Banchi di neve del destino
Matteo, avvocato trentacinquenne, aveva sempre detestato il Capodanno. Per lui non era una festa, bensì una vera e propria maratona.
Confusione, la corsa disperata per il regalo perfetto ai colleghi che sopportava a fatica, e ovviamente l’immancabile festa aziendale. Quell’anno lo studio legale dove lavorava aveva deciso di esagerare: avevano affittato un intero casale fuori Milano, immerso nella campagna lombarda.
Matteo guidava la sua impeccabile Alfa Romeo nera, ascoltando distrattamente un podcast sulle ultime novità fiscali e ripassando mentalmente il suo piano: arrivare, fermarsi unora, bere un calice di Franciacorta, scambiare due parole di circostanza con i capi e poi dileguarsi, tornando al suo appartamento in città.
Quando giunse, il casale era già animato come un alveare disturbato. Dipendenti in abiti sgargianti si abbracciavano, ridevano a voce troppo alta, sforzandosi di creare allegria.
Matteo prese il suo calice e trovò rifugio vicino a una finestra, distante dalla confusione, come una sentinella che osserva il mondo da lontano. Si sentiva un alieno, atterrato su un pianeta dove era obbligatorio sorridere e fingere felicità.
***
Fu allora che la notò. Non era la più appariscente del gruppo, né la più rumorosa. Stava in disparte, accanto alla vetrata, scrutando la tormenta che imperversava oltre il vetro.
Indossava un semplice abito blu notte e nella mano stringeva un bicchiere di succo darancia. Non pareva triste o sola; piuttosto sembrava immersa nei propri pensieri.
Matteo si sorprese a pensare che lei aveva lo stesso sguardo che lui sentiva di avere dentro.
Brutta serata per tornare in città, disse avvicinandosi, la voce incerta.
(La prima cosa che gli venne in mente.)
Lei si voltò e sorrise. Non con la solita smorfia di convenienza, ma con un sorriso vero, caldo.
Ma che meraviglia, però! mormorò lei, indicando i fiocchi che si ammassavano sui vetri. Quando Milano si copre di neve così, sembra che tutte le preoccupazioni scompaiano sotto il bianco.
Matteo restò spiazzato. Si aspettava una battuta di circostanza, invece
Matteo, si presentò.
Giulia, rispose stringendogli la mano. Lavoro in amministrazione. Credo di averti visto due volte in ascensore.
Tornarono al silenzio. Ma quella quiete era rilassante, confortevole, come una coperta.
La bufera fuori si faceva sempre più intensa. Dalle casse una voce comunicò che la strada statale era bloccata dalla neve: sarebbero dovuti rimanere tutti lì per la notte.
Unondata di mormorii e lamenti fece tremare le sale del casale.
Matteo imprecò tra sé. Tutti i suoi piani, svaniti.
Allora, avvocato, sei pronto a dormire su una brandina? lo punzecchiò Giulia con ironia.
La mia formazione non prevedeva questa evenienza, replicò lui sorridendo. E tu?
Io porto sempre con me un buon caricabatterie e un libro. Così mi sento pronta a qualsiasi imprevisto, rise Giulia.
Quella notte, liberi dai programmi e dalle maschere, iniziarono a parlare davvero.
Scoprì così che Giulia adorava i vecchi film in bianco e nero italiani, mentre Matteo li trovava pesanti, se non addirittura depressivi, ma accettò di vederne uno se lei gli avesse svelato il loro fascino.
Matteo confessò che avrebbe voluto lasciare tutto per aprire una piccola caffetteria sotto i portici di Bologna, e Giulia ammise che dipinge di nascosto ad acquerello, ma che non aveva mai mostrato nulla a nessuno.
Seduti in un angolo, dimenticarono il resto della festa. Niente spumante, solo tè caldo che Giulia aveva portato da casa in un vecchio termos.
Lei gli raccontò del suo gatto Artemide, che si divertiva ad acchiappare i fiocchi di neve dalla finestra. Lui le narrò delle domeniche con la nonna che gli insegnava i segreti di una vera torta Sacher, alla milanese.
A mezzanotte, non gridarono Auguri!. Si guardarono solo negli occhi, in un istante sospeso.
Buon anno, Matteo, sussurrò Giulia.
Buon anno, Giulia, rispose lui, altrettanto piano.
Quella notte, niente suite lussuose, ma brandine nel salottino dove il personale aveva sistemato chi era rimasto bloccato. Vicini, continuarono a parlare sottovoce fino allalba, finché la bufera non fu solo una memoria.
Al mattino, quando la strada fu libera e Milano brillante nel candore, uscirono insieme.
Il sole, radioso, faceva brillare ogni cumulo.
Dove vai ora? chiese Matteo.
Alla fermata dellautobus. A casa.
Se vuoi ti posso accompagnare
Giulia lo guardò. Nei suoi occhi danzava una luce nuova.
E se ti dicessi che mi piace questo mondo silenzioso, coperto di neve? E voglio camminare fino alla fermata, respirando questaria pulita?
Matteo capì. Non era stata una semplice coincidenza.
Era linizio di qualcosa di vero.
Allora vengo anchio, disse, senza esitazione.
E si incamminarono insieme, lasciando due impronte fresche nel primo giorno dellanno nuovo, verso un futuro candido e luminoso.
E come non sperare che sia davvero cosìMentre procedevano fianco a fianco, mani ancora in tasca ma cuori ormai scoperti, la neve attutiva il rumore del mondo e ogni parola superflua. Camminavano senza fretta, lasciando che il gelo pizzicasse le guance come un invito discreto a svegliarsi, ad accorgersi che ogni tanto il destino ti chiama dove meno lo aspettitra banchi di neve e confidenze sussurrate a notte fonda.
Giulia si fermò un momento, sollevando lo sguardo verso il cielo terso, sfiorato da una luce dorata. Matteo la osservò, domandandosi se davvero fosse ancora lo stesso uomo scontroso della sera prima, o se in poche ore qualcosa avesse cominciato a sciogliersi dentro, più fragile ma forse anche più vero.
Nei loro passi, appena distanti eppure già intrecciati, cera la promessa silenziosa di mille nuovi inizi: colazioni al bar sotto i portici, acquerelli condivisi e torte Sacher da perfezionare insieme. Nessun programma, nessuna tabella di marcia; solo la voglia di restare e vedere cosa sarebbe successo, adesso che la neve aveva spazzato via ogni scusa.
Si allontanarono dal casale, due sagome contro linfinito del bianco, mentre alle loro spalle qualcuno batteva le mani per scaldarsi e rideva di un nuovo giorno. Forse nessuno li avrebbe notati lì fuori, ma non importava. A volte basta una bufera, una notte fuori dal tempo, e il coraggio di camminare accanto a qualcuno fino alla prossima curva, per scoprire che lanno nuovo può cominciare davvero, proprio lì, dove si è deciso di non essere più soli.




