Mi chiamo Alessandra e ho 49 anni. Sono infermiera nel turno di notte allOspedale Maggiore di Milano. Lavoro qui da ventanni, ne ho viste davvero di tutti i colori.
Sono divorziata da otto anni. Ho un figlio, Edoardo, che ha appena compiuto sedici anni. Vive con me. È un bravo ragazzo. Responsabile, studioso. Non mi ha mai dato problemi.
Oddio, non è proprio vero. Un problema me lha dato. Il peggiore della mia vita. Ma non dipende da lui.
Sei mesi fa Edoardo ha iniziato a lamentarsi per frequenti mal di testa. Allinizio ho pensato fosse un problema agli occhi, magari aveva bisogno degli occhiali. Lho portato dalloculista. Vista perfetta.
I mal di testa sono continuati. Poi sono arrivate le nausee, quasi sempre al mattino. Mi sono convinta che fosse qualcosa che mangiava a scuola. Ho cominciato a preparargli il pranzo in casa, ma le nausee non se ne sono andate.
Una mattina lho trovato in bagno, che vomitava. Aveva il viso bianchissimo. Mi ha detto che si sentiva stordito, che vedeva tutto girare.
Lho portato subito al Pronto Soccorso. Hanno fatto vari esami, analisi del sangue. Tutto normale. Il medico ha detto che probabilmente era stress, che spesso i ragazzi della sua età somatizzano la pressione scolastica.
Ma io sono infermiera, dopo tanti anni ho imparato a fidarmi del mio istinto. E avevo la sensazione che non fosse solo stress.
Ho insistito per ulteriori accertamenti. Il medico mi ha guardato come se fossi una madre isterica, ma alla fine ha prescritto una TAC.
Ricordo perfettamente quel giorno. Era un martedì. Ero in ospedale per il turno di notte quando dalla segreteria del reparto dove avevano fatto la TAC a Edoardo mi hanno chiesto di andare urgentemente da loro.
Ho lasciato il mio turno a metà, guidando come una pazza fino allospedale dove avevano fatto gli esami a Edoardo. Mi hanno fatta accomodare in un ambulatorio, dove ho trovato un neurologo che non conoscevo. Sulla cinquantina, volto serio.
Signora, abbiamo trovato qualcosa nella TAC di suo figlio mi ha detto. È un tumore cerebrale. Dovremo fare altri esami per capire di che tipo si tratta e quanto è avanzato.
Mi è crollato il mondo addosso. Ho dato cattive notizie a centinaia di famiglie, visto morire pazienti, ero convinta di essere pronta a tutto. Ma nessuno può essere pronto ad ascoltare certe parole riguardo al proprio figlio.
I giorni successivi sono stati un inferno fatto di risonanze magnetiche, biopsie, incontri con oncologi. Parole che conosco benissimo, ma che ora mi sembrano solo sentenze di morte.
Glioblastoma multiforme, quarto grado. Aggressivo. Inoperabile per via della posizione. Terapia: chemioterapia e radioterapia per provare a rallentarlo, ma la prognosi è pessima.
Quando loncologo ci ha spiegato tutto, Edoardo era seduto accanto a me. Il mio bambino. Il mio tesoro. Che sente davere un cancro incurabile al cervello.
Morirò? ha chiesto, con una voce così tranquilla da spezzarmi il cuore.
Il medico lha guardato con quella compassione professionale che ho dovuto usare tante volte anche io. Cercheremo di darti più tempo possibile, ha risposto.
Più tempo. Non guarirai. Non andrai tutto bene. Solo più tempo.
Quella notte Edoardo mi ha abbracciata e mi ha detto: Mamma, non piangere. Lotteremo insieme.
E abbiamo iniziato a lottare. Chemioterapia ogni due settimane. Edoardo ha perso i capelli, ha perso peso, ha continuato a vomitare. Ma non si è mai lamentato, non mi ha mai chiesto perché proprio a me. Non ha smesso di sorridere.
I suoi amici venivano spesso a trovarlo, allinizio. Poi col tempo sempre di meno: è dura, a sedici anni, confrontarsi con la morte di un coetaneo.
Cera solo un amico che non ha mai smesso di venirlo a vedere. Si chiama Riccardo. Sono amici dallasilo. Riccardo veniva ogni giorno dopo scuola, gli raccontava tutte le novità, gli portava i compiti, giocavano alla playstation anche se Edoardo era tanto stanco che quasi non riusciva a tenere in mano il joystick.
Una sera, mentre preparavo la cena, li ho sentiti parlare in camera. Ho sbirciato dalla porta socchiusa.
Edo, hai paura? ha chiesto Riccardo.
Sempre, ha risposto mio figlio. Ma non lo dico a mamma, lei ha già abbastanza pensieri.
Di cosa hai più paura?
Che la mamma rimanga sola. Che soffra. Che non riesca a salutarmi come si deve. Che si senta in colpa, anche se non ne ha motivo.
Sono dovuta andare in camera mia, perché non mi sentissero piangere.
La terapia non sta funzionando. Il tumore continua a crescere. I medici parlano di cure palliative, di pensare solo alla qualità della vita, finché sarà possibile.
Quanto tempo abbiamo? Nessuno lo sa davvero. Tre mesi? Sei, forse meno.
Questa mattina Edoardo mi ha chiesto di portarlo a scuola. È da settimane che non ci va, perché gli manca il fiato dopo pochi passi. Ma voleva vedere i compagni unultima volta, sentirsi normale anche solo per qualche ora.
Lho accompagnato. Lho aiutato a scendere dalla macchina. È così magro, fragile. I suoi amici lo hanno accolto con abbracci e risate. La professoressa di lettere, la sua preferita, gli è venuta incontro per salutarlo. Lho visto sorridere, per qualche minuto sembrava di aver ritrovato il vecchio Edoardo.
Quando lho ripreso dopo tre ore, era distrutto ma felice.
Grazie, mamma, mi ha detto in macchina. Grazie per tutto quello che fai per me. Grazie per essere la migliore mamma del mondo.
Tu sei il figlio migliore che potessi desiderare, gli ho risposto.
Mamma dopo qualche minuto in silenzio. Quando non ci sarò più, voglio che tu sia felice. Voglio che viva davvero, che non passi la vita a piangere per me.
Edoardo, non parlare così
Dobbiamo parlarne mamma. Sappiamo entrambi quanto poco tempo resta. Devi promettermi che starai bene. Che andrai avanti. Che mi ricorderai con il sorriso, non solo con dolore.
Gli ho promesso. Anche se in realtà non so come potrò mai mantenere quella promessa.
Questa notte dorme nella sua stanza. Sono entrata a guardarlo poco fa: sembra così in pace. Ancora così piccolo. Il mio bambino.
Domattina passerà linfermiera delle cure palliative per la visita settimanale. Dopodomani nuovo controllo dalloncologo, anche se ormai sappiamo già cosa ci dirà.
Resto da sola sul divano con una tazza di caffè, che si raffredda tra le mie mani. Guardo le foto alle pareti: Edoardo neonato. Edoardo il primo giorno di scuola materna. Edoardo alla sua festa dei dieci anni. Edoardo sei mesi fa, sereno, sorridente, senza idea di cosa sarebbe successo.
Non so davvero come si sopravviva a una cosa così. Come si fa a sopravvivere a seppellire un figlio. A sedici anni. Con tutta una vita davanti che non vivrà mai.
Ma per lui ci proverò. Sarò forte, finché mi chiederà di esserlo. Sorriderò quando mi guarderà. Renderò i suoi giorni migliori che posso.
E poi, quando non ci sarà più non so cosa farò. Ma sarà un problema per dopo. Ora voglio solo essere presente. Per lui.
Come si dice ai propri figli che li si ama, quando si sa che il tempo sta finendo? Come si può racchiudere una vita intera damore nei pochi giorni che restano?





