perché fossi stanca.
Piangevo perché ero stata cieca.
Lavoravo per dargli tutto
tranne quello che desiderava davvero.
La mattina dopo ho preso il telefono.
Ciao, Martina? Sono Alessandra. Ho… una cosa di famiglia. Sabato non posso venire.
Era una bugia.
E, allo stesso tempo, la cosa più vera che avessi detto da mesi.
Quando Matteo tornò da scuola, si fermò sulla soglia.
La TV era spenta.
Il tablet in camera, sotto carica.
Il salotto era un disastro di cuscini, lenzuola e coperte.
Una fortezza enorme occupava tutto lo spazio.
Mi sono sporta fuori dal varco.
La nostra fortezza ha bisogno di un tetto, ho detto, cercando di non tremare.
E credo che ci siano finiti i cereali. Mi aiuti?
Non rispose.
Lasciò cadere lo zaino e mi guardò con gli occhi lucidi.
Mamma? sussurrò.
Sei a casa.
Sì, amore, dissi.
Gli porsi il barattolo.
E credo che da adesso basta questo. Andiamo a comprare i cereali.
Si è gettato tra le mie braccia così forte che quasi non respiravo.
La console può aspettare.
Anche Gardaland.
La fatica si è fermata.
La magia è tornata.
Lezione
Lavoriamo tanto pensando di dover offrire ai nostri figli il mondo che, secondo noi, desiderano. Risparmiamo per le grandi vacanze, per i nuovi giochi, per un futuro perfetto.
Ma ai bambini il mondo non serve.
Vogliono noi.
Vogliono le fortezze di coperte, non i parchi divertimento.
Vogliono mangiare i cereali dalla scatola, non una cena elegante.
Tutti rimandiamo la vita a un giorno,
mentre i nostri figli cercano solo di riavere un sabato.
Non aspettare.
Il tuo tempo è il regalo più prezioso che non dimenticheranno mai.




