Alessandro Bedini è cresciuto senza padre. O meglio, il padre cera stato, ma quando Sandro ha compiuto quattro anni, lo ha perso. Suo padre, Michele Bedini, lavorava come vigile del fuoco ed è morto durante lintervento tra le macerie dopo un terremoto in una nazione asiatica. Con lui, perse la vita anche Boi, il pastore tedesco che Michele aveva cresciuto fin da cucciolo.
La madre di Sandro, Giovanna, rimasta vedova, non si è più risposata e ha cresciuto sola il figlio. A quattordici anni Sandro si è iscritto alla sezione cinofila per ragazzi presso il Circolo Cinofilo di Firenze. Giovanna approvò la scelta, ma nel suo cuore temeva che Sandro scegliesse di seguire le orme paterne e si legasse ad una professione rischiosa. A sedici anni Sandro portò a casa un cucciolo di pastore tedesco e per molto tempo non sapeva che nome dargli.
Un pomeriggio, tornando dal liceo, sentì la mamma parlare col cucciolo:
Eh, sei proprio un birbante, ne hai fatta unaltra delle tue, bandito.
Sandro sorrise. Da bambino, quando combinava qualche marachella o tornava a casa sporco come un maialino, la mamma sospirava usando le stesse parole. Entrò nella stanza ridendo e disse:
Ecco, il nome labbiamo trovato! Lo chiameremo Birba.
In due anni Birba divenne un cane da lavoro bellissimo, robusto e obbedientissimo. Sandro era orgoglioso sia del suo impegno sia del talento del cane.
Arrivò il momento del servizio militare, e Sandro chiese alla caserma di potersi arruolare insieme al cane. In segreto alla madre, preparava Birba per quel tipo di servizio e sperava di superare la selezione già nellesercito. Furono inviati al centro daddestramento, dove per tre mesi Sandro e Birba dimostrarono di essere pronti.
Poi furono spediti vicino al confine con la Slovenia. Al posto di guardia li accolsero con calore, e subito si diffuse il soprannome: Birba e Bedini. Quando il soldato e il cane uscivano in pattuglia, si diceva: Sono usciti Birba e Bedini in servizio!.
La vita in servizio proseguiva regolare, finché una notte, durante una pattuglia come tante, successe lirreparabile. Una sparatoria con dei contrabbandieri portò un soldato ferito, uno ucciso e Sandro disperso.
Anche Birba fu ferito. Lallarme fece scattare una vasta ricerca, ma Sandro non fu trovato. Per un mese intero, entrambi gli eserciti batterono ogni angolo, senza alcun risultato.
La notizia funesta fu portata a Giovanna da un ufficiale, che arrivò accompagnato da Birba. Il cane si era ripreso dalla ferita, ma zoppicava vistosamente sulla zampa anteriore.
Mentre ascoltava il racconto dellufficiale, Giovanna piangeva piano accarezzando la testa di Birba, che le si stringeva contro le gambe col muso sulle sue ginocchia. Il militare le parlava di speranza, miracoli, ricerche che continuavano, ma Giovanna ormai non ascoltava più. Guardò negli occhi del cane e sussurrò:
Oh, mio piccolo birbante…
Da quel giorno, ogni mattina e sera, i passanti nel Parco delle Cascine vedevano una coppia particolare: una donna di mezza età e un cane pastore tedesco zoppicante, che passeggiavano piano lungo i viali.
Cera in loro tanta serenità, dignità e uneleganza così discreta, che molti si voltavano per seguirli con lo sguardo. In qualche modo, tutti percepivano che il legame tra quei due andava molto oltre il classico rapporto padrone-cane.
Giovanna dava i comandi a voce bassa e parlava a lungo col cane, che lascoltava composto, senza mai abbaiare.
Birba, oggi prepariamo i tortelli con i funghi e il cavolo. Limpasto è quasi pronto. Domani è domenica: se cè il sole andiamo lungo lArno, così puoi nuotare un po.
Passò un anno. Dalla caserma tornarono a bussare alla porta di Giovanna. Le portarono qualche scatola di generi alimentari, crocchette per il cane, e le spiegarono che, se dopo un altro anno non ci fossero state notizie, avrebbe potuto dichiarare il figlio ufficialmente deceduto.
La donna ascoltò senza scomporsi, ringraziò e, chiudendo la porta col sorriso, disse sottovoce:
Non badarci, Birba. Io sento che Sandro è vivo.
Un giorno, alla porta suonò un giovane sconosciuto. Giovanna esitò ad aprire, ma Birba non abbaiò, anzi, iniziò a scodinzolare.
Buongiorno, signora Giovanna. Sono Niccolò Papini, ho fatto il servizio con suo figlio… vedendo lesitazione della donna, si affrettò. Ehi, ciao Birba, mi hai riconosciuto, monello sorrise rivolto al cane.
Rimasero a chiacchierare fino a sera. Niccolò raccontava della vita in caserma, Giovanna gli offriva biscotti col tè, mostrava le foto di Sandro da bambino, ricordando episodi buffi.
A un certo punto Niccolò tacque, perse il sorriso, come se prendesse coraggio:
Signora Giovanna, non mi prenda per matto bisbigliò.
Che succede, Niccolino?
Sandro mi ha chiesto di dirle che tornerà a casa, glielo promette.
Giovanna portò la mano alla bocca, gli occhi si inumidirono, le guance si bagnarono senza vergogna. Birba si drizzò, si avvicinò a Niccolò e gli sfiorò il ginocchio col naso, abbaiando piano.
Non si agiti, la prego. Non ho visto Sandro, non so dovè, ma… mi è apparso in sogno due settimane fa e mi ha pregato di venire a dirglielo.
Lei pianse, senza nascondersi, mentre Birba le leccava la mano. Niccolò restò fermo, in silenzio, sapendo che un sogno non poteva essere una certezza, ma non aveva potuto ignorare il messaggio dellamico.
Passò un altro interminabile anno. E ancora, nel parco, appariva quella coppia insolita. Passeggiavano, parlavano sottovoce, indifferenti al resto.
Lautunno dorato stendeva i suoi raggi tra la vegetazione rada, illuminando le facce dei passanti. Arrivati in fondo al viale, cambiarono direzione. Dallaltra parte però, una figura maschile alta si faceva avanti, avvolta nella luce, camminando a fatica, ma venendo sempre più vicino.
Birba si irrigidì, si fermò, e dopo un leggero guaito si lanciò in avanti. Giovanna liberò il guinzaglio dalla mano, e il cane, dimentico della zoppia, corse incontro a chi aveva tanto atteso.
Lei rimase immobile, le braccia lungo i fianchi, e pianse. E là, in fondo al viale, si abbracciavano forte: il suo Sandro e Birba.





